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Juncker parla di un’Europa più “sociale”, ma che si prepara alle guerre

Alla riapertura dell'anno politico, Jean-Claude Juncker ha pronunciato il rituale discorso sullo “stato dell'Unione”, al parlamento di Strasburgo. Contrariamente al solito, questo discorso era atteso perché è la prima scadenza istituzionale dopo il voto sulla Brexit.

Non si può dire che sia stato memorabile, ma vanno segnalate alcune “preoccupazioni” fin qui poco esplicitate e una distanza clamorosa tra la dimensione dei problemi e le idee per affrontarli.

Dopo il voto britannico per il leave, per quanto diluito nel tempo (il governo di Londra non avvierà le produre formali prima del prossimo anno), l'Unione Europea ha dovuto toccare con mano il prevalere politico dell'”euroscetticismo”. Non in un paese marginale come la Grecia, squassato da esperimenti finanziari autoritari che ovviamente hanno reso Bruxelles e la Troika un nemico del popolo molto riconoscibile; non in uno staterello dell'Est europeo che rifiuta una quota ancorché minima di profughi (polemiche furibonde, in questi giorni, tra il primo ministro lussemburghese e quello ungherese), ma in una potenza nucleare e finanziaria che costituiva un pilastro “sicuro” della costruzione europea e del suo legame con l'altra sponda dell'Atlantico.

Juncker ha dovuto perciò premettere che la Ue si trova ora in una “crisi esistenziale”. Non crediamo che questo termine sia stato usato nella sua valenza psicologica, dunque mai come ora la gabbia feroce stesa a forza di trattati mai discussi (né approvati) vede davanti a sé lo spettro dell'esplosione fallimentare. Il moltiplicarsi di tensioni interstatuali (quelle sui migranti sono soltanto le più enfatizzate, per ovie ragioni elettorali interne) e il montare dei “populismi” – di destra e di sinistra – rende gli establishment “europeisti” sempre meno saldi in sella. E la tecnoburocrazia che amministra di fatto la Ue non possiede per ora altri strumenti per imporre la sua governance.

Di qui deriva la retorica “sociale” improvvisamete riscoperta da Juncker, ossia dal presidente della Commissione, che sarebbe poi il “governo” che sorveglia i 27 paesi membri.

La disoccupazione è ancora troppo alta, l'Europa non è abbastanza sociale, questo lo dobbiamo cambiare quindi lavoreremo al pilastro dei diritti sociali. E se anche la situazione dei debiti resta alta, essi si sono ridotti e questo dimostra che il Patto di stabilità ha suo effetto, ma non deve diventare patto di flessibilità: deve diventare un patto applicato con flessibilità intelligente”.

Un esercizio di equilibrismo verbale, che deve esibire attenzione verso i ceti sociali massacrati dall'austerità senza minimamente mettere in discussione il “patto di stabilità” attraverso cui l'austerità viene imposta.

Questa Unione disegnata sull'ordoliberismo tedesco non può però diventare improvvisamente keynesiana, autorizzando gli stati a spendere o assumendo in proprio l'onere di investimenti tali da avviare una qualche “ripresa” economica. E quindi per Juncker la soluzione è fare le nozze con i fichi secchi, recuperando il suo famoso “piano” che non ha fin qui prodotto alcun risultato visibile. Ricordiamo che si trattava di un arzigogollato marchingegno che avrebbe dovuto attivare 150 miliardi di investimenti privati con una anticipazione minima da parte della Ue.

L'insuccesso non ha scoraggiato il presidente della Commissione, che ne proposto perciò il rilancio e l'implementazione, fino a raddoppiare a oltre 600 miliardi di euro la capacità finanziaria del Fondo europeo per gli investimenti strategici.

Del resto, anche nei toni oltre che nelle parole, Juncker ha voluto comunicare l'urgenza di fare qualcosa, di delineare “una agenda positiva” per i prossimi 12 mesi, considerati un periodo “cruciale” e “decisivo” per il futuro dell'Unione. E in effetti il 2017 è anno pieno di scadenze elettorali in diversi paesi, a cominciare dal più importante, quella Germania che rischia di veder finire la carriera politica della “brava massaia” Angela Merkel; nel bene e nel male baricentro fin qui assolutamente solido di una costruzione squassata da venti imprevisti.

Più investimenti, dunque. Ma chi di potrà fare? Gli Stati no, tranne forse quello tedesco (con l'ennesimo surplus al di fruoti dei parametri di Maastricht). Non i privati, piccoli o grandi che siano. Tra l'altro le banche – rubinetto chiave in quasi tutta Europa – sono alle prese con un consolidamento dei bilanci e l'eliminazione di “sofferenze” difficili da recuperare; quindi molto poco disposte a finanziare maggiormente il sistema delle imprese. Non l'Unione Europea stessa, perché diversi paesi ricchi – a cominciare da Berlino – si rifiutano di “condividere i rischi” con Stati considerati inaffidabili, ma in realtà rapinati proprio da loro (vedi http://contropiano.org/interventi/2016/09/13/germania-nella-ue-maghi-del-debito-pubblico-083406).

Dunque Juncker non può far altro che riproporre il “piano”, sperando che stavolta le sue parole vengano prese sul serio e si avvii un briciolo di intervento mirante a ridurre almeno la disoccupazione estrema. Un “segno”, insomma, che possa calmierare l'umor nero popolare in diversi paesi.

Ma l'uscita in divenire della Gran Bretagna apre un altro vuoto che la Ue si propone di riempire al più presto, anche stringendo il numero dei membri a “quelli che ci stanno”: una forza di difesa comunitaria, agli ordini di Bruxelles ma nutrita con personale e armamenti nazionali. Juncker ha infatti confermato che la Commissione vuole sviluppare la “cooperazione rafforzata” tra i paesi membri in materia militare, così come previsto dai Trattati. Intanto creando immediatamente, entro fine anno, un “fondo europeo della difesa” (non si è capito se conteggiato al di fuori dei parametri di deficit oppure no). Del resto Lady Pesc, ossia l’Alto Rappresentante per la Politica estera e di Sicurezza, Federica Mogherini, ha già presentato un progetto per promuovere cooperazioni rafforzate in questo campo.

L'Unione Europea in “crisi esistenziale” vuole dunque mostrarsi più “attenta ai popoli”, più “sociale” (per usare le parole di Juncker); ma si arma in modo centralizzato per disporre della forza di intervento necessaria a superare sia momenti di guerra esterna che, prevedibilmente, anche disordini interni a qualche paese in particolare difficoltà sociali.

Uno dei modi per risolvere le crisi esistenziali, del resto, è proprio quello di mettere in crisi l'esistenza altrui…

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