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Macron il “renziano” affossa anche Manuel Valls

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"Al momento la richiesta di investitura di Manuel Valls non soddisfa i criteri per l'accettazione da parte di En Marche!". Con queste poche parole Jean-Paul Delevoye, ex neogollista incaricato dal partito del presidente Emmanuel Macron di stilare le candidature alle legislative, ha escluso che al momento l'ex premier socialista possa presentarsi alle elezioni dell'11 e 18 giugno nelle liste del movimento.

Da fuori, può sembrare incomprensibile il motivo per cui Macron rifiuta di accogliere tra le sue fila l’ex primo ministro ultraliberista scelto da François Hollande, colui che l’aveva innalzato a ministro dell’economia nonostante una carriera senza alcuna rilevanza pubblica o scientifica, candidato trombato alle primarie del Partito Socialista (battuto da Hamon, poi distrutto alle presidenziali con poco più del 6%), autocandidatosi con una clamorosa sentenza di morte per il suo vecchio partito (“un'istituzione con una storia gloriosa, ma ormai appartenente al passato”).

Non si tratta di semplice mancanza di gratitudine, però. Valls si è conquistato, da primo ministro, un’impopolarità seconda soltanto al rimbambito Hollande, grazie a politiche “europee” che hanno iniziato a destrutturare il sistema di protezione sociale francese. Vero è che la famigerata loi travail (un Jobs Act appena meno esagerato) porta proprio la firma di Macron, ma appunto per questo non era il caso di riproporre l’ossatura della “squadretta” più odiata di Francia.

Il crollo del sistema politico transalpino sta producendo una rapidissima riconversione secondo modalità che qui in Italia abbiamo sperimentato ormai per 25 anni, ma che hanno assunto una forma apparentemente definitiva solo con la pilotata ascesa di Matteo Renzi. La formazione politica che “deve” prendere il comando, per realizzare compiutamente il programma impostato dal capitale e dalle istituzioni sovranazionali, ha un bisogno disperato di presentarsi come “nuova”. Quasi totalmente nuova, vien da dire, perché comunque qualche vecchio arnese che sappia dove mettere le mani deve pur essere mantenuto al suo posto.

Valls poteva essere presentato solo nel suo storico collegio di appartenenza, dove aveva mantenuto un residuo di consenso personale (le clientele esistono anche oltralpe, in fondo siamo “cugini”). Relativamente facile, dunque, rifiutarne l’adesione con la motivazione più banale: “c’era già un candidato”. Come se un ex primo ministro e un “volto nuovo” fossero in fondo di peso equivalente. Per Valls, inutile dirlo, è la fine politica.

Tutto deve essere "nuovo", a cominciare dai candidati di En Marche alle elezioni legislative di giugno, decisive per mettere il neopresidente al riparo dalla situazione più temuta: non avere una stabile maggioranza parlamentare, e dunque diventare subito un “cavallo zoppo”, inabilitato a fare quello per cui è stato scelto. Dei candidati macronisti nei collegi – in Francia si riproduce a tutti i livelli lo schema del “doppio turno con ballottaggio” – per ora si conosce solo un identikit generico: “metà nuovi, metà donne”. Una scelta rischiosa, oltretutto, perché non è facile presentare in un collegio un candidato “paracadutato” da fuori, ma non è neanche detto che se ne trovi uno adatto a livello locale.

Non che servano dei geni della politica, de resto.  Macron ha spiegato che «Ogni candidato che sarà eletto firmerà, con me, il contratto con la Nazione. Si impegnerà a votare, al mio fianco, grandi progetti, a sostenere il nostro progetto»; e, per essere ancora più chiaro, «Nessuna fronda». Fedeltà assoluta al capo, che ha il potere di sollevarti in cielo e di farti precipitare. Siamo già oltre la “post-democrazia”, e in effetti bisogna ricordare che tra le frasi celebri del neopresidente c’è un’incredibile cedimento alle nostalgie monarchiche: «La Francia è in lutto di un re».

Tutto questo ciarpame reazionario deve però essere venduto come “il nuovo che avanza”, cercando di interpretare e manipolare quell’urgenza di indefinito “cambiamento” che soffia in un modello sociale destabilizzato da dieci anni di crisi economica e (ancora timidi) tagli al welfare.

Cose che in Italia conosciamo bene, ma che hanno trovato strada facendo due interpreti diversi: Renzi e Grillo. Mentre in Francia si cerca di far concentrare tutta questa ansia intorno al neopresidente, che dovrebbe risucchiare anche ciò che resta del vecchio partito gollista. E’ una partita comunque complicata, visti i consensi – praticamente pari ai suoi – raccolti dalle due “estreme”, Le Pen e Mélenchon. Il "macronismo", insomma, non ha ancora vinto.

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