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Never Kissed a Tory… Il cammino accidentato della Brexit ed “Il Socialismo del XXI Secolo” di Jeremy Corbyn

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A quasi due anni dal referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, le trattative tra la Gran Bretagna e l’Unione non hanno compiuto fino ad ora alcun passo significativo e sono ad uno stallo evidente, nonostante l’uscita della monarchia anglosassone sia prevista per il marzo del 2019.

Sia Commissione Europea che Parlamento hanno registrato questo empasse che non permette di avanzare nella road map per definire il percorso di un possibile futuro partenariato.

Una recente risoluzione del Parlamento della UE prende atto dell’impossibilità di iniziare nel mese corrente il negoziato sulle relazioni tra UE e Gran Bretagna, invitando i Ventisette a: decidere di rinviare una valutazione sui progressi sufficienti effettivamente compiuti nel corso del negoziato.

La May ha parlato a Firenze a fine settembre di un possibile periodo di transizione di due anni, dal momento dell’uscita, durante il quale il Paese continuerebbe a fare parte del mercato unico, ma le sue dichiarazioni sembrano derivare più dall’esigenza di allungare i tempi del negoziato che dalla definizione di una strategia precisa.

E se nel mondo delle imprese europee, interpellate in una recente ricerca citata dal Sole 24 Ore: Brexit, the Voices of European Businness, emerge un quadro di timore per le relative incertezze, in cui si predilige una continuità di rapporti senza strappi, da Bruxelles, come rileva l’autore dell’articolo in questione: deve, soprattutto, evitare un precedente: sia sulle quattro libertà, sia sui costi dall’uscita dall’Unione Europea.

L’UE deve rendere l’exit strategy di un Paese membro il meno facile e appetibile possibile…

Il partito conservatore britannico è in un momento di acuta crisi a causa della non eccellente performance elettorale che lo rende incapace di avere i margini per formare un governo stabile anche alleandosi con altre forze politiche, impossibilitato a perseguire quella stabilità richiesta da tempo dal blocco sociale dominante già prima della scelta tra leave e remain.

Al cattivo stato di salute dei Tories concorrono le lotte intestine di una leadership, tese a scalzare la Premier Theresa May, molto simili ad una congiura contro l’attuale Premier a cui non vengono lesinate critiche pubbliche da esponenti di spicco dei conservatori. Shaps e Johnson sono solo i volti più noti di quello che la stampa definisce senza mezzi termini un “complotto”, mentre la May potrebbe tentare un rimpasto, per liberarsi proprio dai suoi avversari interni, a partire dall’attuale capo del Foreign Office Boris Johnson.

Corbyn nel suo comizio finale nel Congresso del Labour a Brighton, parla giustamente di Coalition of Chaos riferendosi ai Tories, ribaltando la propaganda che i Conservatori hanno usato, in fase elettorale, per screditare un eventuale governo laburista.

Un altro fattore di crisi è il pressing incalzante del partito laburista che sembra avere ritrovato una nuova unità e aver marginalizzato – o quantomeno notevolmente depotenziato – la componente più ostile a Jeremy Corbyn che aveva combattuto – perdendola a più riprese – una battaglia senza esclusione di colpi contro la sua nuova leadership.

Si tratta, per fugare ogni ombra di dubbio, di una sconfitta politica che non ha annullato quella corrente e le sue basi di potere.

I recenti congressi tenuti dai due partiti, con i relativi discorsi finali dei due leader sono stati lo specchio dell’abisso esistente tra la parabola discendente dei conservatori e quella ascendente dei laburisti che sembrano avere, almeno a livello di indirizzo politico generale, archiviato l’esperienza neo-liberista che aveva caratterizzato la sciagurata stagione politica del “new labour” di Tony Blair e dei suoi successivi emuli in sedicesimi.

I Tories e il Labour hanno visioni antitetiche riguardo alle prospettive da dare alla Brexit, e mentre i primi stanno dimostrando la palese incapacità di portarla avanti, i secondi hanno esplicitamente affermato di essere pronti a prendere in mano il processo, rispettando la volontà dell’elettorato espressasi in senso contrario alle indicazioni della dirigenza del Labour stesso.

Sotto la leadership di Corbyn il Labour sembrerebbe in grado di invertire il corso politico-sociale impresso storicamente dai conservatori – a cui il “new labour” si era di fatto subordinato – dalla Thatcher in poi e offrire una alternativa alla situazione fallimentare politica dei Tories a quasi dieci anni dallo scoppio della crisi.

Una alternativa che dovrebbe fare affidamento su una rinnovata partecipazione alla vita politica, al di là delle scadenze elettorali: trasformando il Labour più in un vettore di mobilitazione della società che in una macchina elettorale tout court.

I punti di forza del “nuovo” Labour sono la tradizionale componente sindacale, che per quando socialmente ridimensionata ne costituisce la colonna vertebrale, e il richiamo alla tradizione sinceramente socialista che ha sempre animato una combattiva corrente di minoranza (sia interna che esterna al partito) sin dalle sue origini e che è riemersa come un fiume carsico in tempi di crisi dopo una serie di sconfitte storiche del movimento operaio britannico dai miners di metà anni 80 in poi.

Ma il fattore nuovo è costituito da una nuova leva di attivisti e propagandisti che hanno trovato durante la fase elettorale in Momentum la propria rete organizzativa di base con una proposta innovativa.

Jeremy Corbyn – e soprattutto i contenuti che porta avanti – ha un forte ascendente sui cosiddetti millenials.

Possiamo sintetizzare l’appeal di Corbyn dicendo che “non parla il linguaggio del nemico”. Non è il prodotto da laboratorio di una politica avulsa e ostile ai working poor, per questo si presta da un lato ad essere uno dei meme più di successo della comunicazione politica britannica e dall’altro l’oggetto di un vero e proprio linciaggio mediatico dei tabloid e oggetto di una critica, più sobria nelle forme ma non meno ostile nei contenuti, da parte della stampa liberal legate alle élite intellettuali metropolitane.

Il suo successo è la più palese sconfitta dei media mainstream ed è stata resa possibile da un utilizzo “intelligente” delle varie piattaforme di comunicazione.

I conservatori ripetono come un mantra le formule neo-liberiste che hanno portato ad una pauperizzazione crescente della popolazione della Gran Bretagna, e prefigurano un profilo del Regno Unito dopo la Brexit come un fedele alleato alle strategie atlantiche degli States, un paradiso fiscale per le corporations, e un rinnovato paradiso per il capitale finanziario internazionale nel solco di ciò che è di fatto divenuto il Paese, con una società ancora più pauperizzata ed atomizzata avente come grande legante l’ostilità contro gli immigrati ed in genere la criminalizzazione delle fasce di proletariato giovanile marginalizzate.

Citando Corbyn che elenca, sempre nel suo comizio finale, i risultati fin qui ottenuti dal governo conservatore:

Il più lungo periodo di abbassamento delle retribuzioni da quando hanno cominciato ad essere statisticamente registrate, coloro che si sono trovati senza casa sono raddoppiati, l’allungamento delle liste d’attesa del Sistema Sanitario Nazionale di coloro che sono bisognosi di cure mediche, le classi scolastiche hanno aumentato il numero dei suoi componenti e gli insegnanti lasciano il loro lavoro, più di 4 milioni di bambini vivono sotto la soglia della povertà, […] il taglio di 11.000 pompieri, più persone che lavorano e sono sotto la soglia di povertà come mai prima d’ora …”

Dall’altra parte il Partito Laburista può prefigurare una politica che con la Brexit gli rende possibile realizzare una agenda a tutto campo sganciata dalla gabbia imposta dalla UE: da una politica estera basata sulla de-escalation dei conflitti in corso e di re-definizione dei rapporti con gli altri Paesi su base paritetica (Corbyn cita tra l’altro esplicitamente la guerra di aggressione allo Yemen e l’occupazione della Palestina, tra l’altro), al ritorno di alcuni settori strategici dell’economia in mano pubblica, dalla ridefinizione di una politica industriale che affronti la scommessa della “green economy” allo sviluppo dell’ “industria 4.0” non come ulteriore occasione di subordinazione delle classi subalterne ma come chance di sviluppo occupazionale e di formazione professionale permanente, ad un programma sociale teso a rioffrire garanzie sociali (sanità, casa, accesso ai “beni comuni”) e un miglioramento della condizione di quei corpi sociali che concorrono al benessere reale della società (personale sanitario, scolastico, pompieri,…).

Due aspetti del discorso di Corbyn sono particolarmente significativi.

Il primo è relativo al business dell’acqua:

Prendete l’industria idrica. Su nove aziende idriche in Inghilterra sei sono possedute da fondi di investimento privato o da fondi esteri. I loro profitti vengono redistribuiti come dividenti tra i maggiori azionisti mentre le infrastrutture collassano, le aziende pagano tasse molto basse o non le pagano per niente, mentre le bollette sono schizzate e il servizio si deteriora”

L’acqua è una delle utility che il Labour vuole ri-pubblicizzare.

Il secondo esempio è il caso della Grenfell Tower, forse il più tragico paradigma di cosa abbia portato la speculazione immobiliare, la gentrification e la politica di “igiene urbana” travestita da rigenerazione.

Il programma sulla questione delle abitazioni che “il governo ombra” del Labour sta elaborando è ambizioso e mira a invertire una dinamica, il suo epilogo catastrofico ha mostrato a tutti le conseguenze della sua applicazione, nonostante i moniti espressi dagli stessi residenti.

Corbyn al congresso, e sono stati tra i punti che hanno avuto gli applausi più lunghi ed intensi e la standing ovation dei delegati, ribadisce la ferma volontà di non penalizzare in alcun modo i circa 3 milioni di cittadini della UE che vivono e lavorano sul suolo Britannico, e di ostacolare il razzismo e lo sciovinismo, che sembrano invece due pilastri della politica della May.

Questi ultimi sono tesi ad intercettare i consensi più reazionari degli ex elettori del partito di Farage (UKIP) di fatto uscito dalla scena politica dopo i recenti catastrofici risultati delle urne.

È bene ricordarlo, vista la generale rimozione sui media nostrani di questo aspetto centrale: la base materiale su cui può poggiare ciò che Corbyn definisce il socialismo del XXI Secolo è data dal combinato disposto di diversi fattori.

Da un lato c’è una nuova capacità di creare egemonia nel corpo dei subalterni fino ad ora distante dalla politica, perché di fatto escluso dal patto sociale: We are the mainstream, dice dal palco di Brighton, alla fine del comizio.

Trasmette e ribadisce un messaggio di unità anziché di contrapposizione tra le varie componenti del blocco sociale di riferimento: rifiuta la disomogeneità territoriale, il conflitto generazionale, la differenza tra autoctoni/allogeni.

Propone un indirizzo politico “neo-populista” che contrappone una politica che ha avvantaggiato i pochi ad una che deve prendersi cura della maggioranza della popolazione con lo slogan laburista: for the many not for the few, secondo la narrativa della “variante populista” brillantemente analizzata dai numerosi lavori di Carlo Formenti.

Ma il fattore fondamentale e propedeutico è lo sganciamento dall’Unione Europea: in questo senso le difficoltà oggettive nelle trattative per la Brexit tra UE e UK a guida Tories, da rompicapo politico di fase potrebbero trasformarsi, se il processo fosse preso in mano dal Labour, mantenendo un livello anche minimo di coerenza tra dichiarazioni fatte e le realizzazioni effettive, in un gigantesco boomerang in grado di rendere concretamente possibile una uscita “a sinistra” dell’Unione, e quindi auspicabile anche alle classi popolari europee escluse dal suo banchetto.

Anche se l’Unione Europa cerca di marciare a tappe forzate realizzando una agenda in grado di dare forma e sostanza alle aspirazioni di global player dell’oligarchia di cui è espressione, non sono poche le questioni che è costretta ad affrontare e risolvere per essere all’altezza dei suoi compiti: Catalogna, Brexit, il “neo-protezionismo” di fronte alla potenza economica cinese e la futura politica economica (come terminare il Quantitive Easing e i crediti deteriorati nella pancia dei vari istituti di credito europei) potrebbero trasformarsi, insieme alle pressioni delle classi popolari, in veri e proprie prove di quadratura del cerchio per le classi dirigenti dell’Unione.

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Per una comprensione delle dinamiche politiche attuali del Regno Unito è indispensabile la lettura dei numerosi contributi che Andrea Genovese ha scritto per “Contropiano”, di cui questo articolo è in parte debitore.

Segnalo quello sulle recenti elezioni estive:

http://contropiano.org/news/internazionale-news/2017/06/18/le-elezioni-generali-gran-bretagna-un-tentativo-analisi-del-voto-093031

E quello sul referendum:

http://contropiano.org/news/internazionale-news/2016/06/24/referendum-britannico-un-tentativo-analisi-del-voto-080846

Londra cerca alleati tra le imprese europee, R.S., mercoledì 4 ottobre, Il Sole 24 Ore

Su Momentum rimando al sito ufficiale:

http://www.peoplesmomentum.com/

e all’archivio di articoli di “The Guardian”:

https://www.theguardian.com/politics/momentum

Il video e la trascrizione integrale del discorso di J. Corbyn al congresso:

Jeremy Corbyn speech in full: Text and video of Labour’s leader’s barnstorming adress to party conference 2017, www.mirror.co.uk

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