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Russia: la par condicio cerchiobottista dei monumenti

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E’ tempo di interventi sulla memoria storica in Russia: peccato che la strada imboccata sia dissestata da interruzioni e lavori in corso. Le prime sono quelle che riguardano le “dimenticanze” nei decenni dell’epoca sovietica. I secondi sono quelli che sempre più spesso vengono richiesti da questa o quella piccola comunità attraversata dal percorso stradale.
Dunque, secondo un recente sondaggio, buona parte dei moscoviti giudica oggi un errore l’abbattimento, nel 1991, del monumento in piazza Lubjanka dedicato a Feliks Dzeržinskij, il comunista di origini polacche dal 1919 primo capo della Commissione Straordinaria, la famosa ČeKa e poi della NKVD e, dal 1924 alla morte nel 1926, presidente del Consiglio supremo dell’economia. La statua fu sollevata dal piedistallo per mezzo di un’enorme autogru e – con grande giubilo delle televisioni mondiali, al culmine di quella che è stata definita la “prima delle rivoluzioni arancioni”, poi dilagate nell’area postsovietica – lasciata poi distesa nell’aiuola circostante finché non fu definitivamente tolta di mezzo. Stando al sondaggio attuale, oltre la metà degli intervistati è favorevole al ricollocamento della statua; del 17% dei contrari, la maggior parte motiva il proprio dissenso con ragioni economiche: pare che il costo dell’operazione si aggirerebbe sui 25 milioni di rubli (oltre 320mila euro). Ma, fanno notare alcuni, il consolidamento della Collina dei passeri (le ex Colline Lenin; ma nei giorni scorsi la scelta è caduta definitivamente sulla piazza Borovitskaja, nei pressi del Cremlino) per ospitare il gigantesco monumento al principe Vladimir, il cristianizzatore della Russia, avrebbe sottratto alle casse municipali 400 milioni di rubli.
Se poi si considera che un altro monumento deve ricordare, nel centro di Mosca, il “riformatore” principe Stolypin, autore di quella riorganizzazione agraria che, dopo la sanguinosa repressione della rivoluzione del 1905, secondo Lenin, doveva portare a “un mutamento per cui nelle campagne dovessero rimanere soltanto, da una parte latifondisti soddisfatti, soddisfatti strozzini e kulaki, e dall’altra braccianti smembrati, oppressi, indifesi e impotenti”, si ha il quadro dell’attuale gestione della memoria storica in Russia.
Già nel 1998 la Duma di stato aveva deliberato il richiamo al municipio di Mosca, perché ricollocasse la statua di “Feliks di ferro”. Ora, pare che sia vicina l’indizione di un referendum cittadino sulla questione, così che è prevedibile l’abbinamento della statua con quel masso che ora rappresenta, nella stessa aiuola su cui Dzeržinskij campeggiava dal 1960, le “vittime delle repressioni politiche”: ovviamente dell’epoca sovietica. Il governo sta però approvando la realizzazione di una ben più monumentale costruzione a ricordo di quelle “repressioni”, da sistemare in un altro punto della città.
I comunisti russi hanno dichiarato di non essere “contrari a innalzare un tale monumento a Mosca; ma questo deve simboleggiare tutte le vittime dell’arbitrio del potere: da quelle di Ivan Groznyj, a quelle di Nicola II, fino ai deputati del Parlamento russo fucilati da Boris Eltsin nell’ottobre 1993” e fanno notare come il governo russo appoggi ogni iniziativa per l’installazione di “targhe alla memoria di generali bianchi della guerra civile e di collaborazionisti cosacchi filonazisti”.
Sembrano dunque trovare terreno fertile quei figli prodighi della Russia – discendenti di coloro che abbandonarono in fretta e furia il paese, al seguito dei generali bianchi e delle truppe straniere sconfitte dall’Esercito rosso nella guerra civile del 1918-1920 – che ora tornano nelle terre degli avi. Nelle settimane scorse, era stata la volta del principe Dmitrij Romanov, pro-pronipote dello zar Nicola I, a visitare la Crimea e le varie ex residenze e tenute zariste e forse a fare un pensierino sul reintegro nelle antiche proprietà, con l’appoggio delle autorità locali.
Ora, un altro erede delle vecchie casate nobiliari dell’epoca zarista, il principe Aleksandr Trubetskoj, direttore dell’associazione parigina “Dialogo franco-russo” – “i signori sono tutti a Parigi”, diceva il bulgakoviano cane-uomo Poligraf Poligrafovič, alludendo alla fuga in Francia dei nobili dopo la rivoluzione – propone l’installazione nel centro di Sebastopoli addirittura di un monumento a uno degli ultimi generali bianchi che combatterono contro il giovane stato socialista, il barone Pëtr Vrangel, che nel 1920 diresse il cosiddetto Governo del Sud, riconosciuto dalla Francia e spalleggiato dalle flotte francese e inglese. In Crimea, ha affermato il principe Trubetskoj intervenendo a Sebastopoli alla conferenza internazionale “Prologo di Crimea: esodo verso l’esilio di esercito e marina russi e profughi civili”, nel 1920 c’era “uno stato russo, riconosciuto da quegli stati che oggi sottopongono alle sanzioni Russia e Crimea, dimenticando che la Crimea era russa ancora prima dell’unione di Nizza e della formazione dello stato tedesco. L’onore di essere considerata uno stato russo, la Crimea lo deve al barone Vrangel”. Trubetskoj il giovane (fin dal 1600 c’è sempre stato un qualche principe Trubetskoj tra gli intimi della corte zarista) propone dunque di installare il monumento nei pressi di quel molo da cui, come da altri porti della Crimea, nell’autunno del 1920 presero il largo 126 navi con a bordo quasi 150mila tra guardie e ufficiali bianchi, aristocratici, nobili e possidenti.
E’ il caso di ricordare come il barone Vrangel, con l’appoggio di Francia e Inghilterra, attaccasse il giovane Esercito rosso nel momento in cui questo, dopo aver sconfitto le armate di Kolčak e dei cecoslovacchi in Siberia, i giapponesi e l’ataman Semenov in Manciuria, Miller e gli americani a Murmansk, Judenič a nord, Denikin nel Caucaso, era impegnato contro gli attacchi del governo reazionario polacco di Pilsudski che, spalleggiato dai fascisti ucraini di Petliura, tentavano di annettersi Ucraina e Bielorussia. Profittando della disponibilità del governo menscevico di Georgia, la flotta francese traghettò dal Caucaso in Crimea i resti dell’esercito di Denikin, che si unirono all’armata di Vrangel. Come si espresse Lenin, “Polonia e Vrangel sono due braccia dell’imperialismo francese”: nei piani di Parigi, Vrangel avrebbe dovuto distogliere le forze russe dal fronte polacco. Dalla Crimea, Vrangel attaccò il Kuban e, a ovest, il bacino carbonifero del Donbass (che ancora oggi, come sappiamo, continua a far gola a tante multinazionali), su cui Parigi aveva messo gli occhi e che contava di trasformare in protettorato francese. Ma l’Esercito rosso, conclusa la pace con la Polonia, in una fulminea campagna di 10 giorni, riuscì a penetrare in Crimea dall’istmo di Perekop e avere ragione del barone, che fuggì per mare con i resti dell’armata bianca.
Se, nonostante tutto, seguendo una linea cerchiobottista di “unione patriottica”, si arriverà a ricollocare a Mosca il monumento a  Dzeržinskij, “la spada fiammeggiante” a difesa della rivoluzione e, a Sebastopoli, a innalzare quella al generale Vrangel, braccio armato dei tentativi controrivoluzionari, allora non rimarrà che accostare le scelte di certa leadership al sofocleo “non esitare, quando miri all’utile”.

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