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Israele non rispetterà gli accordi di Astana 

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Un rapporto della Sicurezza Israeliana, pubblicato sul quotidiano Maariv, afferma che “le decisioni assunte ad Astana rappresentano un inutile tentativo per la soluzione del conflitto in Siria”. “Israele”- continua il documento – “nonostante l’entrata in vigore dell’accordo, non  lo osserverà e continuerà con i suoi raid aerei contro attività considerate terroristiche nei suoi confronti”.

Tel Aviv, secondo diversi analisti, è cosciente del fatto che la creazione delle zone di sicurezza, decisa da Russia, Iran e Turchia ad Astana, pone dei seri problemi alla prosecuzione dei suoi piani di destabilizzazione nel conflitto siriano.

Due sono i punti che hanno impensierito lo stato israeliano. Il primo riguarda il divieto per gli aerei della coalizione internazionale e per quelli israeliani  “di poter operare nelle zone di sicurezza” in Siria. “Le operazioni dell’aviazione nelle zone di sicurezza, in particolare quelle delle forze della coalizione, non sono assolutamente previste, tranne quelle concordate contro Daesh” ha dichiarato l’inviato speciale russo per la Siria, Alexander Lavrentiev. Lo stesso farà l’aviazione russa e quella siriana che, secondo il capo delle forze armate russe Serguei Rudskoi, non sono più operative dai primi di maggio, “purché non ci sia più alcuna attività militare nelle  aree sicure, al fine di garantire una tregua duratura in queste zone”.

Il secondo punto riguarda il posizionamento, legittimato dagli accordi, di truppe iraniane nelle aree: una delle quattro zone (Idlib, Deraa, Homs e Ghouta orientale periferia est di Damasco) sarà quella meridionale di Deraa, proprio a ridosso delle alture del Golan e del confine con Israele. Tel Aviv ritroverebbe vicino ai suoi confini, grazie ad un accordo internazionale sostenuto anche dall’ONU, quello che ha cercato di evitare in tutti questi anni: i pasdaran iraniani.

Fondamentale, comunque, sarà la posizione degli USA. L’amministrazione americana ha accolto la notizia dell’accordo con molta prudenza, sostenendolo, purché riesca “a ridurre  realmente la violenza in Siria”. Secondo la stampa di Tel Aviv, invece, nonostante Washington possa appoggiare questo accordo da un punto operativo con Mosca, di sicuro “non rinuncerà a sostenere tutte le fazioni ribelli moderate”.

Affermazioni che trovano una loro fondatezza nelle operazioni militari che  gli USA stanno portando avanti nella zona di confine tra Siria e Giordania. Il 7 Maggio è cominciata l’esercitazione militare “Eager Lion” che vede impegnate, sotto il comando americano, oltre 7500 truppe provenienti da 20 paesi (principalmente europei, africani e dei paesi del golfo). La Giordania, pur essendo stata invitata, per la prima volta, ai colloqui di Astana come paese “osservatore”, ha dichiarato che proseguirà nella sua politica di contrasto per la crisi siriana e per difendere il proprio paese dal terrorismo.

La Giordania non ha firmato gli accordi di Astana sulle Safe Zone” – ha dichiarato lunedì il portavoce del governo giordano Mohammed Al Moemeni – “e difenderà con qualsiasi mezzo le sue frontiere in caso di necessità”.

Fonti vicine alle agenzie stampa siriane (SANA, Al Mayadeen) affermano che in caso di necessità la Giordania potrebbe invadere la Siria nella zona di Al Tanf, posizionando una nuova milizia,  il gruppo Maghawir Al Thawra, creata ed armata dagli americani sia contro Assad che contro Daesh. In chiave preventiva, nella stessa giornata di lunedì, il ministro degli esteri siriano, Walid Al Mouallem, ha avvertito la Giordania che qualsiasi azione militare in Siria, senza l’avvallo di Damasco, sarà considerato come “un atto ostile”. Stessi toni minacciosi da parte di Hezbollah: “chiunque violerà i confini siriani, pagherà un caro prezzo e sarà considerato un possibile bersaglio” afferma un suo comunicato stampa diffuso ieri.

Le priorità di Damasco, soprattutto in queste ultime settimane, sono quelle di riconquistare tutte le località meridionali confinanti con la Giordania e l’Iraq, per ricongiungere le proprie truppe, che combattono contro Daesh (gruppo Khalid Ibn Al Walid), con quelle irachene delle Hashd Shaabi (Unità Mobilitazioni Popolari, truppe multi-confessionali di Baghdad, ndr) per creare un “fronte comune” in difesa della frontiera meridionale.

 

Stefano Mauro

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