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Il “revisionismo storico” diventa “verità di Stato”

Offriamo qui una serie di articoli che affrontano da un punto di vista storiografico rigoroso la “questione delle foibe”. La quale, fin dalla Liberazione, è stata ingigantita e strumentalizzata dai fascisti per ricercare una “parità di dignità” con i combattenti della Resistenza in tutta Europa.

Ingigantita nei numeri delle vittime, come vuole la pompa della propaganda stile Goebbels (“mentite, mentite, qualcosa resterà”), nonostante la ricerca abbia progressivamente avvicinato una stima realistica.

Utilizzata per cancellare le proprie responsabilità nei massacri e nella pulizia etnica messa in azione con l’invasione della Jugoslavia nel 1940.

La “novità” degli ultimi decenni è però costituita dall’adozione della visione fascista da parte delle istituzioni repubblicane, e quindi dallo Stato italiano. Un’adozione cauta, che formalmente richiama anche vaghe responsabilità del nazifascismo, ma che sostanzialmente puntava – ed ora esplicita – l’”equiparazione tra nazismo e comunismo” votata in una mozione del cosiddetto parlamento dell’Unione Europea. Una mozione votata con entusiasmo anche dai fascisti italiani ed europei, il che spiega benissimo il “taglio” di questa ricostruzione storica falsificante.

Un mattone importante a questa opera di falsificazione lo ha portato anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non nuovo in questo ruolo, che ieri ha anticipato le cerimonie del “giorno del ricordo” adottando in pieno il revisionismo storico presuntamente “super partes”.

La persecuzione, gli eccidi efferati di massa – culminati, ma non esauriti, nella cupa tragedia delle Foibe – l’esodo forzato degli italiani dell’Istria della Venezia Giulia e della Dalmazia fanno parte a pieno titolo della storia del nostro Paese e dell’Europa“.
Si trattò di una sciagura nazionale alla quale i contemporanei non attribuirono – per superficialità o per calcolo – il dovuto rilievo. Questa penosa circostanza pesò ancor più sulle spalle dei profughi che conobbero nella loro Madrepatria, accanto a grandi solidarietà, anche comportamenti non isolati di incomprensione, indifferenza e persino di odiosa ostilità“.
Si deve soprattutto alla lotta strenua degli esuli e dei loro discendenti se oggi, sia pure con lentezza e fatica, il triste capitolo delle Foibe e dell’esodo è uscito dal cono d’ombra ed è entrato a far parte della storia nazionale, accettata e condivisa. Conquistando, doverosamente, la dignità della memoria“.

Una “lettura istituzionale” che si nutre a piene mani della ignoranza della Storia reale. Se le parole di Mattarella corrispondessero alla verità, infatti, ci sarebbe stata una immotivata “persecuzione di italiani” in un territorio prima pacificamente popolato da comunità etnico-linguistiche diverse.

Dimenticati dunque, con il semplice metodo dell’omissione, l’invasione fascista di quei territori in seguito all’entrata in guerra al fianco della Germania nazista, l’espulsione delle popolazioni non italiane e comunque l’”italianizzazione forzata” (reato parlare lo sloveno e il croato), l’infoibamento dei resistenti e dei civili jugoslavi, i tre anni di persecuzioni nazifasciste in quei territori.

Resta – in questa “ricostruzione” – soltanto quanto avvenuto dopo, quando la Resistenza jugoslava, sull’onda dell’avanzata delle truppe sovietiche dalla vittoria di Stalingrado in poi, riprese il controllo di quei territori. Come sempre avviene nelle guerre di liberazione e di guerra anche civile (i “collaborazionisti” con l’invasore non mancano mai), ci fu spazio anche per le vendette e i processi sommari, fino all’uso delle foibe esattamente come avevano fatti i fascisti quattro anni prima.

Nessun studioso di Storia, in questo e altri paesi, nega che questo sia avvenuto. Ma colloca anche questi episodi nel solco di una successione di eventi che hanno origine nell’invasione fascista e nei “metodi” usati dai nazifascisti.

Al contrario, Mattarella si è scagliato proprio contro questi studiosi, parlando di “piccole sacche di deprecabile negazionismo militante”, verosimilmente da reprimere (togliendo cattedre o ostacolandone pubblicazioni e attività) e progressivamente eliminare (stabilendo una “verità di Stato” che contraddice proprio i “valori” che si dichiara di difendere).

In questo solco benedetto dalle massime istituzioni dilagano i fascisti, che occupano ormai snodi importanti come la Rai, seminando cazzate senza fondamento al riparo della veste “pubblica”.

Perciò, proprio in occasione della “giornata del ricordo”, vogliamo proporvi alcuni dei contributi alla ricerca storica – ed anche alla polemica storiografica – che rimettono i fatti nella loro successione esatta. E quindi anche nella valutazione politica. Perché l’antifascismo non è una coccarda da indossare il 25 Aprile, ma una pratica quotidiana senza fine.

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L’agguerrito esercito della negazione della storia

Angelo D’Orsi – il manifesto

Ci risiamo. La ricorrenza del 10 febbraio – il cosiddetto “Giorno del ricordo”, istituito con legge “bipartisan” Berlusconi imperante (l. n. 92 del 3 marzo 2004) – eccita gli animi, in modo ogni anno più parossistico: è il primo paradossale risultato di quella legge sciagurata, che in nome della “pacificazione” e delle “memorie condivise” ha prodotto l’opposto effetto. Com’era ovvio, perché le memorie degli uni non solo non si pareggiano con quelle degli altri, ma, al contrario, emergono con rinnovato sentimento oppositivo. Gli eredi, biologici o politici, dei fascisti occupanti la Jugoslavia negli anni ‘40, autori di stragi inaudite, di devastazioni e vessazioni ai danni della popolazione locale, non sembrano più in cerca di una semplice (e impossibile) autoassoluzione per il loro ruolo di carnefici, ma ormai si propongono, con crescente protervia, nei duplici panni di vittime, e, addirittura, di «eroi». Si vedano gli annunci di iniziative delle associazioni degli esuli istriani e dalmati, o di circoli neofascisti, in cui ricorre accanto o invece del termine «martiri» quello appunto di «eroi»: gli eroi delle foibe.

Ecco, i neofascisti: chiamiamoli come preferiamo, ma qui siamo in presenza di un eccezionale rigurgito di fascismo aggressivamente «nostalgico». Tra la legalità garantita da una Costituzione democratica e l’illegalità di azioni che quella stessa Legge contrasta, i fascisti del terzo millennio, e i loro amici e sodali, stanno cavalcando «le foibe» in un disegno politico-ideologico davanti al quale la cultura democratica e la ricerca storica appaiono in disarmo, capaci al massimo di flebili voci di protesta. Vediamo in campo, da un lato, un esercito agguerrito e all’attacco, e dall’altro un esercito in rotta o in disarmo. Più spazio viene lasciato, a proposito della questione del «Confine orientale», alla destra, meno spazio rimane non per la sinistra, ma per la ricerca della verità e la sua difesa.

E di anno in anno lo squilibrio fra i due eserciti si aggrava, in una sostanziale indifferenza della cosiddetta opinione pubblica democratica. Ora siamo ad un paradosso: la destra, quella più becera e ignorante, nell’ormai antica pretesa di impartire lezioni di metodo storico, ha compiuto un’operazione indubbiamente degna di attenzione: ha sottratto all’arsenale sia della metodologia della storia, sia della cultura democratica, una parola che finora esprimeva una certo concetto, ma ora non più. La parola è «negazionismo». Nei manuali di metodologia della ricerca storica, si indica con questo «ismo» una delle forme estreme del revisionismo in tema di campi di sterminio nazista, quello che precisamente nega se non la loro esistenza, la loro funzione sterminazionista, cercando spiegazioni (risibili) per le camere a gas e i forni crematori: insomma nega il progetto genocidario del lager nazista.

Ora capita che la destra che sta costruendo proprio disegno egemonico, dai tanti aspetti, si sia impadronita della parola, rovesciandone in certo senso il concetto, facendolo trapassare dal campo democratico-antifascista a quello opposto. E con un cortocircuito, facilitato dalla vicinanza tra il 27 gennaio e 10 febbraio e dalla stessa terminologia (Giorno della memoria, (Giorno del ricordo), foibe e lager vengono avvicinati, poi sovrapposti e infine confusi, generando una cappa di nuvolaglia graveolente, sotto la quale si agitano i professionisti della «verità politica», che nulla ha a che spartire con la verità storica.

Davide Conti ha parlato su questo giornale di «populismo storico»: la formula è efficace, ma andrebbe corretta in «populismo storiografico», in quanto il chiacchiericcio mediatico, accanto a iniziative di politici e di amministratori, pretende di far scaturire come verità quello che «la gente» anela sentirsi dire, dopo essere stata opportunamente manipolata. E tutto questo con una crescente aggressività che vede presi a bersagli i pochi studiosi autentici del tema, compresi coloro che hanno lavorato in modo discreto cercando di non schierarsi troppo esplicitamente. Interdizioni, minacce, impedimenti opposti a quanti, singoli o associazioni, provano a fare onestamente il proprio lavoro: il populismo storiografico mescola le carte, dà non solo per acquisite, ma per scontate pseudo-verità, e si appella ai sentimenti di un nuovo pseudo-patriottismo, che dovrebbe interpretare in modo «spontaneo» i sentimenti diffusi, il senso comune, il pensiero della gente della strada, divenuta, non si sa in base a quale principio, depositaria delle «verità nascoste» (ovviamente dai comunisti) delle foibe.

E la storiografia, quella vera, arretra, tace, balbetta. Mentre dovrebbe sfoderare tutte le sue armi, e chiamare l’intero mondo intellettuale a propria tutela, e non esitare a pretendere dal ceto politico l’abrogazione di quella legge, generatrice di menzogne e, come stiamo vedendo, di un clima persecutorio.

Le foibe al tempo del «populismo storico»

Davide Conti – il manifesto

Si è tenuto ieri un seminario, presso la Sala degli Atti Parlamentari della Biblioteca del Senato della Repubblica, con storici di rigore e professionalità, riconosciuti a livello nazionale e internazionale.

Come Giovanni De Luna, Franco Ceccotti e Anna Maria Vinci e Marta Verginella, e che, per il solo motivo di essersi svolto, è stato «contestato» da esponenti dell’estrema destra italiana che lo hanno definito «un oltraggio agli esuli istriani e dalmati infoibati vittime dell’odio comunista» ed un’iniziativa «dal chiaro obbiettivo negazionista». L’episodio esprime in modo visibile l’emersione di un fenomeno che le «politiche memoriali», organizzate attorno all’istituzione di leggi ad hoc finalizzate all’uso pubblico della storia, hanno finito progressivamente per alimentare fino alla sua tracimazione nel discorso pubblico: il populismo storico. Esso ha progressivamente preso corpo in tutte le società democratiche del continente, ne è esempio la Risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre scorso sui totalitarismi, e rappresenta il superamento del revisionismo e una sua manifestazione a base «di massa», cioè non più chiusa entro il solo perimetro del dibattito storiografico o pubblico-divulgativo. Sul piano della comunicazione nella società il populismo storico è organizzato su una reciprocità dialettica con ciò che si definisce «senso comune». Il suo impatto mediatico e la diffusione dei suoi rovesciamenti storiografici si alimentano della capacità di «ritorno» che questi ultimi producono sull’opinione pubblica, trasformata in fonte di forza e ispirazione per spinte, sempre più oltranziste, verso il ribaltamento del senso della storia.

Presentato dai suoi animatori come espressione di novità e liberazione antidogmatica dalla cosiddetta «storia ufficiale» (vale a dire dall’esercizio metodologico della disciplina e dalla trasmissione del sapere scientifico) il populismo storico ricava le proprie istanze dall’uso del più vecchio e consunto degli armamentari ideologici quello della negazione, dell’autoassoluzione e della memoria selettiva. In questo quadro la «complessa vicenda del confine orientale» richiamata nell’articolo 1 della stessa legge istitutiva del giorno del ricordo viene sistematicamente elusa dal dibattito pubblico. Sono in questo modo cancellati dalla memoria nazionale «il fascismo di frontiera» (lo squadrismo delle camice nere contro le popolazioni jugoslave prima della marcia su Roma), la guerra di aggressione scatenata dal regime di Mussolini il 6 aprile 1941; i crimini di guerra contro civili e partigiani compiuti dalle truppe del regio esercito e dalle milizie fasciste in Jugoslavia; l’impunità garantita alle migliaia di «presunti» criminali di guerra inseriti nelle liste delle Nazioni Unite per essere processati in una «Norimberga italiana» mai celebrata in ragione degli equilibri geopolitici della «Guerra Fredda». Correlata a questo si porrebbe anche la questione della «continuità dello Stato» nel quadro della transizione dal nazifascismo alla democrazia in Italia, nonché la scabrosa vicenda dei risarcimenti, dovuti e non pagati, ai familiari delle vittime delle stragi nazifasciste in Europa.

La strumentalizzazione che la destra politica compie attorno alla vicenda delle foibe riassume i caratteri nazionali di un Paese che non avendo fatto i conti col proprio passato cerca di superarlo riscrivendolo. La contestazione dei «populisti storici» agli storici, e alla storia stessa, si incardina così in quello «spirito dei tempi» che la società contemporanea si trova a vivere oggi, nel pieno di una delle sue crisi più profonde.

La funzione della storia rimane quella di organizzare un «orizzonte di senso» rispetto al tempo trascorso attraverso il metodo scientifico ovvero un processo in grado di comporre una relazione di significati il più possibile precisa che connetta le vite diverse di generazioni di persone, popoli e società. La storia, in sostanza, non solo spiega da dove veniamo e rende visibili le radici d’origine ed i processi d’impianto delle nostre società ma soprattutto ci mostra le ragioni e gli sviluppi attraverso cui siamo diventati ciò che siamo, nel bene e nel male.

Enucleata dall’onere specifico e dirimente di offrire una «resa di complessità» la storia finisce per essere rappresentata attraverso forme monodimensionali o retorico-celebrative che ne impoveriscono il portato culturale o la trasfigurano in strumento propagandistico della debole politica dei giorni nostri come forma di regolazione e controllo selettivo della memoria collettiva, finalizzato al governo del presente. Su questo terreno diviene indispensabile la resistenza della cultura e delle coscienze.

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“Giorno del ricordo”, dove sta il problema?

A. Martocchia * (segretario, Jugocoord Onlus –intervento alla iniziativa “Resistenza jugoslava. Foibe o fratellanza?“, tenuta a Roma domenica 24 febbraio 2019)

L’iniziativa di oggi non nasce per esigenze di rito, né per la affermazione di meri principi o per testimonianza. E la mia non sarà una semplice Introduzione – anzi mi scuso da subito e vi chiedo pazienza per la lunghezza del mio intervento.Con quanto è successo quest’anno attorno al 10 Febbraio, nel nostro paese abbiamo oltrepassato il livello di guardia.È stato infatti abbattuto ogni residuo tabù in merito alla possibilità di offendere i valori antifascisti fondanti la nostra Repubblica, di distorcere in modo indecente la auto-percezione e coscienza storica della nazione. Siamo stati inoltre gettati in un clima di intimidazione permanente, una vera e propria “caccia alle streghe” – come l’ha definita Alessandra Kersevan – nei confronti dei pochi che non si allineano alla canea revisionista e revanscista.


Giorno del ricordo 2019

Quest’anno, le urla di Antonio Tajani per “Istria e Dalmazia italiane” hanno causato un nuovo incidente diplomatico con Slovenia e Croazia  Alla trasmissione in prima serata televisiva del film di propaganda fascista “Red Land / Rosso Istria” non hanno fatto seguito formali proteste da parte di alcuno, così come non ci sono state reazioni importanti alle affermazioni deliranti di Salvini su “i bimbi delle foibe e i bimbi di Auschwitz”. Alle invettive di Mattarella, che non è uno storico, contro gli storici da lui definiti “negazionisti”, ha fatto eco il presidente della Regione FVG secondo il quale tale “negazionismo è lo stadio supremo del genocidio“.

Dopo che alla Commissione Cultura della Camera è passata una nuova Risoluzione che nega nelle scuole la facoltà di parola agli antifascisti in tema di Confine Orientale, gli squadristi di Blocco Studentesco hanno diligentemente applicato il provvedimento interrompendo, due giorni fa, una conferenza dell’ANPI all’Istituto Giordano Bruno di Roma. Per non parlare dei divieti di utilizzo delle sale comunali e pubbliche per le nostre iniziative, divieti che ogni anno abbiamo subito ma che sono oramai divenuti sistematici.

Ecco dunque sotto agli occhi di tutti le conseguenze ultime della istituzione del Giorno del Ricordo; conseguenze “gravissime” e non semplicemente “gravi” come le ha definite un paio di anni fa lo storico moderato, di area democristiana, Raoul Pupo. Noi andiamo lamentando tale gravità sin dall’inizio, cioè dal 2004 – anno di promulgazione della Legge istitutiva. In effetti la propaganda su “foibe” ed “esodo” era stata scatenata a livello di massa già prima, dalla metà degli anni Novanta, sulla base di molte menzogne e di lenti di ingrandimento ad hoc che fanno apparire come abnormi fatti sostanzialmente assimilabili a quelli accaduti ovunque durante la Seconda Guerra Mondiale.

Inizialmente poteva sembrare che tale propaganda fosse solo la vendetta morale di chi avendo perso la guerra voleva adesso una rivincita dal punto di vista del giudizio storico; certamente, questa propaganda è anche la modalità specifica italiana di partecipare a quella riscrittura della Storia, che è in corso in Europa, dalla Croazia all’Ucraina alla Polonia, ovunque la politica abbia bisogno di un puntello ideologico alla operazione di inversione degli esiti della Seconda Guerra Mondiale.

Tuttavia, la vera e propria escalation cui assistiamo di anno in anno, e la crescita degli investimenti in risorse finanziarie e di altro tipo, soprattutto da quando è stato istituito il Giorno del Ricordo, non sono spiegabili se non riferendosi ad interessi molto concreti e strutturali. 

Dove vogliono andare a parare

Il noto massone Augusto Sinagra, legale di fiducia di Licio Gelli ed avvocato dell’accusa nel “processo foibe” che fallì ignominiosamente negli anni Novanta, all’epoca dichiarò che “il disfacimento della Jugoslavia” riapriva “per l’Italia prospettive un tempo impensabili, per dare concretezza all’irrinunciabile speranza di riportare il Tricolore nelle terre strappate alla Patria dal diktat [cioè dal Trattato di pace] e dal trattato di Osimo”.

Negli anni successivi, l’integrazione di Slovenia e Croazia nella UE ha reso ardua, almeno per la fase attuale, tale prospettiva neo-irredentista, cioè di vero e proprio cambiamento dei confini. Ciononostante rimane un interesse geo-strategico ad esercitare pressioni ai danni dei nuovi piccoli Stati balcanici, sorti dallo squartamento della Jugoslavia, i quali non possono efficacemente difendersi né dalle campagne propagandistiche – essendo stati essi stessi fondati sulla diffamazione dell’esperienza jugoslava – né tantomeno dalle mire neocoloniali dei paesi limitrofi. In particolare, si punta tuttora:

1) a rinfocolare la vertenza sui cosiddetti “beni abbandonati” dagli esuli, mettendo in discussione il Trattato di Osimo e la soluzione già molto favorevole all’Italia che era stata concordata allora;

2) ad agevolare una più generale penetrazione economica sulla costa adriatica, aumentando l’influenza geopolitica italiana in quello scacchiere.

Queste sono le chiavi di lettura materiali, alle quali nessuno fa mai riferimento, ma che invece dovrebbero incardinare il nostro discorso critico ogni volta che si scatena la propaganda sul Confine Orientale.

Noi possiamo organizzare infatti 100mila iniziative su questo o su quell’aspetto specifico riguardante il Confine Orientale, sui crimini italiani o sui falsi delle foibe, ma se non sintetizziamo una analisi critica complessiva sul perché lo Stato italiano da una ventina d’anni abbia investito tanti milioni di euro per una narrazione anti-fattuale su questi temi, non andremo mai al cuore del problema. 

Come intervenire

Dico questo perché, rispetto alla feroce offensiva in atto, esistono tra gli antifascisti strategie diverse, idee diverse sulle priorità, cioè su cosa sia più importante fare o evidenziare. Qualcuno dice: dobbiamo ricordare e celebrare il carattere internazionalista di quella Resistenza.

Si tratta allora di ricordare i 40mila partigiani italiani inquadrati nell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia, oppure di rievocare anche la storia simmetrica, quella degli antifascisti jugoslavi dapprima internati nei tanti campi di concentramento italiani e poi operanti nella Resistenza sul nostro Appennino, vicenda cui noi ci stiamo dedicando da qualche anno.

Qualcun altro dice che si deve piuttosto parlare dei crimini italiani, cioè del contesto di occupazione militare e di prevaricazione nazionale da parte del nazifascismo.

Altri ancora ritengono che sia prioritario entrare nel merito della questione “foibe” con ricerche di carattere storico e statistico che sbugiardano le esagerazioni della vulgata. Ecco allora, ad esempio, il nuovo ottimo libro di Claudia Cernigoi “Operazione Plutone”.

In effetti, di iniziative controcorrente importanti, anche dirompenti e di alto livello, ne sono state organizzate molte fino ad oggi. Su questi temi hanno lavorato egregiamente i ricercatori del gruppo Resistenza Storica formatosi attorno alla editrice KappaVu. Esistono comitati antifascisti, come quello di Parma, che ogni anno promuovono iniziative pubbliche di controinformazione nel Giorno dei Ricordo. Sono state iniziate campagne, come quella su “Magazzino 18” di Simone Cristicchi, che hanno fortemente disturbato i manovratori in alcuni frangenti. Abbiamo creato siti internet come Diecifebbraio.info dove si può trovare tutta la documentazione rilevante su questi temi, per contrastare la propaganda dominante.

Ogni approccio ovviamente va bene: ogni iniziativa è opportuna soprattutto se accresce la conoscenza e se permette di rifuggire dalla sterile dimensione dello scambio di insulti via Facebook. Tuttavia non basta! Non basta, perché il problema principale che dobbiamo affrontare quando arriva il Giorno del Ricordo è proprio… il Giorno del Ricordo! Cioè questa ricorrenza che è stata introdotta per legge nel calendario civile, con il suo significato e le sue conseguenze.

L’Anpi e il “giorno del ricordo”

Per spiegarmi faccio l’esempio della posizione ufficiale dell’ANPI, che appare mirata a “limitare il danno” derivante dalla istituzione del Giorno del Ricordo. All’origine l’ANPI non espresse una contrarietà netta, evidentemente risentendo dell’influenza del Partito Democratico i cui esponenti avevano partecipato al processo istitutivo (sin dall’incontro Fini-Violante a Trieste nel 1998) fino ad approvare il testo della Legge n.92/2004 contentandosi del fatto che esso contiene un accenno alla contestualizzazione nella “più complessa vicenda del confine orientale”.

Perciò, già nel primo decennio della Legge le sezioni ANPI sono andate in ordine sparso, talvolta promuovendo iniziative fortemente critiche, talaltra partecipando a incontri con esponenti dell’associazionismo revanscista istriano-dalmata nella logica della “memoria condivisa”.

Quest’ultimo spirito è quello che sottende anche alla “pacificazione” promossa in Friuli attorno alla questione di Porzûs, per cui reduci partigiani garibaldini si sono incontrati con reduci combattenti “osovani”.

Solo nel 2015, a seguito dello scandalo scoppiato sul caso del repubblichino Paride Mori e quindi alla scoperta di centinaia di riconoscimenti assegnati a caduti che “facevano volontariamente parte di formazioni non a servizio dell’Italia” – riconoscimenti di cui ci dirà in dettaglio Sandi Volk – l’ANPI ha chiesto di sospendere gli effetti della Legge sul Giorno del Ricordo.

Viceversa, però, i termini per i suddetti riconoscimenti sono stati prorogati per ulteriori 10 anni: di qui nel 2016 una lettera dell’allora presidente nazionale ANPI Carlo Smuraglia con richiesta di chiarimenti, in particolare, agli esponenti PD Del Rio e Serracchiani, lettera cui non è stata data alcuna risposta pubblica.

A dicembre 2016 il Comitato Nazionale ANPI approvava il documento “Il confine italo-sloveno. Analisi e riflessioni”, sintesi di un seminario interno, nel quale però non si affronta la questione dei “premiati” né si contesta l’istituzione del Giorno del Ricordo.

Nel 2018 la neo-presidente nazionale Carla Nespolo salutava il convegno di Torino “Giorno del Ricordo. Un bilancio”, oggetto di un attacco politico-giornalistico e del divieto di celebrazione in una sala comunale. Tuttavia nel 2019, con una svolta di 180°, la stessa Carla Nespolo ha criticato come “non condivisibile” il convegno di Parma “Foibe e Fascismo”, quattordicesimo di una serie che per lunghi anni aveva sempre avuto la partecipazione dell’ANPI. 

Allarme rosso per l’Anpi

Con questa presa di posizione della Nespolo parrebbe iniziare una fase di aperto distanziamento dell’ANPI dalle ricerche storiche che su questi temi hanno realizzato in particolare il gruppo di ricercatori indipendenti di Resistenza Storica e Diecifebbraio.info. Questo è ovviamente molto inquietante, ma a ben vedere è difficilmente evitabile se si assume la premessa dell’avversario, cioè che, a prescindere da ogni ricerca scientifica nel merito e da ogni distinguo sulla moralità della Resistenza, le “foibe” sono comunque state “una tragedia nazionale” – espressione che quest’anno abbiamo sentito usare identica da due persone: Carla Nespolo e Sergio Mattarella.

Io stesso sono un iscritto all’ANPI e credo che l’attività che svolge l’ANPI sia lodevole e preziosa e vada tutelata. Perciò in questa sede lancio un segnale d’allarme alle istanze dell’ANPI a tutti i livelli, dagli iscritti ai dirigenti nazionali passando per le tantissime sezioni: guardate che l’istituzione del Giorno del Ricordo ha messo l’ANPI e l’antifascismo italiano in una trappola mortale.

Se si accetta che esista per lo Stato italiano una celebrazione per i cosiddetti “infoibati” quando non ne esistono di analoghe non dico per le vittime dei bombardamenti angloamericani, ma nemmeno per le vittime delle grandi stragi nazifasciste, da Marzabotto a Sant’Agata sulla Majella passando per le Fosse Ardeatine, allora possiamo chiudere baracca e burattini. Istituendo il Giorno del Ricordo è stata aperta la falla che farà affondare la nave. Inoltre, non contestare le conseguenze della Legge – cioè l’attribuzione di riconoscimenti di Stato a centinaia di fascisti e collaborazionisti del nazismo –, non chiedere la sospensione degli effetti della Legge, significa lasciare aperto il varco dal quale stanno scappando tutti i buoi.

Non ci si può allora lamentare se agli antifascisti viene negata la parola nelle scuole.

Squadrismo storiografico e dissidenza

Ho già menzionato il convegno “Giorno del Ricordo. Un bilancio” che abbiamo organizzato a Torino un anno fa. Con esso volevamo mettere a fuoco le conseguenze devastanti della istituzione di questa ricorrenza. Il convegno è stato ovviamente ostacolato dal solito tandem politico-giornalistico, al punto che abbiamo dovuto presentare una denuncia penale per diffamazione contro la giornalista Lucia Bellaspiga, organica alla lobby degli esuli, denuncia della quale ancora aspettiamo l’esito.

Ciononostante, quel convegno si è tenuto, con grande clamore e partecipazione di pubblico. Eppure non possiamo dirci soddisfatti del suo esito. Non siamo soddisfatti perché i quesiti fondamentali e le necessità che il progetto del convegno voleva evidenziare sono stati scarsamente compresi e valorizzati anche da chi era in quel progetto assieme a noi. L’obiettivo, che avremmo dovuto coronare con la pubblicazione degli Atti del convegno, era quello di dare a questi temi una nuova dignità pubblicistica, uscendo dal solito giro dei “fissati” delle questioni del Confine Orientale.

Come ho già detto, in passato sono state fatte tante iniziative, libri ed anche convegni, e di ottimo livello, su “foibe ed esodo”; ma nonostante la gravità di quanto accaduto con l’istituzione del Giorno del Ricordo siamo oggettivamente intrappolati in una dimensione autoreferenziale, per cui la polemica è troppo spesso condotta con toni e strumenti più consoni alla lite di condominio che non alla storiografia o all’analisi delle relazioni internazionali.

Una delle poche strade forse ancora percorribili per il necessario salto di qualità poteva allora essere la presa di responsabilità da parte di un pezzo di mondo scientifico-accademico, che avrebbe dovuto rendere “oggetto scientifico” ad es. il dato di fatto che il numero degli “infoibati” onorati dallo Stato italiano è prossimo a trecentocinquanta, e tra questi la maggiorparte sono nazifascisti e loro collaboratori, mentre degli altri nemmeno uno è vittima di “pulizia etnica titina” – come spiegherà Sandi nel seguito

Però tale assunzione di responsabilità non c’è stata, e così noi rimaniamo confinati nel solito angolino di protesta minoritaria, con le solite coazioni a ripetere tipiche dei minuscoli ambienti della dissidenza nelle società totalitarie – per usare due categorie, quelle di “dissidenza” e “totalitarismo”, che a me non piacciono ma che dovrebbero far riflettere chi è abituato ad usarle.

Quanto ci costa

Per concludere voglio dunque richiamare i temi di quel convegno di Torino, elencando le voci di tale necessario “bilancio” di 15 anni di esistenza del “Giorno del Ricordo”.

Innanzitutto, quanto ci è costato il Giorno del Ricordo finanziariamente? Quanto incide sulle tasche dei contribuenti?

Per rispondere dovremmo innanzitutto andare a vedere le spese per le realizzazioni in termini di Monumenti e di Toponomastica.Poi fare la somma dei costi delle Cerimonie di Stato, o organizzate da Enti Locali a tutti i livelli, o da enti terzi (non esclusi gli Istituti di Storia).

Si dovrebbero quantificare i costi delle produzioni di telefilm (come il “Cuore nel Pozzo”), film (come “Red Land”), o spettacoli come quelli di Cristicchi.Nota bene: Renzo Codarin presidente della ANVGD ha affermato che per «Red Land» hanno «compiuto un enorme sforzo economico» e nemmeno con i fondi del Giorno per Ricordo bensì con quelli «della legge dello Stato 72 del 2001 che finanzia le attività che noi svolgiamo per divulgare la nostra storia.»Quantifichiamole allora tutte, le elargizioni alle singole associazioni degli «esuli» ed alla loro Federazione.

Ricordiamoci che già nel 2010 la trasmissione Report di RAI3 aveva sollevato lo scandalo dei milioni di euro elargiti ogni anno all’associazionismo revanscista in virtù della Legge istitutiva del Giorno del Ricordo. Ed oltre alle elargizioni in denaro, ricordiamo le cessioni di beni immobili, come ad esempio qui a Roma, a S. Giorgio al Velabro.E che dire dei finanziamenti mirati agli ISMLI, alle Deputazioni di Storia Patria, alle Università, per orientare le attività di ricerca e celebrative?
E quanto sono costate le iniziative «didattiche» del MIUR, i corsi di formazione annuali, i viaggi degli studenti a Basovizza?

Parlando dunque delle scuole, veniamo a quanto ci è costato il Giorno del Ricordo dal punto di vista culturale.

Parliamo della aperta violazione della libertà di insegnamento, prevista dall’Art.33 della Costituzione, esemplificata dalla azione squadristica di ieri all’Istituto Giordano Bruno di Roma. I provvedimenti di censura derivano direttamente dalle Risoluzioni votate all’unanimità dalle Commissioni Cultura del Parlamento e non colpiscono più solamente gli storici non-allineati ed i ricercatori più coraggiosi, ma anche direttamente l’ANPI; e la teppa di Blocco Studentesco, Casapound, Forza Nuova ed affini possono presentarsi come i più consequenziali garanti del “nuovo ordine” storiografico. Veti e censure sono operanti da anni, specialmente con il diniego sistematico di sale comunali per le iniziative.

Ma la involuzione culturale la misuriamo anche nelle intitolazioni (toponomastica, sale pubbliche, ecc.) in onore di personaggi compromessi con il nazifascismo. E poi, nel dilagare del revisionismo storico in TV, al cinema, al teatro, su giornali e riviste.Ci viene infine alienato il vocabolario: i termini «negazionisti», «giustificazionisti», «revisionisti», «pulizia etnica», «sterminio» non riguardano più necessariamente fatti e colpe del nazifascismo.

Il danno arrecato dalla istituzione del Giorno del Ricordo è quindi per la cultura di massa, ma è anche per il mondo scientifico e accademico, dal quale, già l’ho accennato, l’antifascismo è progressivamente marginalizzato. D’altronde, in questo scontiamo anche il declino verticale e generale del comparto della conoscenza e della funzione intellettuale, che ha altre cause sulle quali non posso soffermarmi qui.

In ogni caso, la conseguenza è che non esiste un ambito di validazione scientifica per le ricerche di Claudia Cernigoi o di Sandi Volk, cioè: si può fare un enorme lavoro per pubblicare un libro che “scandaglia” la foiba Plutone ma i risultati di queste ricerche non sono materia di studio né di successivo sviluppo in alcuna Università o Istituto di Storia. Il dirottamento delle disponibilità accademiche (fondi, persone) è totale. Chi non si allinea è espulso dagli ambienti della ricerca, come è successo in prima persona a Sandi, licenziato dal posto di lavoro.
In tale maniera viene garantito il controllo di Stato sulla scrittura della Storia.

Vediamo infine cosa comporta l’esistenza del Giorno del Ricordo sul piano della politica.

La retorica su questi temi ha accompagnato il processo di equiparazione fascismo-antifascismo, o “memoria condivisa”, su cui si fondano la “Seconda” e “Terza” Repubblica.

Questa retorica è un formidabile piede di porco per lo svuotamento del dettato costituzionale.

Un’altra conseguenza è l’arretramento dell’ANPI e dell’associazionismo antifascista, arretramento che arriva dopo quello della sinistra “radicale” e dopo il vero e proprio tradimento della sinistra “storica”. La non comprensione dei processi storici al Confine Orientale complica inoltre la già difficile opera di chiarificazione sulle questioni jugoslave attuali.

Assistiamo ad una paradossale diffamazione della esperienza della RFS di Jugoslavia, multietnica e internazionalista, accusata di essere il contrario di quello che era. Ovviamente anche questo fa il gioco di chi ha voluto la divisione e la guerra tra i nostri vicini.

Per concludere: qual è quindi il problema del Giorno del Ricordo? Sono i numeri delle foibe? Il fatto che non si parla dei crimini italiani? Il fatto che si offendono anche i partigiani italiani? Certamente anche tutto questo, ma soprattutto il problema del Giorno del Ricordo è l’esistenza stessa del Giorno del Ricordo. Di fronte a ciò, le

Cose da esigere, in ordine di urgenza

sono le seguenti:

Rilanciare la proposta avanzata dalla segreteria nazionale ANPI nel 2015 di sospensione degli effetti della Legge n.92/2004 spec. per quanto riguarda l’attribuzione delle onorificenze, e di un riesame di quelle finora attribuite. I materiali istruttori della Commissione che se ne è occupata devono essere resi pubblici.

– Operare per la abrogazione della Legge oppure, in subordine, trasformare il 10 Febbraio da giornata della recriminazione in giornata dell’amicizia tra i popoli che abitano le due sponde dell’Adriatico (questo può essere tentato con una proposta di revisione della Legge).

Al MIUR vanno ribadite le richieste di cui alla Lettera Aperta firmata il 10/2/2017 da numerose personalità antifasciste (inclusa la stessa Carla Nespolo) ad evitare ulteriori derive della didattica in senso revisionista, revanscista, anticostituzionale.

Effettuare un bilancio complessivo dei finanziamenti pubblici che da 15 anni a questa parte sono andati a iniziative di ogni tipo su questi temi.

– Riesaminare le modifiche alla toponomastica introdotte negli ultimi anni, con due finalità:

(1) scongiurare che siano celebrati personaggi non degni (criminali di guerra, militanti fascisti);

(2) eliminare le intitolazioni ai “martiri delle foibe” laddove introdotte, poiché trattasi di allocuzione letteralmente “fuori legge” in quanto l’espressione “martiri” non appare in alcun punto della stessa Legge 92/2004.

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2 Commenti


  • antonio

    .A commento, senza negare nulla.
    Per onor del vero che dire: ….mmm forse in quei mesi accadde qualcosa – frutto però del “ventennio” che l’ha preceduto! La pazienza e la timidezza – a volte – ha un suo limite. Non é stato fatto altro che restituire – in minima parte – la violenza genocida perpetrata dal nazifascismo – dai suoi sicari e scherani – nel ventennio precedente! La “ruota” non sempre gira dove può piacere anche a: nostalgici negazionisti e cultori del “volemose bene e scurdammece o passato!”; nevvero?? Prosit


  • CARMEN

    La deriva dell’insegnamento della Storia nella scuola italiana all’insegna del negazionismo e rovescismo più becero, risale già al DOPO UNITà D’ITALIA, la cui narrazione all’insegna della menzogna, ha formato intere generazioni allevandole nell’ignoranza più assoluta e tanto troppo male continua ancora a fare. Questa è l’Italia che da lì discende. E ora , sarebbe il caso di dirlo, “LA STORIA CONTINUA” ,ossia the show must go on. Ora ha vento in poppa, con le “uscite”vergognose delle più alte cariche dello Stato e di tutte le forze fascite che vi ruotano intorno e dentro. Dinanzi a tanta impudenza dettata solo dalla forza del potere, viene da pensare che i discenedenti governativi abbiano solo cambiato il colore della camicia da nera a biancosporco. Ecco perché non bisogna assolutamente abbassare la guardia e tacere il ns URLO!

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