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“Lavoro mentale e classe operaia”. Alcune riflessioni sul quaderno di Guglielmo Carchedi

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È uscito recentemente un saggio di Guglielmo Carchedi, economista presso l’Università di Amsterdam. Il titolo è “Sulle orme di Marx. Lavoro mentale e classe operaia”[1].

Si tratta di un quaderno di grande interesse, che riporta le categorie marxiste all’interno dell’analisi dei processi lavorativi e di sfruttamento. Il lavoro di Carchedi ci riabitua a pensare con gli strumenti di analisi propri della teoria marxista, a 150 anni dalla pubblicazione del Capitale (e a 100 dalla Rivoluzione bolscevica), confermando la loro attualità. Questo è uno sforzo a cui non siamo più abituati (a partire da chi scrive), per cui la lettura può sembrare apparentemente ostica. In questa sede proverò offrire una breve panoramica di alcuni elementi del saggio, assieme ad alcune riflessioni personali.

Chiave della argomentazione di Carchedi è anzitutto una chiarificazione terminologica attorno ai termini lavoro manuale, lavoro intellettuale, lavoro materiale e lavoro mentale.

Non esiste opposizione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, dal momento che “tutto il lavoro è intellettuale perché implica l’attività del cervello e tutto il lavoro è manuale, anche se si tratta di di scrivere i propri pensieri su un pezzo di carta. Lo stesso vale per categorie quali “lavoro materiale” e “lavoro mentale”. Tutto il lavoro materiale necessita il concepire, l’ideare; tutto il lavoro mentale necessita tutto il corpo senza il quale il cervello non potrebbe funzionare” (pag. 8). Si può e si deve parlare di trasformazioni, oggettive e mentali, che sono entrambe materiali. Le prime “trasformano la realtà oggettiva, cioè la realtà che esiste al di fuori di noi e al di fuori della nostra percezione di essa” mentre nelle seconde “la forza lavoro trasforma in una nuova conoscenza sia la conoscenza esistente nella forza lavoro degli agenti di trasformazione (conoscenza soggettiva) sia la conoscenza esistente al di fuori di essa e quindi oggettiva (nei computer, libri, ma anche nella forza lavoro di altri agenti di trasformazione, ecc.)” (p. 8-9).

Uno dei meriti conferibili a quest’opera (come hanno fatto notare altri commentatori[2]) è quello di sgombrare il campo dalle illusioni post-operaiste che ci hanno parlato di un lavoratore “cognitivo” dotato di qualità superiori a quelle di un lavoratore “manuale” e che sarebbe padrone dei propri mezzi di produzione (di conoscenza). Non solo: nel quaderno è centrale anche la critica a coloro i quali parlano di sfruttamento generalizzato dell’intera società per via dell’assottigliamento del confine tra produzione e consumo. Osserva giustamente Carchedi “Il plusvalore sarebbe creato in misura crescente nella sfera della riproduzione e del consumo oltre che nella produzione. Tutta la vita diventerebbe sorgente di plusvalore. Questa nozione è assurda e si schianta contro l’osservazione che, se tutto il tempo fosse creazione di plusvalore, non si capirebbe perché i capitalisti si ostinino ad estendere le ore lavorative.” (pag. 23). Dunque, l’assottigliamento del confine tra orario lavorativo e tempo libero (ad esempio, quando il lavoratore risponde alle telefonate, alle mail e così via anche dopo l’orario di lavoro) non va inteso come uno sfruttamento del tempo libero, ma una estensione dell’orario di lavoro non esplicita. Non vengono sfruttati in quanto agenti mentali (per usare la terminologia di Carchedi, ovvero produttori di conoscenza ma non di plusvalore perché non sfruttati dal capitalista) mentre si “godono” il proprio tempo libero, ma ancora in quanto lavoratori mentali. Semplicemente non vengono pagati.

In questo senso, il contributo del compagno Romanello pubblicato su CòmInfo qualche tempo fa[3], sebbene ponga interrogativi interessanti e degni di attenzione (come il tema del controllo democratico della tecnica, affinchè “partecipi attivamente all’emancipazione delle masse”), contiene un errore per quanto riguarda il plusvalore prodotto dai social network: l’utente dei social non produce valore. Per citare Carchedi “le informazioni (dati) che sono trasformate in sorgenti di profitto non sono quelle generate dagli agenti mentali [ovvero gli utenti] (esse non hanno valore) ma quelle dei lavoratori mentali che si appropriano della conoscenza degli agenti mentali e la trasformano per i fini di profitto del capitale” (p. 23). È senz’altro corretto dire (come fa il compagno Romanello) che “il fenomeno dei social è perfettamente inquadrabile nella teoria del plusvalore”. Ma questo è generato sulla base dello sfruttamento della forza-lavoro dei lavoratori mentali, non direttamente dalla conoscenza prodotta dagli agenti mentali.

È ora opportuno fare un esempio, per chiarire meglio il concetto di lavoratore mentale. Nel quaderno viene fatto spesso riferimento ai videogiochi. Penso che chiunque stia leggendo queste righe abbia avuto una esperienza anche solo indiretta dei videogiochi. Strategia, sparatutto, avventure… di qualsiasi genere si tratti, nella maggior parte dei casi i videogiochi moderni sono realizzati con grafica tridimensionale, a volte ai limiti del fotorealismo. I modelli 3D che costituiscono l’ambiente del videogioco sono realizzati da modellisti e da grafici che fanno un lavoro sì mentale nel creare e modellare le figure geometriche, ma anche materiale, come star seduti per ore al computer, profondamente concentrati. Le figure e gli oggetti prodotti sono “intangibili” (anche se considerando il videogioco nel complesso, che spesso ha un motore fisico molto avanzato, hanno una loro “tangibilità” all’interno del mondo virtuale). Se poi la stessa attività anziché al settore videoludico la applichiamo a quello biomedico o dell’alta tecnologia, l’oggetto 3D “intangibile” diventa anche tangibile, magari attraverso l’uso di una stampante 3D. E dunque, in che cosa questo è diverso da un lavoro “operaio”, da un lavoro di trasformazione oggettiva più “tradizionale”?

Vi è ovviamente un diverso grado di consapevolezza, fa notare giustamente Carchedi. Il lavoratore mentale (che sia un modellista 3D, un contabile, un ingegnere, un progettista o altro) crede di essere “libero” e di avere una conoscenza “creativa”. I lavoratori mentali “devono introiettare i fini del capitale e quindi devono poter prendere decisioni al di fuori di una rigida linea di comando”. E quindi “il controllo della generazione della conoscenza va da un massimo di coercizione a un massimo di libertà disciplinata. La coercizione ha cambiato forma ma non è sparita” (p.19). Qui si deve inserire la lotta sindacale e politica, per strappare questi lavoratori dall’influenza del capitale e fargli acquisire coscienza di classe.

Il saggio di Carchedi stimola infine la riflessione su nuovi modi di organizzazione dell’economia e dell’informatica. Nel Programma del nostro Partito[4] si individua giustamente “la lotta per un controllo democratico della comunicazione, in primo luogo quella pubblica radiotelevisiva, e per un rilancio dei mezzi di comunicazione in mano pubblica” (pag. 10) come uno dei terreni fondamentali nella lotta sul terreno dell’egemonia. Una proposta interessante (per quanto provocatoria), è venuta da Nick Srnicek, docente al King’s College di Londra: nazionalizzare Facebook, Google ed Amazon, ovvero i grandi monopoli della conoscenza prodotta e condivisa via web [5]. La lotta contro il capitale monopolistico nel XXI secolo deve essere anche una lotta per spezzare il dominio del capitale sulla conoscenza prodotta via web e sottrarre il lavoro mentale (qualitativamente uguale a quello oggettivo) dallo sfruttamento capitalistico.

Ed a livello nazionale? Quali dovrebbero essere i compiti dei comunisti? Anzitutto è di vitale importanza che le infrastrutture delle telecomunicazioni e le società che le gestiscono tornino completamente in mano pubblica e senza gestioni privatistiche. Questo vuol dire anzitutto nazionalizzare la Telecom, sia nei suoi assetti riguardanti la telefonia sia in quelli riguardanti i sistemi di rete e la navigazione su Internet. Siamo giunti al punto che se fino agli anni Ottanta la SIP-Telecom aveva addirittura il monopolio sulle telecomunicazioni, ora l’ex monopolista è completamente in mano ad aziende straniere, con tutta una serie di aziende di telefonia che gestiscono tutto il settore in regime di oligopolio.

Una nazionalizzazione di Telecom significherebbe, potenzialmente, anche un nuovo rilancio dell’industria pubblica, dal momento che la storica Olivetti è al 100 % di proprietà Telecom. Un rilancio pubblico della prima azienda a produrre un personal computer, con nuove relazioni nell’industria, forme di democrazia economica e di controllo dei lavoratori sarebbe un passo in più in direzione del socialismo. Ed è in questa direzione che dobbiamo lottare.

[1] Vedi http://contropiano.org/fattore-k/2017/07/07/sulle-orme-marx-lavoro-mentale-classe-operaia-093703

[2] Vedi http://contropiano.org/fattore-k/2017/10/06/lavoro-mentale-classe-operaia-ragionando-carchedi-096390

[3] M. Romanello, Per un’analisi marxiana dei social network e della modernità digitale, su CòmInfo, 6 settembre 2017. All’indirizzo http://www.fgci.info/2017/09/06/unanalisi-marxiana-dei-social-network-della-modernita-digitale/

[4] Vedi https://www.ilpartitocomunistaitaliano.it/download/il-programma-del-pci/?wpdmdl=3392

[5] https://www.theguardian.com/commentisfree/2017/aug/30/nationalise-google-facebook-amazon-data-monopoly-platform-public-interest

  • Fgci – Pisa

 

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