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Il sindacato di classe del XXI secolo è ora una possibilità concreta

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Ho visto una concreta possibilità che il sindacato di classe del ventunesimo secolo divenga una realtà. Ho visto la volontà di costruirlo non solo nelle scelte del gruppo dirigente, ma negli interventi che dai più diversi luoghi di lavoro, dai mondi del precariato e della immigrazione, da quello dei pensionati, si sono succeduti instancabili ed appassionati nel congresso del USB

Praticare il sindacalismo di classe oggi significa andare totalmente controcorrente, rispetto al sistema di potere e anche a CGILCISLUIL, nelle quali è prevalso il modello del sindacato di mercato, che accetta tutte le compatibilità e quando non sceglie la complicità, al massimo pratica la riduzione del danno.

Ma la costruzione di un sindacato di classe va anche in altra direzione rispetto alla tradizione del sindacalismo di base, cioè alla contestazione a macchia di leopardo delle scelte negative del sindacalismo complice. Tale costruzione si propone un obiettivo ben più ambizioso: fornire al mondo del lavoro uno strumento per provare a ribaltare i rapporti di forza, per “riprendersi tutto”, come titolava il congresso.

Così la USB prova a fare un salto rispetto alla sua stessa esperienza e storia; e non a caso, in molti interventi, le radici a cui ci si è voluti esplicitamente riallacciare sono quelle della CGIL che non c’è più, quella di Giuseppe Di Vittorio, sindacato di classe, di massa e anche di popolo.

La scelta di usare il termine “confederale” per definire la dimensione dell’organizzazione è coraggiosa, visto che fino a poco tempo fa questa parola segnava il confine tra il mondo di CGILCISLUIL e chi quel mondo contestava.

Dentro quei grandi sindacati il termine confederalità è diventato sinonimo di compatibilità. Se un settore, una fabbrica, un gruppo di lavoratori rifiutava un accordo peggiorativo, la “confederalità” interveniva a dimostrare che quella era una scelta corporativa e che i superiori interessi del mondo del lavoro richiedevano quei sacrifici. Così fu teorizzato sin dalla Conferenza dell’Eur, nel 1978.

La USB vuole invece ribaltare questo uso della confederalità nel suo opposto; cioè vuole usarla per diffondere in tutto il mondo del lavoro il sindacalismo di classe. Questo significa che chi è più forte non solo non rinuncia alla sua forza per difendere se stesso, ma la usa anche per sostenere gli altri. La confederalità diventa quindi lo strumento per diffondere, organizzare e unire le lotte. Da quelle dei migranti super sfruttati nella logistica e schiavizzati dai caporali nei campi, agli operai delle fabbriche e dei servizi che rifiutano accordi e contratti dove si impongono il taglio dei salari e la flessibilità selvaggia, ai lavoratori pubblici che si battono contro la distruzione dello stato sociale. Il NO dei dipendenti di Alitalia al vergognoso accordo su svendita e licenziamenti non è qui sentito, come invece vorrebbe il potere, come un singulto di lavoratori privilegiati che non si vogliono adattare alla realtà, Al contrario quel rifiuto è stato fatto proprio e viene vissuto come esempio da tutti, anche da chi oggi non ha la forza di fare la stessa scelta sulla propria condizione.

Le lotte dell’Alitalia e dell’Ilva diventano così la punta del conflitto per non svendere il paese ed il lavoro alle multinazionali e per questo la USB fa la scelta chiara e netta delle nazionalizzazioni. Parola tabù non solo per chi obbedisce al sistema di potere finanziario italiano e della Unione Europea, ma anche per certe “opposizioni radicali”, che hanno paura di rivendicare l’intervento dello stato nell’economia in alternativa al dominio del mercato e che così si rifugiano in inesistenti terze vie.

Il sindacato di classe non è solo provare ad unire le lotte, ma è anche l’individuazione degli avversari di quelle lotte. Sapere chi sono i nostri è necessario, ma conoscere i nemici lo è altrettanto. E la USB lavora su questo, nella scelta internazionalista contro il capitalismo globalizzato ed i suoi strumenti di potere come la UE e la NATO; nella lotta per la difesa e l’applicazione della Costituzione che ha portato allo sciopero politico del 21 e alla manifestazione del 22 ottobre; nella collocazione rivendicata con orgoglio nel percorso di Eurostop, che ha portato alla manifestazione del 25 marzo, che ha cancellato le destre e la loro finta bandiera di lotta contro l’austerità europea. Il sindacalismo di classe è indipendente dal potere, ma non indifferente ad esso. Da qui la necessità della dimensione politica delle lotte, di prendere parte per sentirsi parte.

Ma il conflitto di classe oggi non è solo dentro il lavoro, ma nel territorio, nelle periferie abbandonate dallo stato sociale e invase dalla speculazione edilizia e dalle povertà. La Federazione del Sociale che nasce nella USB si propone appunto di agire contro lo sfruttamento sociale che si diffonde nel territorio.

Qui ci sono le contraddizioni più gravi in mezzo ai poveri. Non ci sono conflitti tra nativi e migranti nei luoghi di lavoro, ma nelle città sì, segno che il risorgente razzismo su cui agisce la destra xenofoba e fascista ha una specifica alimentazione nel disagio sociale del territorio.

Qui la lotta per la casa e per i servizi pubblici incontrano molte frontiere, che solo lo spirito del sindacalismo di classe ha la forza di abbattere. E su questa frontiera oggi sono impegnati in USB tanti giovani entusiasti, preparati e coraggiosi, che tra l’altro stanno subendo i colpi di una ondata repressiva durissima, oggi diventata sistema con le leggi Minniti.

Va detto che tutto il potere sta rivolgendo verso i militanti della USB un “occhio di riguardo”, tante sono le denunce ed i processi che li colpiscono, cosi come le rappresaglie padronali. Ultima quella contro Sasha Colautti, che la multinazionale Wartsila vuol deportare da Trieste a Taranto, per punirlo della decisione di dimettersi da segretario della Fiom, rientrare al lavoro e aderire alla USB. Tutto il congresso ha sentito su di sé questo attacco e per questo ha deciso di manifestare a Trieste il 24 giugno con grande determinazione.

Ecco, determinazione ed anche entusiasmo sono i sentimenti che hanno percorso i tre giorni del congresso, dalla relazione a tutti gli interventi. Non si fa sindacato militante senza passione, senza quella connessione sentimentale con il popolo che Antonio Gramsci considerava determinante per evitare la burocratizzazione e le caste. Se non ami gli sfruttati e gli oppressi e non odi chi li sfrutta ed opprime, non puoi essere un sindacalista militante.

Entusiasmo, ma non trionfalismo, anzi. Il confronto congressuale non si è nascosta nessuna delle difficoltà che sono di fronte. Quella culturale innanzitutto. Perché la CGIL di Di Vittorio poteva muoversi nel mare del movimento operaio comunista e socialista, sull’onda della sconfitta del fascismo e poi su quella della rivolta mondiale del 1968. Oggi nulla di tutto questo è in campo e il pensiero liberista dominante non sta solo nelle stanze del potere, ma, grazie anche ai mass media, è senso comune delle masse, spesso anche di quelle che si ribellano.

Affermare, innanzitutto nelle proprie stesse file, punti di vista e conoscenze critiche su tutta la società è una esigenza di fondo, che la USB chiama bisogno di formazione. La stessa crescita dell’organizzazione, con l’entrata nella USB di chi proviene da CGIL o dalle nuove sindacalizzazioni, pone problemi. Il primo è quello immediatamente contrattuale: come far sì che l’adesione divenga rivendicazione, vertenza; come rompere i muri blindati degli accordi a perdere di CGILCISLUIL. Ne segue immediatamente il problema di come organizzare un sindacato povero, quasi senza funzionari, verso il quale la domanda di tutela è enorme. E poi come si adatta la vita interna della USB a questa sua crescita, come riesce ad essere inclusiva senza che nessuno di coloro che lì lottano da più tempo, si senta emarginato. Ed infine come trovare un equilibrio tra la necessità di ampliare e a volte proprio costruire l’organizzazione, e le iniziative di lotta unitarie con altre organizzazioni e movimenti, anche queste indispensabili.

Sono tutti snodi che si presentano e si presenteranno nella crescita della USB verso un sindacato di classe di massa, intanto però il congresso non si è preso paura di fronte ad essi e ha deciso di andare avanti. È interesse di tutto il mondo del lavoro che l’impresa riesca.

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