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Tifo da stadio

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stadio

"Il tifo o febbre tifoide è una malattia infettiva acuta a sintomi generali e locali (intestino) provocata da un germe che le è specifico, il bacillo di Eberth-Gaffky”. Il tifo dunque è una malattia. Nel caso dello scontro sullo “Stadio” a Roma possiamo affermare che è “la” malattia che colpisce da decenni la Capitale, una patologia che si fonda sul dominio pressochè assoluto della rendita fondiaria e della speculazione sul mattone.

Questa malattia ha fatto sì che Roma si espandesse nel suo territorio nella più totale deregulation urbanistica, complicando enormemente le opere di urbanizzazione e l'organizzazione di servizi efficienti, costruendo case e palazzi per il doppio della sua popolazione residente, consumando chilometri quadrati di terreni, lucrando con le banche sull'invenduto usato come garanzia per i finanziamenti da investire altrove.

Questa malattia ha permesso che fossero sempre i padroni del mattone a decidere dove, cosa e quanto costruire rispetto ad ogni altra considerazione di utilità pubblica. Per le giunte del passato (quelle democristiane) è stato il lasciapassare per il “Sacco di Roma”. Più recentemente, la giunta Veltroni ha sancito il carattere strutturale e inguaribile di questa malattia inventandosi gli accordi in compensazione che hanno consentito di costruire a volontà in cambio di qualche opera o servizio pubblico nell'area dell'edificazione.

E' questo l'ambiente in cui questa malattia continua a riprodursi nella Capitale. La questione del nuovo Stadio per la Roma (e non “della” Roma, è bene precisare), sta tutto dentro questo status patologico.

A negare o a non voler vedere come stanno le cose, è solo il tifo da stadio, meno grave del bacillo di Eberth-Gaffky, ma altrettanto dannoso.

Eppure i fatti sono noti e visibili, esattamente come la grafica che accompagna questo articolo ripreso da un sito statunitense. Quelli italiani (furbescamente) mostravano solo lo Stadio ma occultavano i grattacieli, i centri commerciali, gli edifici connessi al progetto presentato al Comune di Roma dal costruttore rampante Parnasi (vicino al Pd) e dalla cordata del presidente della Roma, Pallotta. In questa cordata possiamo trovare banche d'affari come Goldman Sachs, Rotschild, la Starwood Capital (socia di Pallotta) ed anche Unicredit.

Il risultato è che le cubature previste per lo Stadio, nel progetto, rappresentano solo il 14%. Tutto il resto – l'86% – consiste in una colata di cemento, palazzi, negozi etc. su cui Parnasi e la cordata finanziaria di Pallotta potrebbero fare soldi a palate vendendo, affittando, ipotecando, dandoli come garanzia per ottenere altri finanziamenti magari da investire chissà dove.

Per avere una idea precisa, il Piano regolatore del Comune prevedeva per l'area 112mila metri quadrati, il progetto Parnasi/Pallotta/banche ne chiede 234mila (più del doppio). Totale: 900mila metri cubi di cemento di cui solo 136mila costituirebbero lo Stadio per la Roma. Non solo. Lo Stadio non sarà di proprietà della Roma, ma della cordata di costruttori e banche alla quale la Roma dovrà pagare l'affitto (si parla di 2milioni di euro l'anno).

Le chiacchiere dunque stanno a zero. Se si vuole fare lo Stadio per la Roma è sufficiente costruirlo per 136mila metri cubi e sull'estensione indicata dal Piano regolatore (duole dirlo, ma la Juventus ha fatto così). Se invece si vuole perseverare nella malattia che affligge Roma da decenni, si pieghi anche questa volta la testa davanti all'arroganza dei palazzinari e delle banche. Questa capitolazione l'aveva già esibita la giunta Marino, approvando una delibera che definisce l'intero progetto come “di interesse pubblico”, sancendo così nuovamente la totale mistificazione su un interesse privato prevalente rispetto a ogni clausola di carattere ambientale, urbanistica, sociale.

L'assessore all'urbanistica della giunta comunale di Roma, Paolo Berdini, ha provato a rigettare questa linea, anche in base al mandato consegnatogli dai comitati che si oppongono a questa ennesima speculazione e che vedono tra questi anche molti cinquestelle che oggi appaiono improvvisamente silenti.

I poteri forti si sono scatenati con ogni mezzo possibile contro di lui, anche ricorrendo alla trappola di una finta intervista con giudizi ruvidi ma di buonsenso sulla Raggi (dall'audio si capisce che è una chiacchierata e non una intervista), una leggerezza che lo ha costretto a presentare le dimissioni (respinte con riserva dalla sindaca Raggi). I giornali riferiscono però di colloqui riservati e accordo segreto prima di Natale tra uno dei “quattro amici al bar”, l'ex vice sindaco del M5S, Daniele Frongia, con il rampante palazzinaro Parnasi. L'obiettivo sarebbe un compromesso sulla riduzione delle cubature “profittabili” con il via libera al progetto.

Se questo sarà l'esito, assisteremo ancora una volta alla prevalenza degli interessi privati sulle scelte per la città e al perpetuarsi di quella logica della “compensazione a perdere” varata dal modello Veltroni. Una conferma in più che la discontinuità con il passato evocata dalla giunta Raggi sta diventando una presa per i fondelli verso le aspettative dei tanti che le hanno consentito di diventare sindaco. L'assessore Berdini farebbe bene allora a mantenere le dimissioni per non diventare una foglia di fico per le contraddizioni della nuova amministrazione.

Se da un lato è amaro constatare come l'estirpazione del dominio dei poteri forti su Roma rischia di perdere una occasione per dare un segnale finalmente in controtendenza, dall'altro è la conferma che il settore sociale e culturale che si espresso con la giunta Raggi non è assolutamente in grado di praticare la rottura necessaria con i poteri forti. Va da sé che se questa contraddizione è vera, altre ipotesi di governo della città e altri soggetti sociali devono a questo punto assumersi la responsabilità di ingaggiare la sfida per estirpare questa malattia dal futuro di Roma e dare così qualche dispiacere al Corriere della Sera e ai padroni del mattone, amici o nemici del Pd che siano.

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1 Commento


  • Massimo

    Dunque che i "tifosi" vengano curati, mi pare giusto. Ora occorre spiegarlo a tutti quei "compagni" che saltano le riunioni perché c'è la partita o fanno gli scontri allo stadio contro altri compagni del circolo ma dell'opposta tifoseria.

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