Menu

Barcellona invasa dai fascisti. Oggi è il giorno più lungo

Domenica due-trecentomila nazionalisti spagnoli hanno invaso Barcellona al grido di “Puigdemont in galera”. Tanti i saluti romani, gli slogan fascisti, le bandiere franchiste accanto a quelle dell’Unione Europea. L’estrema destra ha avuto in appalto l’organizzazione e la prima linea di una manifestazione “in difesa della Costituzione e della legalità” che era stata promossa dal Partito Popolare e da Ciudadanos e che ha visto l’adesione anche del Partito Socialista. A rappresentare nell’intervento finale il “costituzionalismo postfranchista” che innerva il nazionalismo spagnolo sono stati chiamati il “liberale” Vargas Llosa e il “socialista” Borrell. Nelle strade limitrofe i fascisti minacciavano e aggredivano giornalisti, attivisti di sinistra e semplici passanti.

I TG spagnoli hanno dettato la linea ai media italiani: era la ‘maggioranza silenziosa’ dei catalani che non vogliono l’indipendenza finalmente uscita allo scoperto. A guardar bene non si trattava di una maggioranza, visti i numeri esigui e i 50 mila manifestanti arrivati dalla Spagna con i pullman e i treni messi a disposizione gratuitamente dai partiti di destra. E neanche silenziosa, visti i canti e gli slogan improntati al più becero sciovinismo nazionalista.

Ieri, poi, il volto dell’estrema destra mobilitata a Valencia per attaccare le manifestazioni indette dalle organizzazioni della sinistra catalanista e dagli indipendentisti anticapitalisti della Cup (che rivendicano il Pais Valencià, parte dell’area linguistica e culturale catalana, come parte integrante dei Paesi Catalani) è stato anche meno rispettabile. Non sono mancate le aggressioni nei confronti dei manifestanti inermi da parte di coloro che il giorno prima erano in trasferta a Barcellona, grazie anche alla complicità di una polizia spagnola sempre più politicizzata e schierata.

Per ingrossare la manifestazione unionista, come ci racconta un interessante reportage del quotidiano progressista spagnolo ElDiario, si sono mobilitati i quartieri alti e la media e alta borghesia di Barcellona, quelli dove anche alle ultime elezioni i partiti nazionalisti della destra spagnola, PP e Ciudadanos, hanno ottenuto la maggioranza assoluta mentre nei quartieri popolari vincevano il fronte indipendentista o i federalisti di centrosinistra di Barcelona en Comù.

Si tratta della stessa borghesia catalana che minaccia apertamente il governo catalano spostando il domicilio sociale delle imprese a Madrid e dichiara che, se Puigdemont proclamerà la Repubblica e quindi l’indipendenza, le conseguenze economiche per il nuovo stato – che comunque l’Ue non riconoscerebbe – sarebbero disastrose. Di fatto la maggior parte delle imprese catalane è pronta a trasferirsi in Spagna nel caso di un’accelerazione indipendentista. Negli ultimi giorni le assicurazioni VidaCaixa, dopo le banche Sabadell e Caixa e la holding industriale di quest’ultima, Criteria, hanno cambiato il loro domicilio fiscale spostandolo a Madrid. La stessa decisione adottata dal Cda di Abertis, del gruppo Cervezas San Miguel, del gruppo Planeta, dell’immobiliare Colonial e del gruppo Idilia Foods, proprietario di marche del settore alimentare come Cola Cao (il Nesquik spagnolo), Nocilla (l’equivalente iberico della Nutella) ecc. Come se non bastasse, la multinazionale automobilistica tedesca Volkswagen ha deciso di spostare i suoi uffici dal Prat de Llobregat (Barcellona) a Madrid, mentre secondo alcune voci anche la Seat potrebbe abbandonare la Catalogna “in cerca di stabilità”.

Le associazioni imprenditoriali non vogliono sentire ragioni, e dopo aver cercato, invano, di impedire il referendum del 1 ottobre ora sono scese pesantemente in campo per evitare che Puigdemont proclami una qualche forma di indipendenza, qualunque sia la forma scelta dal President della Generalitat per dare seguito ai risultati della consultazione popolare e a quanto stabilito dalla Legge di Transitorietà approvata dalla maggioranza dell’assemblea catalana nelle scorse settimane.

Al grido di “Foment diu prou” – Foment dice basta – gli imprenditori riuniti nell’associazione ‘Foment del Treball’ hanno avvertito il Govern del rischio di insolvenza economica per la Catalogna se le autorità locali “continueranno sul cammino incerto intrapreso”. In un comunicato diffuso ieri dopo una riunione straordinaria della sua giunta di direzione la CONFINDUSTRIA catalana chiede “il rispetto della legalità”, della Costituzione e dello Statuto di Autonomia. Gli imprenditori denunciano il crollo dei nuovi investimenti e delle prenotazioni nel settore turistico che sarebbero calate nelle ultime settimane del 50%. Ieri, intanto, il capo del governo catalano aveva incontrato Juan Josè Brugera, il presidente del Cercle d’Economia, il più rappresentativo circolo degli imprenditori attivi in Catalogna. Brugera ha esplicitamente avvertito Puigdemont che una dichiarazione unilaterale di indipendenza sarebbe una “bomba lanciata sull’economia catalana”, generando una massiccia fuga delle imprese e una punizione da parte del mercato finanziario e borsistico internazionale. Il capo degli imprenditori ha anche denunciato che negli ultimi giorni molti cittadini hanno ritirato i loro soldi dalle banche catalane, generando allarme e caos in un settore già alle prese con molti problemi.

Le pressioni su Puigdemont e sul suo vice, Junqueras, sono fortissime, sia sul fronte interno che su quello spagnolo. Oggi alle 18 il President parlerà all’assemblea catalana e l’attesa su quanto dirà è enorme. Secondo molti analisti potrebbe dichiarare una ‘indipendenza differita e graduale’, dando inizio ad un iter incerto e in contraddizione con gli impegni assunti. Il tentativo è quello di tenersi aperta una via del dialogo in cui però la controparte – lo Stato Spagnolo, le sue istituzioni – non sembra avere alcuna volontà di negoziato mentre dall’Unione Europea non arriva alcun segnale a parte le dichiarazioni contro l’indipendenza dei vari commissari europei e dei leader di Francia, Germania e Italia.

Mentre la “Diputación de la Grandeza de España”, ‘associazione’ che riunisce circa 400 nobili spagnoli, manifesta la propria completa lealtà al Re Filippo VI scagliandosi contro la rottura del reame, la sindaca di Barcellona, a capo di una amministrazione di centrosinistra, conferma la sua posizione formalmente equidistante tra gli schieramenti unionista e indipendentista. Dopo aver annunciato il suo voto in bianco al referendum del 1 ottobre – molti suoi elettori, militanti e dirigenti del suo schieramento hanno invece votato Si – Ada Colau ha di nuovo invitato Carles Puigdemont a rinunciare all’indipendenza “per non mettere in pericolo né la coesione sociale né le istituzioni catalane”. La leader di Barcelona en Comù ha di nuovo fatto appello al dialogo offrendosi come mediatrice col governo centrale, anche se Rajoy ha già detto chiaro e tondo che non ci sarà alcuna mediazione e che tantomeno intende avvalersi della sindaca di Barcellona.

Per chiedere che il President mantenga le promesse resistendo alle minacce di Madrid e al ricatto della borghesia catalana oggi la Cup (sinistra anticapitalista) e i Comitati per la Difesa dei Referendum attivi capillarmente in tutti i quartieri scenderanno in piazza intorno al Parlament all’insegna dello slogan “Indipendenza adesso, nessuna dilazione”. Prima delle 18 è previsto l’inizio del concentramento, “ma se ci sarà bisogno di circondare il Parlament per difenderlo lo faremo” dichiara ai giornali catalani un attivista del Cdr del centro storico di Barcellona. In campo anche alcuni “Comitati di difesa dei quartieri e delle libertà”, più trasversali rispetto ai Cdr e animati da attivisti non solo della sinistra indipendentista ma anche del movimento libertario e in certi casi anche dei Comuns (il partito di Ada Colau).

Anche Omnium Cultural e la più radicale Assemblea Nazionale Catalana, le due grandi associazioni trasversali indipendentiste, hanno chiamato il popolo catalano a scendere in piazza oggi pomeriggio per difendere i risultati del referendum, anche se il leader dell’Anc, Jordi Sànchez, ha affermato che una dichiarazione d’indipendenza posticipata e graduale potrebbe essere un buon compromesso e dare il tempo al Govern di aprire un negoziato con la controparte.

Il Primo Ministro Rajoy – che interverrà alle Cortes spagnole domani alle 16 – e molti dei suoi collaboratori hanno chiarito che la risposta della Stato ad una eventuale dichiarazione di indipendenza sarebbe immediata e proporzionale. Si va dalla possibile applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, che permette allo stato di sospendere l’autogoverno delle comunità autonome ribelli, al più drastico 116, che prevede anche l’intervento dell’esercito e l’imposizione dello stato d’emergenza o d’assedio. Il leader del partito di destra Ciudadanos, Albert Rivera, così come le correnti più reazionarie interne ed esterne al PP, invocano platealmente la mano dura accusando Rajoy di inanità e incapacità.

Se oggi il Parlament dichiarasse l’indipendenza, vari leader del governo, dei partiti e delle associazioni catalane potrebbero essere immediatamente arrestati dalle forze di sicurezza spagnole che hanno letteralmente invaso la Catalogna nelle ultime settimane. E negli ambienti giudiziari si è diffusa la voce che Puigdemont, sulla cui testa pende già un’inchiesta per il reato di sedizione (15 anni di carcere), potrebbe essere accusato addirittura di ‘ribellione’, un reato ancora più grave. Secondo l’articolo 473 del Codice Penale spagnolo le persone che promuovano o sostengano la ribellione contro lo stato e il suo ordinamento devono essere condannate a una pena tra i 15 e i 25 anni di carcere e inabilitazione.

Ma il carcere in certi ambienti sembra insufficiente come punizione. Ieri il vicesegretario del Partito Popolare, Pablo Casado, rispondendo alle domande di alcuni giornalisti ha evocato per Puigdemont un destino simile a quello del suo predecessore Lluis Companys. “Abbiamo visto che lo scorso 6 ottobre è trascorso senza né gloria né pena l’83esimo anniversario della dichiarazione di indipendenza da parte di Companys. Credo che la storia non debba ripetersi, speriamo che domani non si dichiari nulla. Perché colui che la proclamerebbe (l’indipendenza) potrebbe finire come colui che la dichiarò 83 anni fa”.

Nel 1934 il leader di Esquerra Republicana dichiarò la formazione di uno Stato Catalano nell’ambito della confederazione spagnola ma dopo poche ore fu arrestato e rinchiuso in carcere dalle autorità della Repubblica Spagnola. Nel governo statale erano da poco entrati gli esponenti del partito cattolico e conservatore Ceda (Confederazione Spagnola delle Destre Autonome) segnando un immediato stop alle riforme economiche e civili invise alle oligarchie e alla Chiesa. La svolta a destra del governo della Repubblica Spagnola causò una insurrezione popolare anche nel Paese Basco e nelle Asturie. In questa combattiva regione del nord dello Stato Spagnolo le truppe di Madrid agli ordini di Francisco Franco stroncarono la rivolta operaia nel sangue per conto della Repubblica. Una vera e propria prova generale del colpo di stato fascista del 1936, guidato dallo stesso Franco.
Liberato dopo un anno e mezzo di carcere, Lluis Companys tornò a guidare la Generalitat durante la guerra civile; la Catalogna fu l’ultimo territorio iberico ad essere occupato dalle truppe franchiste. Companys venne nuovamente arrestato, lungamente torturato e poi fucilato dal regime fascista spagnolo nel 1940, grazie anche alla collaborazione dei nazisti tedeschi.

E’ questo l’epilogo che hanno in mente i dirigenti del governo spagnolo sostenuto dall’Unione Europea e dalla Nato?

 

Marco Santopadre

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa

1 Commento


  • alex1

    Spero di sbagliarmi ma mi sembra uno scenario non troppo simile a quello del Donbass. I fascisti a Madrid come hanno fatto quelli di Kiev vogliono schiacciare quel che resta dell’autonomia catalana.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *