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Banche, finanziarizzazione e tecnologia nell’orgia del capitale

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Nella galassia antagonista uno tra gli argomenti d’attualità meno dibattuti riguarda i cambiamenti epocali che sta vivendo il settore bancario.

Si tratta di uno sconquassamento paragonabile alla transizione della fabbrica fordista ad alta produttività e tasso di lavoro umano a quella a produttività ancor più elevata, in cui il lavoro umano è stato quasi del tutto espunto dall’automazione.

Il riferimento visivo più lampante è quello delle catene di montaggio dell’industria automobilistica e, probabilmente – se non fossimo un paese in stato di dismissione industriale da ormai 3 decenni – il gigantismo di questo passaggio potrebbe essere compreso anche dall’uomo comune, che per altro è il candidato naturale a subirne gli effetti nefasti, come si verificò appunto negli anni della trasformazione del modello produttivo fordista.

Le intellettualità di sinistra, ai tempi, risultarono impreparate a cogliere nella giusta ottica quella metamorfosi; purtroppo a quarant’anni da quei fatti, la desertificazione di pensiero è diventata ancor più vasta, dunque l’ipotesi di trovarci completamente disarmati rispetto al dipanarsi degli eventi è quasi una certezza.

Val dunque la pena provare ad approfondire un minimo la questione, inserendola nella cornice delle trattazioni sulla “rivoluzione industriale 4.0” cui Contropiano sta riservando ampio spazio.

Anzitutto va stabilito che il modo in cui la tecnologia sta innervando il settore produttivo (materiale) non è speculare ai suo riverberi nell’ambiente finanziario. Anzi a dispetto di una base comune – la tecnologia, appunto – i due mondi sembrano instradati su una dicotomia dai risvolti laceranti, data la facoltà della finanza di “ammazzare” l’economia reale.

Se la cosiddetta “rivoluzione industriale 4.0”, infatti, si può sintetizzare come un nuovo, radicale capitolo del processo di automazione produttiva in atto dalla seconda metà degli anni ’70 del secolo scorso, la tempesta che si sta abbattendo sull’universo del credito minaccia di sconvolgere completamente la percezione che ancora conserviamo di quel mondo.

Nonostante il radicale processo di privatizzazione e il contemporaneo spostamento del core business di settore dalla gestione del risparmio alla speculazione volta a generare denaro dal denaro, finanza e banche conservavano ancora una percezione, anche fisica – reti capillari di sportelli, impiegati, consulenti, ecc. – solida nell’immaginario collettivo. Percezione che ha ricevuto una prima, violenta, picconata dal fallimento Lehman del 2008 cui è seguito un vorticoso stravolgimento del settore generato dal cosiddetto shadow banking.

Il credito ombra è un caso da manuale nell’ambito delle soluzioni interne al modo di produzione capitalista che generano più problemi di quelli che vorrebbero sanare.

Esso nasce come risposta alla stretta creditizia con cui il mercato finanziario istituzionale (ricordiamoci sempre che si parla di soggetti privati) ha cercato di tamponare le perdite derivanti dall’esplosione della bolla dei sub-prime.

Com’è risaputo, dopo anni di vacche grasse in cui il credito veniva concesso a chiunque – dal più improbabile imprenditore a stuoli di consumatori palesemente insolventi – le banche, rimpinguati i forzieri con i piani pubblici di salvataggio, decisero di attendere il passaggio della tempesta leccandosi le ferite e riducendo drasticamente i finanziamenti, più banalmente la liquidità, messa a disposizione di consumatori e aziende.

La situazione ha ovviamente falcidiato il “mercato” che, dagli anni ’80 in poi, è di fatto sopravvissuto a se stesso grazie all’accesso al credito estremamente facilitato. Gli acquisti rateali sono scolpiti nella memoria di un interno emisfero, così come, almeno in Italia, l’istantanea di un tessuto produttivo che per dimensioni degli attori che lo popolavano non poteva avere altro interlocutore che non fosse la fideiussione bancaria.

E’ a questo punto che il credito ombra entra in scena andando a colmare il vuoto lasciato dai creditori istituzionali, operazione che svolge, capitalisticamente parlando, anche con maggiore efficienza dal momento che le realtà operanti nell’ombra, non devono sottostare alle seppur blande regolamentazioni legislative in materia, perché non sono classificabili tra gli operatori istituzionali.

Questo vantaggio competitivo ha consentito allo shadow banking di generare un giro d’affari valutato in 149mila miliardi di dollari, di cui 34mila miliardi considerabili a rischio (fonte: IlSole24Ore). A fronte di numeri di questa entità, va tenuto a mente che gli operatori del credito ombra non sono tenuti nemmeno all’accantonamento di una riserva frazionaria, quindi se qualcuno di loro dovesse saltare non ci sarà nemmeno la possibilità di fare retorica pretendendo che i buchi siano coperti, seppur in minima parte date le cifre in gioco, con il contenuto dei forzieri di lor signori.

Le criticità fin qui esposte sono trattate a livello politico da un lustro scarso e per altro solo in quegli ambienti che hanno mantenuto percezione del ruolo strategico giocato dal mondo bancario nell’odierna competizione globale. Mi riferisco alla Germania, che tuttavia ha gatte da pelare probabilmente eccedenti le capacità della propria classe dirigente, e la Cina, al momento seduta su un’autentica polveriera e c’è da scommettere che l’attuale dirigenza del PCC si giocherà una larga fetta del proprio futuro sulla gestione della faccenda, oltre che sulla realizzazione della “nuova via della seta” la cui impostazione, molto probabilmente, non è estranea anche alla necessità di governare, almeno in chiave ridimensionamento, la bolla montata dal credito ombra.

Per altro l’intersezione tra bolla shadow banking, nuova via della seta e investimenti cinesi all’estero andrebbe seriamente analizzata a sinistra, non soltanto per scandagliare l’anomalia costituita dal “socialismo con caratteristiche cinesi”, ma anche per tenere i piedi ben saldi a terra ogni qual volta s’invoca l’allineamento al celeste impero per evadere dalla gabbia economica impostaci dalla UE. Scritto altrimenti, il passo dalla padella dei project financing nostrani, alla brace di quelli con “caratteristiche cinesi”, può lasciare sulla pelle di un’economia ampiamente disastrata come quella italiana, ustioni insanabili.

Finora la questione tecnologica associata agli sconvolgimento del mondo bancario è rimasta sullo sfondo, ma soltanto nella mia esposizione. Se lo shadow banking è risultante pratica della stretta al credito, la sua crescita mostruosa, infatti, va tecnicamente imputata agli strumenti informatici che hanno consentito di strutturare e processare con rapidità crescente algoritmi finanziari sempre più complessi (banalmente, operazioni matematiche con cui gli strumenti d’investimento si impacchettano in forme diverse per essere rivenduti sul mercato), che fattivamente contribuiscono alle difficoltà di regolamentazione nella cornice del libero mercato.

Anche questo argomento è assurto al dibattito con ritardo e limitato riscontro anche tra gli addetti ai lavori. La questione tuttavia è dirimente, in particolare circa la diffusione delle cosiddette criptovalute, tra cui il Bitcoin è la più conosciuta.

Sulle pagine di Contropiano si è già trattata la logica perversa e criminale che ne determina il funzionamento; quello che in questa sede si vuole sottolineare è, ancora una volta, l’impossibilità per la tecnologia di costituire un fattore strutturalmente progressista all’interno della cornice di mercato, quindi entro logiche che intendono valorizzare esclusivamente il profitto privato.

Su queste pagine tale asserzione è stata trattata in un pezzo tradotto dal Guardian in cui l’autore, con un pizzico di provocazione, sostiene la necessità di nazionalizzare le grandi multinazionali del digitale. Il testo con grande merito rileva come queste ultime siano divenute piovre che mettono a valore ogni istante delle nostre vite compresi, soprattutto, quelli più personali. Infatti, oltre l’immateriale – con la finanziarizzazione declinata in chiave shadow banking e criptovalute – l’ultima frontiera dell’accumulazione è l’estrazione di profitto da tempo libero, gusti, inclinazioni personali dei singoli, catalogati entro big data virtualmente infiniti e sottratti a qualsiasi controllo pubblico, figuriamoci democratico.

Il prossimo passo del capitale non è ancora dato sapere quale sarà, ma forse ripassando Ghost in the shell o Matrix qualche qualche ipotesi in merito potremmo farla…

Scenari distopici a parte, a livello teorico le alternative possono essere quanto meno discusse. Ad opinione di chi scrive, nella questione il fattore dirimente può identificarsi nell’infrastruttura. Mi spiego meglio: quando parliamo di economia digitale tendiamo inconsapevolmente a considerarla come qualcosa di ineluttabile perché sottratta alla fisicità. Il motore di ricerca di Google, piuttosto che la nostra pagina Facebook, non li possiamo toccare, tuttavia ciò che osserviamo attraverso un display a cristalli liquidi fa quello che deve perché alle sue spalle c’è un’infrastruttura fisica che gli consente di operare. Sono consapevole di scrivere ovvietà, che tuttavia sono talmente scontate da essere spesso espunte dal dibattito.

Ora, per quanto i server che eseguono il codice di Google piuttosto che Facebook, Amazon, ecc. siano proprietà delle rispettive società e risiedano in altri paesi, quindi non possano essere nazionalizzati, è pur vero che senza l’infrastruttura di rete che veicola i dati da e per l’utente ai server della multinazionale digitale di turno, tutto il sistema non potrebbe funzionare. Ecco quindi che se parlare di nazionalizzazione di Google è evidentemente una boutade volta a stimolare la riflessione, decisamente più fattibile è l’ipotesi di nazionalizzare una rete di telecomunicazioni e stabilire chi può operarci e a quali condizioni.

Questo è ne più ne meno ciò che fa la Cina, a scopo censorio, con il proprio Golden Shield project. Un approccio simile, dunque, potrebbe essere tecnicamente fattibile anche nell’ottica di porre un freno, entro i confini nazionali, allo strapotere che le multinazionali digitali hanno assunto nella società odierna.

Certo prima – molto prima – bisognerebbe disintossicarsi dal cosmopolita borghese con cui le sinistre occidentali degli ultimi decenni hanno sostituito il più concreto internazionalismo proletario, ma insomma… citando Gene Wilder “sì può fare!”.

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