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Charlie Chaplin perseguitato ingiustamente dal Fbi

Charlie Chaplin non era comunista. E’ quanto emerge dai nuovi dossier desecretati dell’MI5 e dai quali risulta che il controspionaggio britannico difese l’attore perseguitato dagli Usa durante la caccia alle streghe anticomunista negli anni del maccartismo.
Nonostante l’amicizia di Charlot con, il cineasta Ivor Montagu (ritenuto una spia sovietica con il nome in codice Intellighentsia), il governo britannico non sospettò l’attore di simpatie per il Cremlino. I ‘files’, conservati ai National Archive, dimostrano che l’Fbi più di una volta contattò i colleghi britannici sull’argomento. Ma anche l’unico elemento ottenuto dall’MI5 su un potenziale contatto tra Chaplin e la spia, un telegramma in cui Montagu scrive di poter tornare in tempo da Pechino per incontrarlo, non fu mai messo a disposizione degli americani. L’MI5 non trovò neanche prove per suffragare la tesi dell’Fbi secondo il quale il vero nome del padre del cinema moderno fosse Israel Thornstein. Nel frattempo però il M15 fu costretto ad ammettere l’impossibilità di trovare per l’attore un certificato di nascita: assenza che indusse qualche agente a ipotizzare una nascita all’estero, forse in Francia vicino a Fontainbleau, anche se ulteriori ricerche all’anagrafe francese restarono senza esito.
Charles Chaplin nasce il  16 aprile del 1889 in un sobborgo di Londra. La madre, Hannah, è una modesta attrice di teatro costretta, anche perchè abbandonata dal marito, nonché padre di Charlie, a portare con sé il piccolo Charlie durante le sue esibizioni artistiche.
Viste le difficoltà economiche in cui si arrabatta la madre, Charlie e suo fratello Sidney, vengono affidati per due anni ad un orfanotrofio. All’età di 6-7 anni svolge il suo primo spettacolo teatrale, in sostituzione della madre, nella quale cominciavano ad evidenziarsi i primi sintomi della malattia mentale che l’aveva colpita. Le difficoltà vissute durante l’infanzia sono però decisive per lo sviluppo del suo genio artistico: Chaplin dichiarerà di essere stato notevolmente influenzato dalla miseria vissuta, dall’osservazione della malattia della madre e da tutti quei strani personaggi che attraversavano le strade di Londra. A 14 anni inizia a lavorare stabilmente nei diversi teatri della città.
La sua carriera è folgorante; comincia a girare per l’Europa e per gli USA, dove poi deciderà di risiedere, prima di venirne espulso per presunte attività comuniste. A 25 anni s’inventa il personaggio di Charlot, cui rimarrà indissolubilmente legato per tutta la vita e che segnerà la sua fortuna.
La sua presunta origine ebraica e le simpatie per i movimenti di sinistra gli costano, in pieno maccartismo l’”attenzione” del FBI. Nel 1952, mentre si trova in viaggio a Londra, gli viene negato il permesso di rientrare negli Stati Uniti (Chaplin potè rientrare negli Usa solo 20 anni dopo). Nel 1953 si stabilisce a Vevey, in Svizzera, dove morirà il 25 dicembre 1977.
Ancor prima del famigerato senatore McCarty, la Commissione per le attività anti-americane (Huac) prese di mira soprattutto Hollywood, dove lavoravano molti artisti europei costretti a emigrare negli States dopo l’avvento del nazismo. Tra i membri della Commissione mosse i primi passi un altro futuro presidente statunitense, il deputato della California, Richard Nixon.  Una delle più famose celebrità accusate di attività anti-americane fu infatti l’attore e regista britannico Charlie Chaplin, al quale fu cancellato il visto di rientro, quando quest’ultimo lasciò gli USA per un soggiorno in Europa nel 1952.

Ma la caccia ai comunisti di Hollywood era cominciata diversi anni prima. Già nell’ottobre 1947, Walt Disney aveva testimoniato davanti al HUAC, denunciando molti autori e registi hollywoodiani.  Ma il vero terremoto arrivò quando il famoso regista Elia Kazan, vincitore di tre premi Oscar, accusato di partecipare ad attività eversive, fece i nomi dei colleghi che come lui, anche se per un breve periodo, avevano simpatizzato per il Partito Comunista Americano (Communist Party of the United States of America, CPUSA). In quegli anni molti degli attori interrogati cominciarono a collaborare, come Gary Cooper e Ronald Reagan  (quest’ultimo divenne addirittura presidente USA dal 1980 al 1988).

Mentre altri, capeggiati da Humphry Bogart, organizzaro sit in e proteste a Washington. Il commediografo e poeta tedesco Bertold Brecht, rifugiatosi negli Stati Uniti dopo l’avvento del nazismo, fu accusato dalla HUAC di condurre attività anti-americane.  Disgustato dalla condotta della Commissione, Brecht decise di ritornare a Berlino Est. Anche l’autore e scrittore Arthur Miller, marito di Marylin Monroe, finì sotto inchiesta.
Ma il Maccartismo conosce nuovi epigoni anche in questi tempi.  L’articolo di oggi di Massimo Gaggi sul Corriere della Sera ne è un esempio lampante. Facendo proprie tutte le tesi dei guerrafondai statunitensi e la categoria di attività antiamericane cara al maccartismo, Gaggi attacca duramente Oliver Stone e Sean Pean per le loro posizioni e Ioro progetti – anche cinematografici – sull’Iran e il conflitto sulle isole Malvines tra Argentina e Gran Bretagna.

Qui di seguito l’articolo di Massimo Gaggi sul Corriere della Sera di oggi

Quando Hollywood è anti-americana
NEW YORK – «Da sincero anticolonialista quale sicuramente è, Sean Penn si sbrighi a restituire al popolo messicano la sua lussuosa tenuta di Malibù: la sua occupazione di un terreno che è stato sottratto dagli Stati Uniti al Messico con un’aggressione spietata e imperialista è inaccettabile». Quella del Daily Telegraph è la più ironica e anche una delle più pacate tra le reazioni britanniche alle sortite dell’attore americano a favore delle rivendicazioni di Buenos Aires sulle isole Falklands.
«Le Malvinas sono argentine» ha detto giorni fa, incontrando nella capitale sudamericana il presidente Cristina Kirchner. «Londra accetti di negoziare davanti all’Onu. Il mondo trova ormai intollerabili simili manifestazioni di colonialismo ridicolo e arcaico». Davanti alla reazione furente dell’opinione pubblica e della stampa britannica che l’hanno accusato di giustificare una guerra a suo tempo scatenata da una giunta militare contro un pezzo di territorio legittimamente posseduto da una democrazia liberale, il protagonista di «Dead Man Walking», «Mystic River» e «Milk», un premio Oscar noto per le sue posizioni radicali, ha rincarato la dose: se l’è presa con la stampa («il buon giornalismo salva il mondo, quello cattivo lo distrugge») e col principe William, definendo la sua presenza nell’arcipelago dell’Atlantico meridionale (dov’è in servizio come pilota dei velivoli di soccorso) una «gratuita provocazione».
Nel mondo del cinema gli attori e i registi che sposano cause di estrema sinistra – personaggi a volte etichettati come «radical-chic» – sono molti. Di polemiche contro le «star» che inneggiano al riscatto del proletariato dalle loro mega-ville a Cortina, in passato ne abbiamo viste molte anche in Italia. Negli Usa c’è, però, un piccolo drappello di artisti che, oltre a chiedere più giustizia sociale in America, entrano «a gamba tesa» sulla scena internazionale, spingendo il loro radicalismo fino a ignorare i presupposti di legalità e perfino le condanne della comunità internazionale.
Insieme a Penn, in questi giorni a offrire ai giornali titoli da prima pagine ci sono Oliver Stone e suo figlio Sean, che si è appena convertito all’Islam sciita in una moschea di Isfahan. Sean, che ha da poco realizzato un documentario sulla vita e la cultura iraniana e che starebbe preparando il terreno per un film del padre su Ahmadinejad (Oliver dovrebbe arrivare presto a Teheran), era noto da tempo per le sue posizioni negazioniste sull’Olocausto e per aver messo in discussione la legittimità dello Stato di Israele. Ora si spinge ancora più in là, sostenendo la piena legittimità del programma nucleare iraniano anche nella sua parte militare. Quella delle conversioni non è una storia nuova nella famiglia Stone: Oliver, ebreo in gioventù, è diventato poi un cristiano episcopale per poi approdare al buddismo. E il figlio ora musulmano che ha cambiato il nome in Sean Alì, sostiene di non aver ripudiato cristianesimo ed ebraismo. Ora, però, si comporta soprattutto da seguace del presidente Ahmadinejad che lo ha premiato per il suo cortometraggio e ha partecipato con lui a Teheran a un convegno sull’«hollywoodismo» come fattore di degenerazione culturale.
Da George Clooney ad Angelina Jolie, di attori «liberal» impegnati nel sociale e che sostengono le cause dei popoli che considerano oppressi, ce ne sono molti. Personaggi ammirati che conducono battaglie spesso nobili e, comunque, sempre legittime. Ci sono, poi, i militanti sempre pronti a prendere posizioni di rottura come Jonathan Demme, il regista del «Silenzio degli innocenti» e di «Philadelphia» che ha fatto molto discutere col suo documentario sulla questione palestinese «Jimmy Carter, Man from Plains».
Ma solo Stone, Penn e Michael Moore hanno portato il loro radicalismo fino al punto di raccontare storie in modo totalmente unilaterale. Dalla Cuba «paradiso» della sanità pubblica di Moore al regista di «Platoon» e «Nato il 4 luglio» che è addirittura arrivato a rifiutarsi di ascoltare le voci dei dissidenti quando, con «A Sud del confine», ha esaltato la figura del dittatore venezuelano Hugo Chávez. La «rinascita socialista» dell’America Latina narrata da Oliver Stone affascina anche Sean Penn, pure lui a suo agio tra Cuba, il Venezuela e la Bolivia di Evo Morales con quale si è fatto ritrarre pochi giorni fa, un poncho sulle spalle e l’elmetto da minatore in testa.
«Chissà perché tanta gente dello spettacolo si fa incantare da dittatori che presentano le loro scelte come ragionevoli e inoffensive» si chiede la National Review , organo della destra intellettuale. «C’è un termine per descrivere questo fenomeno: potemkinizzazione. Un processo al quale farà ora ricorso anche il regime cubano, in vista della visita del Papa».

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