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Omaggio a Fidel

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Io non ho amato Cuba, nei tre anni trascorsi a studiare lì. Tanto è vero che mi spostavo in Messico ogni volta che potevo, e alla fine a Cuba ci avrò trascorso un anno e mezzo in totale. Non l’ho amata perché amo poco le isole, in generale, e perché i cubani mi davano sui nervi, parecchio.  E la pativo: l’embargo è uno stillicidio di cose che non funzionano, che non si trovano, che sono difficilissime da fare. L’embargo crea paesi logoranti dove la sopravvivenza è legata all’organizzazione che ti dai, e dove tu, straniero, sei sempre in torto: perché hai più soldi – credono loro – e vieni dalla parte di mondo che la vorrebbe vedere cadere, Cuba, e l’isola risponde togliendoti ogni tratto umano e trasformandoti in un portafogli che cammina, caricaturizzandoti nel cliché dello straniero a Cuba che, nove volte su dieci, non è una bella persona. Io, quindi, ogni volta che potevo prendevo il mio Cubana de Aviación e in 50 minuti ero in Messico, dove la gente era normale e non si aspettava di essere pagata anche solo per rispondere a un “buongiorno”. E dove, perdonatemi, mangiavo: un’insalata che non fosse di cavolo, una minestra che non fosse sempre e solo di riso con fagioli, un frutto che non fosse l’unico che si trova a Cuba di trimestre in trimestre. Un’introvabile patata. Un gelato che non fosse stato scongelato e ricongelato quaranta volte. A Cuba, a meno che tu non voglia spendere molti soldi – e anche lì, uhm – apprendi cos’è la deprivazione sensoriale, dopo mesi passati a provare un sapore solo. Io a Cuba una volta sono quasi svenuta in un supermercato, dopo due giorni trascorsi all’infruttuosa ricerca di un pomodoro. Il corpo ti chiede certe vitamine, certi sali minerali, e tu non riesci a darglieli. Atterravo in Messico e, i primi due giorni, mi strafogavo.

Eppure, Cuba funzionava. A modo suo. Davanti a ogni facoltà, all’università, c’era una targa che ringraziava la tale Comunità Autonoma spagnola che aveva finanziato il sistema elettrico. All’interno della facoltà sembrava di essere negli anni 50 dopo un bombardamento: banchi, cattedre, lavagne, tavoli sbilenchi, lampadine a intermittenza, computer e telefoni arcaici, sedie metalliche incongruenti, tutto in rovina, tutto cadente, e in mezzo a tutto questo professori trasandati, sciupati, malvestiti, che però ti facevano lezioni durante cui il tempo volava, che sapevano quello che facevano, che erano bravi. A volte proprio bravi. L’assoluta incongruenza tra lo squallore del luogo e la qualità delle parole. E la serietà, la severità, l’inflessibilità dietro la trasandatezza. La gente che ho visto bocciare all’esame di dottorato. L’incongruenza che tu, straniera, avvertivi tra come si presentava il tutto e la loro altissima considerazione di sé. Perché i cubani hanno un’immensa stima di sé. I cubani si sentono speciali, bravissimi, una specie di razza eletta. E questo non te lo aspetti, da un paese che cade a pezzi. E siccome te la fanno pesare, la loro presunzione, la loro certezza di essere degli immensi fighi, un po’ li strozzeresti e un po’ ti ritrovi ad ammettere che tutti i torti non ce li hanno. Li strozzeresti per i modi, ma poi devi ammettere che la loro forza è tutta lì. Nel sentirsi i migliori di tutti e quelli che non hanno paura di nessuno.

E’ difficile, per una come me, arrivere all’aeroporto praticamente in fuga, pregustando il mondo normale che riabbraccerai entro un’ora, sopportare con odio le ultime angherie cubane prima di entrare nell’aereo (un assorbente dieci dollari di cui otto te li metti in tasca tu, negoziante cubana che abusa del mio stato di straniera in difficoltà?) e poi, nel momento esatto in cui l’odio ti trabocca da dentro, vedere gli sportelloni di un aereo angolano che si aprono e i passeggeri che cominciano a scendere: in sedia a rotelle, in barella, uno più sciancato dell’altro. Africani che vanno a curarsi a Cuba. Gente che noi, in Europa, lasciamo morire con indifferenza se non soddisfazione, e che la poverissima Cuba invece accoglie e cura. E tu che fai? Guardi, ti rendi conto, e che te ne fai più del tuo odio? Ti accorgi che sei una straniera viziata o, peggio, che non sei proprio nessuno. Che la Storia, da quelle parti, non sei tu, non passa per l’Europa. Tu sei lo spettatore pagante, se ti va bene, oppure aria, vattene. Cuba mette a fuoco altro da te.

L’Europa, in effetti, è lontanissima. Ed è straniante sentire gli europei che parlano di Cuba e dicono sempre, puntualmente, tutto il contrario di quello che vedi tu. Dai massimi sistemi a quelli minimi. Cominciamo dai primi: “E’ una dittatura, la gente vuole fuggire, gli omosessuali perseguitati, i dissidenti“. In realtà, l’immagine di dittatura cubana che si ha all’estero è quella dei primi anni 70, del cosiddetto “quinquenio gris” che la stessa ortodossia politica della Cuba di oggi definisce come “intento de implantar como doctrina oficial el Realismo socialista en su versión más hostil.” La definizione è diEcuRed (la Wikipedia cubana, per intenderci) ma io stessa ho sentito criticare, addirittura ridicolizzare quell’epoca nelle aule universitarie dell’Università dell’Avana. Sono passati 35 anni da allora, gente. Cuba non è quella cosa lì. I cubani fanno il diavolo che gli pare. E pure gli stranieri.

Diceva la mia padrona di casa: “Tre cose non si possona fare, a Cuba: le droghe, lo sfruttamento dei bambini e, se sei straniero, una smaccata propaganda antistatale. Per il resto, se vuoi camminare per strada nudo e a testa in giù nessuno ti dice niente.” I dissidenti? Avranno una dignità quelli legati alla Chiesa, suppongo, ma credo che tutti sappiano che le varie Damas en  Blanco, per non parlare poi della Sanchez, prendono soldi per ogni manifestazione che fanno (famoso un loro sciopero perché non erano pagate abbastanza). Io non ho conosciuto nessuno, letteralmente nessuno, che ne parlasse con un minimo di rispetto. E’ gente pagata, punto, chiusa la questione. Poi, certo, la gente parla di poltica, immagina il futuro, esprime idee. C’è chi ama (amava, gessù…) Fidel e chi lo detesta/detestava. E chi, la maggior parte, ha sentimenti ambigui, tra l’ammirazione e il rancore. Chi cambia idea ogni secondo. Perché, di fondo, i cubani sono orgogliosi delle loro conquiste. Sono orgogliosi di quello che hanno combinato. E fanno catenaccio, sono uniti, sono isolani. Ecco, sono isolani. Non capisci Cuba se non ti metti in testa questo: che sono isolani, e per loro il mondo è Cuba e tutto il resto c’è se serve, sennò può pure affondare. Vogliono scappare? In realtà vogliono viaggiare. Perché sono isolani, appunto. C’è tanto mondo che non hanno mai visto. E poi, certo, vogliono soldi. Vogliono comprare cose. Vogliono guadagnare, come è umano che sia. Ma poi vogliono tornare. I cubani muoiono di nostalgia, lontano da casa, dalla famiglia, dalla loro gente, dal loro riso e fagioli. Sono uniti da fare schifo, i cubani. E se si sentono minacciati, di più. Ne sanno qualcosa gli USA, che inasprirono l’embargo nel momento esatto in cui cessarono gli aiuti dall’URSS e a Cuba fecero, letteralmente, la fame. Speravano in una rivolta, gli USA. Si ritrovarono con un popolo che si rimboccò le maniche per l’ennesima volta e ne uscì in piedi, come sempre. Inventandosi cose come il pastrocchio di soia, ripugnante intruglio distribuito alla popolazione come “proteinas para el pueblo“. Perché poi sono pratici: il corpo ha bisogno di proteine, vitamine, carboidrati? In qualche modo li ingurgitavano. E nei parchi ci sono gli attrezzi per fare ginnastica, tipo palestra. E se non ci sono medicine, ricorrono alle piante, alla medicina naturale. Ne escono sempre. E si concedono pure il lusso di esportare i loro medici in Venezuela, come altri esporterebbero, chessò, rame, in cambio di petrolio venezuelano. Questo, hanno fatto i cubani: hanno esportato medici in cambio di petrolio. Perché questo è quello che hanno: la loro formidabile, benché odiosissima, gente. Suona retorico, lo so. Odio scriverlo, odio dirlo. Però è vero. Incredibilmente, è vero. Come, poi, questi medici, questi professionisti cubani riescano ad essere bravi nonostante ristrettezze di ogni genere (falla tu, ricerca, in un paese con internet a pedali) io non lo so e non l’ho capito. Ma ce la fanno.

Gli omosessuali, poi: a Cuba si celebra il Pride, per dire. Sono finiti gli anni 70, “Fresa y chocolate” fu girato con sovvenzioni statali, non scherziamo. Ma, soprattutto, ricordo una pubblicità progresso dello Stato, dei cartelloni esposti nelle farmacie che mi colpirono molto. Era una cosa sulla prevenzione dell’AIDS e c’era la foto di due gay che si baciavano. Ma a differenza dell’Europa, dove i due gay sarebbero stati giovani e bellissimi, nella foto cubana c’erano due signori di mezz’età, bruttini, normali. Due comuni cittadini, come li avresti potuti incontrare sul pianerottolo. Né giovani, né belli, né magri, niente. Due signori che si baciavano e un pacato invito all’amore che non escludeva la prevenzione. Sobrio. Rispettoso. Bello. Mi sembrò un esempio da seguire. Del resto, Cuba è molto poco patinata. Non ha neanche la pubblicità, se è per questo. Solo pubblicità progresso e grosse scritte motivazionali un po’ ovunque. E’ il buono dell’avere molto poco da comprare, nessuno cerca di convincerti a farlo.

Altrettanto stranianti mi paiono poi i discorsi degli stranieri che celebrano i cubani come un popolo di felici danzerini sempre di buon umore e simpatici, uh, che simpatici. Di buon umore? Io, gente stronza come all’Avana ne ho vista poca, in vita mia. Quando diventa chiaro che non li vuoi scopare, che non gli vuoi offrire da bere, che non ti caveranno una lira, tu diventi trasparente ma attorno a te si dispiega la realtà: gente affaticata, incazzosissima, arrogante o, semplicemente, con i cazzi suoi a cui pensare, come è giusto e normale che sia. No, non sono ciarlieri: puoi farti un’ora su un taxi collettivo strapieno senza che nessuno parli con nessuno. Puoi andare mille volte allo stesso bar senza scambiare una parola col barista. Ricevere una gentilezza gratis è rarissimo, ricevere un sorriso non interessato di più. Se sei in difficoltà attiri gli squali. E più è giovane, la gente, e più è stronza. Ecco, questa è una cosa importante: il divario tra i vecchi e i giovani, a Cuba. Con la crisi degli anni Novanta, il sistema scolastico cubano si ritrovò a piedi, come molte altre cose. Con il grosso dei maestri esportati in giro, ci si ritrovò con i ragazzi più grandi a fare lezione ai più piccoli, per dire, e a un generale decadimento dell’istituzione. Per questo e altri motivi, si percepisce uno stacco culturale importante tra i cubani da una certa generazione in giù. I giovani non valgono quanto i loro padri. E questo sarà un problema, in prospettiva. Poi, è vero, la gente fuori dall’Avana (o da Varadero, gessù) è meglio. Molto meglio. Ma i cubani sono, dicevo, isolani. Cocciuti, orgogliosi, quello che vuoi tu, ma non amichevoli. Ma manco per il cazzo, proprio. Se sono amichevoli, anzi, è meglio che ti preoccupi. Avranno i loro motivi, e sono motivi che non ti convengono. Esagero? Sì, un po’. Sintetizzare crea stereotipi, è ovvio. Però, ecco, stereotipo per stereotipo, quello dello stronzo mi pare più azzeccato di quello del felice danzerino. Fermo restando che ballano benissimo, è ovvio.

Ma siamo sempre lì: se da una parte io li detestavo – a un certo punto li detestavo proprio tutti, senza eccezioni – dall’altra, poi, mi accorsi in fretta che, nel resto dell’America Latina, potevo usare il mio status di residente a Cuba come un’onoreficenza, una cosa che mi distingueva in positivo dalla massa europea. Soprattutto in Nicaragua. In Nicaragua, quando la gente scopre che vivi a Cuba si emoziona. Manca solo che ti abbracci. Perché, in un modo o nell’altro, tutti debbono qualcosa ai cubani. “Io mi sono laureato a Cuba, gratis!” “Mio padre è stato salvato da un medico cubano!” Una folla. Il Nicaragua trabocca di gente che in gioventù è stata presa e spesata da Cuba per studiare, che ha avuto vitto e alloggio gratis per anni, che ha con l’isola un debito a vita. E se tu vivi a Cuba, pare che ce l’abbiano anche con te, il debito. Ti trattano bene. Ti rispettano. I cubani sono rispettati, in America Latina. Se lo sono guadagnato. E alla fine, è questo: li rispetti. Io li rispetto. Non li amo, ma li rispetto. E quando hai girato per tutto il Centro America, e non ne puoi più di vedere bambini coperti di stracci, bambini che in Chiapas vanno a lavorare trascinandosi zappe più grandi di loro, bambini che circondano il Ticabus a ogni sosta della Panamericana armati di stracci e si mettono a lavarlo in cambio di un’elemosina, finisce che non vedi l’ora di tornarci, a Cuba, e di vedere finalmente bambini normali (la normalità è un concetto molto mobile), con l’uniforme lavata e stirata, belli pettinati con la riga a lato o le treccine e che vanno, tutti, A SCUOLA. Oppure a giocare. E che non lavorano. Mai. Riatterri a Cuba che trabocchi di rispetto. Lo dici al taxista che ti riporta all’Avana e lui è contento, rincara la dose: “E’ vero, noi ci lamentiamo e ci dimentichiamo del buono, ma è proprio vero. Anche i nostri portatori di handicap, non c’è confronto. E che dire della delinquenza, del narcotraffico? Siamo fortunati, noi.” Sì, sono fortunati, loro. Perché è una questione di prospettiva: se nasci povero, malato, sfortunato, è meglio se nasci a Cuba. Molto meglio, proprio. Fuori da lì, muori e muori male. Un povero non vuole essere guatemalteco, haitiano, dominicano. Vuole essere cubano, credimi.

Cosa si può dire di Fidel nel giorno della sua morte? Questo, probabilmente: che ha dato un senso allo sfuggente concetto di “cubanità”. Concetto che i cubani inseguivano da un secolo, prima che arrivasse lui. Che ha preso un popolo che lottava per la sua indipendenza da cent’anni – prima contro gli spagnoli e subito dopo, come una grottesca beffa, contro gli USA che ne presero il posto – e lo ha reso, per la prima volta nella sua storia, indipendente. Parliamo un po’ di questo, di cosa è la “cubanità”. I cubani sono figli di due popoli entrambi sradicati, spagnoli e africani, piombati su un’isola dove gli indigeni erano scomparsi praticamente subito e senza quasi lasciare traccia. Sono il risultato dell’incontro/scontro e poi mescolanza di europei venuti a fare soldi e di africani trascinati come schiavi. Sarebbero un’accozzaglia di storie e culture diverse, di radici sradicate, di bianchi e neri, schiavisti e schiavi, violentatori e violentati, se tutte queste storie e queste culture non si fossero mischiate, se tutti non fossero andati a letto con tutti, se l’immenso meticciato che ne è derivato non si fosse unito, a un certo punto, nel nome della lotta per l’indipendenza. Cuba è giovane. Diceva uno dei suoi grandi intellettuali, Fernando Ortiz: “Tutto quello che in Europa è successo nell’arco di millenni, a Cuba è successo in soli quattro secoli“. Cuba non ha storia che non sia di appena ieri, non ha spiritualità come la intendono i popoli antichi, non ha religione che non sia un minestrone di riti mischiati, non ha un colore, una faccia, un’identità che non sia quella dell’essere cubani, appunto. Qualsiasi cosa ciò voglia dire. E diceva sempre Ortiz: “La cubanità non la dà la nascita, in un paese come il nostro, né la residenza, il colore, non te la dà nessun dato oggettivo. La cubanità te la dà la volontà di essere cubano“. E’ cubano chi ha voluto costruire Cuba. E Cuba, quindi, ha cominciato a nascere nel 1860, quando bianchi e neri insieme hanno cominciato a lottare contro la Spagna. Insieme, questo è importante. Lì è stato lo spartiacque. E l’hanno combattuta per 30 anni, fino al 1898. Quando sono arrivati gli USA, che fino ad allora se ne erano rimasti a guardare tifando per lo più Spagna, e hanno sfilato la vittoria ai cubani. Hanno dichiarato guerra a una Spagna ormai sfiancata, l’hanno sconfitta e si sono presi Cuba. I cubani, quindi, invece di una vittoria si sono trovati davanti a un passaggio di consegne. Invece della loro costituzione si sono ritrovati l’Enmienda Platt, e un padrone nuovo a cui obbedire.

Però i cubani sono cocciuti, come dicevo. Per i cinquanta anni successivi si sono rotti la testa studiando, protestando, guerreggiando – la rivoluzione fallita del ’30 – e ancora e ancora, tra due dittature e mille governi-fantoccio, mentre la loro economia dipendeva dagli USA, mentre persino il razzismo si accodava a quello degli USA impiantando l’apartheid che gli spagnoli mai avevano conosciuto, mentre sull’isola dilagavano il gangsterismo e la corruzione e le carceri erano piene – allora, mica oggi! – di oppositori politici. E poi è arrivato Fidel, la cui storia è talmente folle che sembrerebbe finta, se non fosse invece reale e documentabile. Si cita spesso “La Storia mi assolverà”, credo il più delle volte senza averlo letto. E’ l’autoarringa con cui lui, ben prima della Rivoluzione, spiegò ai giudici che lo avrebbero condannato il perché dell’assalto alla caserma Moncada, fatto da lui, il fratello piccolo Raul e un manipolo di studenti, studentesse, ragazzi vari, e finito malissimo. E’ la fotografia della Cuba sotto Batista e gli USA. E’ una dichiarazione di intenti – o, all’epoca, di sogni – ed è, soprattutto, l’autoritratto di un gigante. E’ molto difficile leggerlo, sapere che quell’uomo stava entrando in carcere e non sentire un rispetto immenso. Poi vennero l’uscita dal carcere, l’esilio in Messico, l’acquisto di una barchetta (Il Granma) con cui partire, stipandola all’inverosimile, all’assalto di Cuba, lo sbarco (su cui il Che disse: “Fu più che altro un naufragio”), la polizia di Batista che stermina i naufraghi, Fidel che alla fine si ritrova con – boh, vado a memoria – meno di venti superstiti e dice: “Ce l’abbiamo fatta, vinciamo sicuro.” E vince. Sul serio. E, per la prima volta nella sua storia, Cuba diventa uno Stato sovrano. Questo, è stato il punto.

E poi vince ancora, e ancora, e ancora. Contro gli USA. Prendendoli sempre, incessantemente, per il culo. Gli USA proiettano propaganda anticastrista sul loro palazzone all’Avana? Castro fa circondare il palazzone da bandiere più alte, una per ogni stato che all’ONU si è dichiarato contrario all’embargo, e così lo impacchetta rendendolo praticamente invisibile. Gli USA mandano navi al largo di Mariel per prendere dissidenti in fuga e mostrarli al mondo? Fidel fa svuotare tutte le carceri e i manicomi di Cuba e ne spedisce gli ospiti tutti da loro, riempiendo gli USA di matti e delinquenti comuni cubani. La lista è infinita, la vicenda umana di Fidel anche. Il rapporto tra USA e Cuba, alla fine, è strano. Ma strano forte.

Gli USA e Cuba si amano e si odiano, sembrano parenti in lite. I primi hanno sempre voluto mettere le mani sui secondi, prima cercando di comprare Cuba alla Spagna, poi prendendosela con le cattive. I secondi hanno sempre sofferto l’ingombrante ombra e le mire squalesche dei vicini, e hanno fatto tutto quello che un popolo può umanamente fare per farsi trattare alla pari. Cuba non ha voluta fare la fine di Puerto Rico, tutto qui. Non ha voluto essere una colonia. Ma, alla fine, la sua storia recente è stata comunque pesantemente condizionata dagli USA. Avrebbero chiesto aiuto all’URSS, virando fortemente sulle posizioni sovietiche, se non avessero dovuto difendersi dagli USA? Avrebbero avuto bisogno di un partito unico per 50 anni se non avessero avuto bisogno di essere tanto compatti dinanzi a un nemico tanto potente? E come sarebbe, oggi, Cuba, se non uscisse da 60 anni di embargo? Se è riuscita a dare cibo, salute e istruzione a tutti i suoi cittadini NONOSTANTE l’embargo, cosa avrebbe fatto senza il limite, l’impoverimento a cui è stata condannata? Voi lo sapete? Io no, francamente. Quello che so, è che l’embargo li ha compattati ancora di più. E, conoscendoli, non era difficile da capire.

Però ho visto un sacco di cittadini USA, a Cuba, e ben prima che Obama aprisse il paese. Col cappello in mano e colmi di ammirazione, li ho visti. Che arrivano per dei corsi di studio all’università, o da soli, passando per il Messico per non farsi scoprire dalle proprie autorità. Perché gli statunitensi non potevano andare a Cuba per ordine degli USA stessi, ma lo Stato cubano li ha sempre fatti entrare, facendo col visto lo stesso giochino che Israele fa con chi non vuole il timbro d’entrata sul passaporto: te lo dà su un pezzo di carta. E ho visto un sacco di cubani che desideravano andarci, negli USA, e fare soldi, vedere l’abbondanza, visitare i parenti. Sono talmente vicini, in linea d’aria, che sembra incredibile.

Io, alla fine – e concludo questa lunga riflessione che oggi mi era proprio necessaria – di Cuba ho capito questo: che la devi rispettare, sennò prendi calci in culo. Tiri fuori il peggio dai cubani, se li prendi contropelo. E che questo orgoglio infinito, cocciuto, cazzuto, fa parte del sentire dell’isola ma Fidel lo ha saputo compattare, dargli sfogo e direzione. Lui ha preso un popolo costretto a passare da una bandiera all’altra e ne ha fatto una cosa diversa: il popolo che ha vinto, quello che si è guadagnato l’indipendenza e l’ha difesa, quello che ha ottenuto le uniche, grandi conquiste sociali dell’America Latina, quello che più si è schierato contro il razzismo, quello che ha fatto sognare mezzo pianeta, quello che non si capisce come abbia fatto ma, in qualche modo, ce l’ha fatta. Ha preso una colonia e ne ha fatto uno Stato. Molto, molto orgoglioso di sé. Ha commesso errori? Certo. Avrebbe potuto fare di meglio? Sì. I cubani hanno sofferto? Sì, ma l’alternativa era essere Puerto Rico o peggio. E avevano combattuto troppo, e troppo a lungo, per potere accettare di essere Puerto Rico. So’ gente orgogliosa, che gli vuoi dire.

Per quanto possa sembrare paradossale, io non pensavo che Fidel potesse morire. Pensavo che avrebbe seppellito pure me. Mi fa proprio uno strano effetto, questa morte, ed essendo io una donna del Novecento penso che, stavolta, di giganti non ne rimane proprio nessuno. Ora: i cubani di oggi, i giovani cubani di oggi, saranno all’altezza della storia incredibile che gli lascia Fidel?  Io credo che lui abbia cercato anche, riuscendoci spesso, di tirare fuori il meglio dal proprio popolo. Di dargli disciplina, serietà, educazione, cultura. Di fare di un popolo caraibico il popolo serio per eccellenza di tutta l’area. Operazione non facilissima, va detto.

Lascia un popolo povero ma viziato, nonostante la cura da cavallo degli anni Novanta. Che non paga bollette, che ha la sopravvivenza assicurata, che si crede ‘sto cazzo. E che è umanamente e culturalmente in declino da un po’. Dove le differenze razziali, dagli anni novanta in poi, si sono accentuate. Da quando le rimesse dell’estero sono diventate vitali, e si dà il caso che il grosso dei cubani emigrati fosse bianco e abbia, quindi, mandato denaro alle famiglie bianche, mettendo loro e solo loro in condizione di partire con la piccola impresa. Un popolo che ha più aspettative che voglia di lavorare, e a cui il turismo – soprattutto quello italiano, e va detto a nostro disonore – ha fatto un gran male.

Non so cosa ne sarà di Cuba, se i suoi “difetti” la aiuteranno anche stavolta o se, senza il carisma del suo Padre della Patria, diventerà il paesello qualsiasi che tanti sperano che diventi. Temo la generazione cresciuta negli anni Novanta. Se Cuba va al macero, sarà per loro. Ma se questo dovesse accadere, sarebbe una gran perdita per il mondo intero. Sono degli stronzi, pensano solo agli affari loro, ti venderebbero al macello se solo potessero – e lo fanno appena possono – e tuttavia, pur di essere fighi, hanno dato tanto. Per un’italiana che non li regge ci sono cento cittadini del Terzo Mondo che devono loro qualcosa. Da sessanta anni, rendono il pianeta più vario e più vero.

Io credo che si sentano abbastanza male, oggi, i cubani. E che ne abbiano tutti i motivi.

Tocca invece invidiare un po’ il Padreterno, se c’è, ché finalmente se lo vede là, ‘sto famoso Fidel, e finalmente può farci due chiacchiere. Non ha aspettato poco, decisamente. E mi piace immaginare che, tra i due, il più curioso sia il Padreterno.

da Haramlik, il blog di Lia – http://www.ilcircolo.net/

 

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40 Commenti


  • donatella castellucci

    umano e d unque bellissimo come articolo


  • giancarlo scotoni

    molto bello, grazie


  • tania maria dos santos

    Bravíssimo


  • massimo2121

    Lucido……


  • livio goletto

    Solo un grande grazie. 


  • Flavio

    E brava Lia. Anche se non sono d'accordo al 100% (per esempio quando sembri giustificare il partito unico, che a me sembra l'esatto contrario del comunismo, che è pluralista per definizione), hai centrato in pieno il problema. Complimenti.


  • paolo

    Ortimo articolo. Complimenti. Pezzi così intelligenti non li leggiamo sulla "grande" stampa italiana e straniera. 


  • T.S.

    Una testimonianza fuori da ogni retorica, quindi preziosa.


  • Aldo

    Io non sarei così pessimista sul futuro. Castro forse è venuto a mancare nel momento giusto. Gli Usa fanno sempre più fatica a proiettarsi all'esterno (l'elezione di Trump ne è un sintomo) e nel frattempo crescono altre potenze, già impiantate a livello economico e militare nell'isola (storicamente o in tempi più recenti). Se poi questo prospettive si concretizzano… http://forum.barriodecuba.it/phpBB3/cuba-conferma-grandi-giacimenti-di-petrolio-t38064.html  il ricrearsi di importanti disparità tra neri e bianchi però è una incognita pericolosa. i futuri governanti se ne dovranno occupare.


  • Antonio

    Grazie, ho le lacrime agli occhi !


  • Sergio

    Grazie, questo articolo mi ha fatto crescere un po, persone che conosco e che sono state a Cuba in vacanza mi hanno confermato molte delle cose qui descritte, molto molto bello!!!


  • Nicola

    Una bellissima testimonianza.


  • Claudia P.

    grazie. da chi ci ha vissuto


  • Cinzia

    grazie Lia, un punto di vista interno, lucido, ben scritto.


  • silvana

    molto lucido, vero!

     


  • michela

    Davvero una bella analisi, profonda a disinteressata! Leggerli articoli così!!!


  • Marta

    Bello Lia, grazie davvero! C'è bisogno di testimonianze come queste per rialzare la testa contro il facile stereotipo e le sterili generalizzazioni (il 99,9% di quel che si legge e si dice). Cuba insegna anche a non perdersi piu' come pesci fuor d'acqua nell'oceano dei vacui interessi mediatici e delle propagande anti-tutto. E' vero, sull'isola c'è una grande limitatezza all'informazione globale (e parole come le tue sarebbero come oasi nel deserto) ma anche qui si accende il dubbio: meglio quello o l'infinità di inutili opinionisti che ci riempiono orecchie occhi e cervello dalla mattina alla sera? Di fatto il lato negativo di Cuba è stato montato unicamente dai sistemi mediatici USA, viverla è un'altr cosa, per noi occidentali così difficile da comprendere perchè il vizio corrompe le virtù. Passione e dignità: viva Cuba Libre!


  • Franco Fava

    Mi ha colpito la tua testimonianza dei poveretti angolani che dall'Africa arrivano a Cuba per curarsi. Quando hai ricordato come Cuba abbia a lungo esportato buoni medici, soprattutto in Africa e di come sia meno drammatico, ancora oggi, essere un diseredato a Cuba che ad Haiti o in un altro Paese centro-sudamericano. Tutto vero, come purtroppo è anche vero come Cuba abbia esportato in Africa anche soldati. E tanti. Alimentando le guerre di liberazione degli anni 70 soprattutto in Angola ma anche in Mozambico. In particolare proprio nel primo caso, proprio la guerriglia cubana, contrapposta a quella sudafricana, allungò i tempi di una transizione negoziata. Arrivata poi puntualmente, ma solo a seguito di vere e proprie carneficine di cui l'Angola porta il segno ancora oggi.

    Mentro leggevo il pezzo della bravissima Lia De Feo sono tornato indietro nel tempo. A quella sera del 10 settembre 1992 a L'Avana quando, quasi imbucato, mi ritrovai protagonista all'interno del Palazzo della Revolution di un breve ma intenso faccia a faccia col Lìder Maximo in occasione della cena di gala offerta a Primo Nebiolo e ai dirigenti Iaaf alla conclusione della Coppa del Mondo di atletica.

    Era accaduto che la mattina allo stadio, proprio nella hall dell'ingresso principale, avevo notato un librone sulla vita di Fidel rinchiuso in una bacheca di vetro. Saranno state 400 pagine, ed era aperto a metà. Proprio sulla pagina occupata interamente da una foto in cui Fidel, braccia al cielo e con le scarpette chiodate, vinceva una gara di 800 metri. La didascalia riportava anche il tempo (credo 1:52” e rotti).

    Ovviamente ne rimasi stupito. Tutti sapevano del passato sportivo di Fidel, di quanto amasse baseball, basket e di quante volte anche fosse salito sul ring. Ma sfido chiunque, ancora oggi, che fosse a conoscenza anche dei suoi trascorsi di buon mezzofondista.

    Ecco perché mi incazzai un po' quando venni a sapere che lo staff di Primo Nebiolo non aveva previsto la presenza di alcun giornalista (in realtà qualcuno fu invitato, non certo io però in quell'occasione) nella sua visita al Palazzo Presidenziale. Qualcuno alla fine rimediò e anch'io riuscì ad arrivare nella sede del Lider. In tempo per un paio di bicchieri di ottimo vino argentino e per prender posizione tra le decine di invitati che nel lungo corridorio attendevano il passaggio e il saluto di Fidel in compagnia di Primo Nebiolo.

    Confesso che mi tremavano le gambe quando Fidel si fermò proprio davanti a me e a qualche collega italiano. Presi coraggio e con uno spagnolo stentato gli chiesi conto di quella foto che avevo visto la mattina in bacheca. <<Ma come comandante, tra tanti sport praticati e amati non pensavamo ci fosse anche il mezzofondo, ci dica di quella corsa sugli 800 metri…>>. Lui la prese alla larga. A stupirmi era il fatto che rispondeva alla mia domanda senza guardarmi negli occhi, ma rivolgendosi al suo ministro dello sport che gli stava accanto (credo si chiamasse Fernandez). Come se la domanda fosse arrivata da lui.

    Comunque, non fu sbrigativo nella risposta. Credo che gli piacesse poter parlare di sport. E si capiva come lo sport fosse stata per davvero una sua grande passione, oltre a quella della Rivoluzione. Mi raccontò che in realtà praticò poco le piste di atletica, si divertiva di più col baseball e ill basket. Di quanto fosse importante lo sport per i cubani e di quanto lo dovesse essere per tutti i popoli del mondo. <<Non puoi avere il coraggio di fare una rivoluzione se non hai la passione per lo sport>>.

    Concluse con una battuta che, ancora oggi, non so davvero se fosse una battuta o una riflessione sulle sue scelte di vita. <<In realtà devo ammettere che forse ho sbagliato tutto nella mia vita. Avrei dovuto scegliere di dedicarmi a tempo pieno allo sport e non alla rivoluzione…>>.

    Il giornale di un nostro collega milanese titolò così due giorni dopo in prima pagina una corrispondenza da L'Avana: “Metti una sera a cena con Fidel”.

    Franco Fava


  • Giorgia

    Vero. Sincero Come mai non ero riuscita ad esprimere i miei sentimenti contraddittori nei confronti della mia seconda famiglia.. grazie.


  • Aurora

    Grazie Lia per l'analisi imparziale e veritiera che ci hai regalato. Cuba è davvero così e per quanto stronzi siano i cubani, alla fine non puoi che rispettarli e forse invidiarli un po' per l'orgoglio e la dignità che li contraddistingue. D'altra parte con esempi come Josè Martì, Camilo, Ernesto e Fidel…non poteva che essere così. Sono da ammirare e bisognerebbe imparare molto da questo popolo.

    Avrei bisogno di mettermi in contatto con lei per chiederle alcuni consigli, ma non riesco ad entrare nel suo blog…come posso fare?

     


  • Aurora

    Ah…con la parola "stronzi" non intendo offendere il popolo di Cuba (di cui sono innamorata). Forse il mio "stronzi" andrebbe sostituito con "fieri"…ecco il termine suona più appropriato. 

    Detto questo, mi unisco al dolore di questo popolo a cui mi sento tanto vicina…ciao Fidel!


  • dario ceccarelli

    Da leggere a rate. C'è molto amore, quindi condivisibile a metà. Però orginale e pieno di cose. 


  • Flavio

    Bravissima! Un vero racconto (breve) emozionante e coinvolgente, al di là delle opinioni del singolo.


  • Franca

    Molto bello , lucido e comunque caldo, appassionato e comunque oggettivo. Mi ritrovo molto in questo "racconto". Fra un po' parto per Cuba e so che in ogni sguardo cubano ritroverò la dignità di esserlo . 

     


  • mauro

    grazie, finalmente una riflessione sull'isola che aiuta a capire l'isola. Grande testimonianza, detto da uno che conosce ed ama l'America Latina. Ed una dedica a Fidel intellettuale,umana ed onesta.


  • Paola barile

    Non ne sapevo nulla di Cuba.  Mi incuriosiva . Ora ne so.di più . E sono una serie.di.foto che si sciorinano sotto una gigantografia. Mi sembrano foto sincere non ritoccate . Ruvide e nette . Fidel preso.in giro dai reazionari come mio padre che sempre liquidava il discorso con un sorrisetto scettico . E invece Fidel ce l'ha fatta a portare avanti una popolazione , la.loro fierezza cultura . Ha fatto.digerire loro la vita semplice in cambio di una grande dignità 


  • Lorenzo

    Una scrittura diretta, sincera, affascinante, bella e noncurante dello stile. Se sei come scrivi allora… mi sono innamorato di te.


  • Anabel Rodriguez Roche

    Come cubana ,fidelista, ho apprezzato tantissimo questo bel articolo, neutro, chiaro, brava Lia e grazie, hai descritto bene il mio popolo, certo é che io non direi che siamo stronzi perché per me il mio popolo é buono ma guardandolo e interpretandolo dal punto di vista di Lia, posso capire che lei ha avuto la sfortuna di trovare gente che nel bisogno voleva essere aiutato ma tutta nasce dall ignoranza, guardando come referenti i cubani che venivano da fuori perché erano andati lì a vivere e che venivano ostentando molte volte di cose materiali ci ha fatto capire male il mondo esteriore, certo che in Stati Uniti molti immigrati stavano bene e allora il fatto di vedere un turista per noi, sopratutto de Europa o del Nord del mondo voleva dire ricchezze e questo é un grosso tabu che con il tempo la gente sta cambiando perché viaggiamo e dopo la crisi del 2008 le cose son cambiate nel mondo.


  • Silvia

    Mai letta cosa più bella


  • savio

    Grazie

     


  • rinella

    Non conosco personalmente Cuba, la amo per 'tradizione', sono vagamente 'innamorata' pure di Fidel x appartenenza generazionale e questo articolo me li ha fatti amare ancora di più. Rinuncerò a visitare Cuba a qs punto, purchè ci rimanga Lia a testimoniare così efficacemente: Fidel magari mi rìngrazia.


  • enzo

    Bravissima. Frequento Cuba da oltre vent'anni e condivido ogni tua parola.Soffocato dal mare di banalità luoghi comuni, scempiaggini, bugie che in questi giorni (e non solo in questi giorni) abbiamo dovuto leggere  ed ascoltare da giornalisti noti e ignoti, molto spesso ignari di Cuba, ho apprezzato con commozione e ammirazione il tuo omaggio a Fidel. Grazie

     


  • monica

    Grazie!!! Un'analisi molto puntuale che illumina e arricchisce la mia conoscenza


  • Angela

    Grazie Lia, anchio sono stata studentesa alla havana, ho avuto le piu grandi amicizie, FRATELLI e maestri, ma condivido tante cose che  avrei voluto dire anchio perche le ho bisuto in carne propia, ho conoscito Fidel e oggi senza di lui e senza i miei cari, posso dire che la isola ha perso il suo encanto…. Fortuna, solo fortuna si puo desiderare ai Cubani coraggiosi e determinati che ha lasciato la revolucion!  


  • Giancarlo Attena

    Fantastico articolo. Però non si dice mai, mai da nessuno in nessun articolo, che gli usa, oltre al più infame e criminale embargo della storia, hanno sferrato un altro devastante attacco alla Rivoluazione Cubana. Hanno assassinato Ernesto Che Guevara. E' tanto difficile immaginare cosa sarebbe stata La Rivoluzione Cubana senza l'embargo e senza l'assassinio del Che?


  • Riccardo

    Interessante e bel racconto, grazie!


  • franky

    Bellissimo articolo. Anch'io vivo a Cuba, per lavoro. Non ho la stessa opinione dei cubani. Certo che per molti sono anch'io un portafoglio viaggiante. Ma ho anche sentito affetto, Su una cosa, purtroppo, non sono d'accordo. Lia scrive che se il paese andrà a rotoli per colpa della generazione degli anni novanta. Non credo. Hanno certamente ricevuto meno dal sistema, rispetto alle generazioni precedenti, anche per motivi contingenti. Tuttavia, è ancora la vecchia, vecchissima classe dirigente a decidere il futuro dell'isola. E molti temono che, per paura di perdere quei quattro privilegi che pur hanno (una vecchia e scassata lada, o un appartamento al nuevo vedado) la vecchia dirigenza ostacoli ogni forma di apertura. E' questo il rischio. Cuba deve cambiare perchè non siano gli altri a cambiarla con la forza. Già si avvertono le prime diseguaglianze sociali (lo ha scritto lia stessa) frutto delle rimesse di miami o dai primi pallidi segli di un capitalismo "soft". Ma è tutto molto rallentato, molto difficile. In quanto alle eccellenze del passato (los "logros de la revolución"), l'educazione e la sanità, da molto ormai a cuba le cose non vanno per il verso giusto. I bambini saranno pettinati e avranno l'uniforme stirata, ma le aule cadono a pezzi, e gli ospedali funzionano sempre peggio. Finchè smetteranno di funzionare.

    Cuba non e`il resto del sudamerica. Non è il terzo mondo. Ma se non vuole diventarlo, deve iniziare il percorso del cambiamento.


  • Christian de Dampierre Raimondi

    Articolo spontaneo e assai interessante per le notizie che riporta, come per le considerazioni che esprime.  Talvolta lo stile letterario appare non essere all'altezza dell'interesse che queste note di viaggio, queste eperienze di vita, arrivano a suscitare nel lettore.  Talvolta un vocabolario da anni novanta, appunto, che un poco contrasta, invece, con l'acume espresso in un serio studio sul campo della realtà sociale cubana,  Nel complesso, un giudizio, anche storico, assolutamente da condividere.


  • Aldo Barbati

    Grazie, molto bello!

    Hai espresso con completezza e lucidità proprio quello che ho sentito quando, solo per una vacanza di 2 settimane con la mia compagna per vivere un po' della Cuba con Castro, sono stato nell'isola.


  • Pietro

    Analisi lucida e realistica. Chi è stato o conosce Cuba saprà apprezzarlo meglio degli altri. Si potrà condividere o meno tutte le opinioni personali espresse, ma il taglio dell'articolo è perfetto e al di fuori degli schemi imposti dai giornali e per questo maggiormente importante. Complimenti!

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