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Catalogna: una marea umana per i prigionieri e la Repubblica

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E’ stata una manifestazione oceanica quella che ieri ha letteralmente inondato le strade di Barcellona. Un corteo corale ha riempito più di tre chilometri di piazze e strade al grido di “Llibertat” per chiedere la liberazione dei prigionieri politici catalani e difendere una Repubblica nata per ora solo sulla carta ma assai viva nei desideri e nelle aspirazioni di milioni di persone che hanno ribadito ieri il loro no alla repressione di Madrid.

La manifestazione era stata convocata a partire dalle 17.00 in Carrer Marina dall’Assemblea Nacional Catalana e da Omnium Cultural, i cui leader sono rinchiusi da settimane nelle carceri spagnole insieme a sette ministri del disciolto governo catalano e al vicepresidente della Generalitat Oriol Junqueras. Ma alle 16.00 il percorso del corteo era già zeppo di manifestanti e di bandiere. Un’ora più tardi, per ammissione della stessa polizia – quindi il dato numerico era sicuramente di molto superiore – in piazza c’erano ottocentomila persone arrivate, oltre che da Barcellona e dal suo hinterland, da tutta la Catalogna a bordo di 1000 autobus e treni. Un bis, a due mesi esatti dalla Diada dell’11 settembre (la festa nazionale catalana) che le due associazioni promotrici dell’evento hanno voluto ribattezzare “Diada nazionale per la libertà dei prigionieri”.

Centinaia di migliaia di cellulari accesi in contemporanea hanno illuminato a giorno la capitale catalana, fornendo un colpo d’occhio che neanche i media più “distratti” hanno potuto ignorare, mentre gli slogan risuonavano a chilometri di distanza.
Una manifestazione indipendentista, certo, ma alla quale hanno partecipato tanti catalani e catalane che non hanno voluto mancare ad una ennesima dimostrazione di dignità, di orgoglio, di autodifesa contro un’aggressione dello Stato Spagnolo e delle sue istituzioni che ha mobilitato anche settori popolari e politici che non considerano prioritaria l’indipendenza.

La lettura dei messaggi arrivati dalle carceri dove sono rinchiusi i due ‘Jordis’ e gli otto ministri ha generato commozione e al tempo stesso indignazione. Più di un milione di persone si è stretta in quel momento attorno ai familiari dei prigionieri politici che, dietro lo striscione “Llibertat presos politics. Som Republica”, avevano aperto la imponente marcia quando il sole ancora illuminava Barcellona.

“Siamo i nipoti di coloro che combatterono la paura perdendo la vita in una dittatura e no, no pasaran! Siamo i nipoti di coloro che hanno costruito questo paese. I diritti sono i nostri, le istituzioni siamo noi. E la Catalogna è una terra di libertà” ha sottolineato l’intervento del portavoce ‘accidentale’ di Omnium Cultural Marcel Mauri dopo i messaggi di Puigdemont e degli altri Consellers rifugiatisi a Bruxelles.
Da parte sua, il President in esilio si è rivolto all’Unione Europea per chiederle di smettere “di guardare da un’altra parte” e ai popoli del mondo di raccogliere il grido di libertà e la determinazione che arrivano da Barcellona.

Contrariamente a quanto era accaduto nelle mobilitazioni dei mesi scorsi, nel corteo di ieri le bandiere dell’Unione Europea erano davvero poche – mentre il loro numero cresce nelle manifestazioni dei cosiddetti ‘unionisti’, cioè dei nazionalisti e dei fascisti spagnoli, forti del sostegno di Bruxelles – e il tasso di europeismo del popolo indipendentista sembra progressivamente scemare. In molti si stanno rendendo conto, come confermano anche alcuni sondaggi, che tra la narrazione costruita su un’Unione Europea democratica, moderna, solidale e baluardo della libertà e la reale natura delle istituzioni continentali c’è un fosso incolmabile.

“Fuori le forze di occupazione” è stato uno degli slogan più gridati durante la storica marcia di ieri. La Catalogna si avvicina al voto del 21 dicembre con molti dei leader indipendentisti in carcere, le sue istituzioni commissariate dal governo di Madrid e il suo territorio occupato da 12 mila militari e poliziotti arrivati a settembre da tutto lo Stato Spagnolo. Migliaia di agenti della Guardia Civil e della Policia Nacional – acclamati alla loro partenza da folle di nazionalisti e fascisti spagnoli come si farebbe con le truppe inviate a sedare una rivolta nelle colonie – erano stati inviati nel territorio ribelle per impedire a suon di arresti e bastonate il referendum del 1 ottobre, ma rimarranno a lungo in un territorio che non li vuole.

Nei giorni scorsi il governo spagnolo ha riconosciuto un premio in denaro ai poliziotti e ai funzionari inviati in Catalogna per stroncare sul nascere la Repubblica catalana, riconoscendo così i loro ‘sforzi’ e la loro ‘abnegazione’ nel riportare l’ordine a Barcellona. Come se non bastasse, alcuni esponenti del Partito Popolare e di Ciudadanos hanno chiesto che agli eroici agenti le autorità competenti concedano addirittura una decorazione.

E chi si oppone all’occupazione militare deve subire la vendetta giudiziaria e le minacce delle forze dell’ordine. Nei giorni scorsi, raccogliendo una denuncia della Policia Nacional, un giudice di Reus ha aperto un procedimento giudiziario contro il sindaco della località catalana Carles Pellicer e i consiglieri di maggioranza – appartenenti a PDeCat, a Erc, alla Cup e alla lista Ara Reus – accusandoli di “incitamento all’odio”. La loro colpa è di aver sottoscritto un appello nel quale condannavano la violenza esercitata contro i cittadini e criticavano la presenza negli hotel della località di centinaia di agenti impiegati nella repressione delle manifestazioni indipendentiste e del referendum popolare del 1 ottobre. Nel documento la giunta di Reus aveva chiesto ai gestori degli alberghi di “fare tutto il necessario” affinché i poliziotti spagnoli li abbandonassero. La denuncia presentata dal Cuerpo Nacional de Policía (CNP) si scaglia non solo contro i componenti della giunta comunale di Reus, ma anche contro alcuni dei cittadini che avevano manifestato fuori dagli hotel che ospitavano gli agenti e addirittura contro alcuni Vigili del Fuoco. All’inizio di ottobre in numerose località della costa catalana decine di migliaia di persone scesero in piazza contro la violenza della polizia dopo la feroce repressione che aveva caratterizzato la giornata del 1 ottobre, con quasi mille persone rimaste ferite a cause delle cariche realizzate dagli agenti contro gli elettori e gli attivisti fuori e all’interno di numerosi seggi. Una folla inferocita di abitanti, spesso guidata dai propri amministratori, aveva ripetutamente assediato gli hotel in cui alloggiavano i reparti antisommossa dei corpi di polizia spagnoli, chiedendone l’allontanamento. Contro l’occupazione dei loro comuni non si erano schierate soltanto le amministrazioni indipendentiste ma anche alcune giunte guidate da sindaci del Partito Socialista della Catalogna.

Una formazione politica già dissanguata negli scorsi anni da numerose scissioni ‘sovraniste’ – che concorreranno alle prossime elezioni regionali insieme agli indipendentisti di Esquerra Republicana – e che la nuova vandea nazionalista spagnola sta ulteriormente indebolendo. Ieri il sindaco di Blanes, Miquel Lupiáñez, ha annunciato l’abbandono del PSC in polemica col sostegno del partito all’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione contro le istituzioni autonome della Catalogna, e le sue dimissioni dalla carica di primo cittadino. Lo stesso avevano fatto nelle scorse settimane una decina di amministratori e sindaci socialisti catalani che hanno così manifestato la loro contrarietà alla selvaggia repressione messa in campo dal Partito Popolare e da Ciudadanos grazie alla complicità di Pedro Sanchez e del Partito Socialista Operaio Spagnolo.

 

 

 

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3 Commenti


  • Gianni Sartori

    Borghezio a Barcellona? Al posto dei catalani mi preoccuperei
    Gianni Sartori

    Mi informano che nei giorni del referendum catalano, tra tanti “osservatori internazionali” volontari (compresi esponenti dell’autonomismo sardo o veneto, magari non proprio di sinistra, ma sicuramente non fascisti, quindi legittimati), un corpulento parlamentare europeo della Lega Nord si aggirava per le ramblas. Un certo Mario.

    Già appartenente all’organizzazione neofascista (e legata ai servizi segreti) Ordine Nuovo, Mario Borghezio in gioventù avrebbe fatto parte anche di Giovane Europa, sezione italiana di Jeune Europe (vedi J. Thiriat).

    Un po’ di biografia.
    L’11 luglio 1976 venne fermato dalla polizia e trovato in possesso di una cartolina postale indirizzata al “bastardo Luciano Violante”, un magistrato che indagava sulle trame dell’estrema destra.
    Nella cartolina, firmata Ordine Nuovo, si poteva leggere: “ 1,10,100, 1000 Occorsio”.
    Vittorio Occorsio era un giudice che indagava sul terrorismo neofascista e il giorno prima era stato assassinato da Concutelli, capo militare di Ordine Nuovo. Sempre sulla stessa cartolina, oltre ad alcune svastiche, c’era la scritta “Viva Hitler”.

    A modo suo coerente, qualche anno fa, mi pare su “Panorama”, Borghezio si fece fotografare ostentando una grande ascia bipenne, quella che tiene appesa in casa (simbolo di ON, un richiamo a quello dei collaborazionisti francesi di Petain).

    Per ragioni non ben precisate negli anni settanta si è allontanato dall’Italia e ha vissuto a lungo in Africa. In Zaire (ex Congo belga) avrebbe lavorato per la Camera di commercio italo-zairese.
    Ammiratore, l’ha detto lui, del dittatore Mobutu Sese Seko, un despota sostenuto dal Belgio (ex potenza coloniale) e dagli USA che lo avevano aiutato nel far carriera dopo il colpo di stato contro il legittimo presidente Lumumba, poi assassinato.
    Come ho detto non si hanno notizie precise, ma ricordo che in quel periodo alcuni neofascisti italici (Delle Chiaie di Avanguardia Nazionale, Concutelli *di Ordine Nuovo, pare anche Boccacci…) in Angola sostenevano Savimbi (leader dell’UNITA, legato al Sudafrica) combattendo contro i movimenti di liberazione come MPLA (Movimento popolare di Liberazione dell’Angola). Inoltre diversi neofascisti europei vennero assunti direttamente da Pretoria che li inviava in Namibia. Qui, novelle waffen ss, andarono a combattere contro il movimento di liberazione (SWAPO).
    Pur non conoscendo l’esatta natura delle attività di Borghezio, va ricordato che fu lo Zaire di Mobutu, insieme al Sudafrica, a invadere l’Angola quando questa dichiarò l’indipendenza.
    In quei giorni, novembre 1975, un compagno diciottenne, Piero Bruno di Lotta continua, venne ucciso dai colpi di pistola della polizia, colpito alle spalle. Proprio davanti all’ambasciata dello Zaire di Roma dove si era svolta una manifestazione di protesta contro l’aggressione all’Angola indipendente.

    Borghezio sembra essere ancora in buoni rapporti (di reciproca stima) con Stefano delle Chiaie, fondatore di Avanguardia Nazionale (gruppo neofascista del secolo scorso, recentemente riesumato); partecipa a iniziative comuni e lo chiama pubblicamente “comandante”. **

    Stefano Delle Chiaie è stato indagato e processato in relazione ad alcuni tentativi golpisti e alla strategia della tensione. E’ sospettato di aver promosso tentativi di infiltrazione nei gruppi della sinistra extraparlamentare (anche tra gli anarchici grazie al suo amico e camerata Mario Merlino).

    Il suo nome è stato collegato alle attività dell’Aginter Press (organizzazione insediata in Portogallo e organica con la rete anticomunista della NATO Stay Behind) legata alla PIDE e alla CIA e operativa nell’ambito della strategia della tensione in Italia (vedi Piazza Fontana etc.).
    Delle Chiaie (che Borghezio, ripeto, non ha vergogna di chiamare “comandante” mentre contemporaneamente si esibiva come sostenitore della causa basca) collaborava con i servizi segreti spagnoli (lo aveva già arruolato Carrero Blanco) contro i dissidenti. In particolare i baschi rifugiati in Iparralde (Paese basco del Nord, sotto amministrazione francese).
    Non era l’unico. Anche altri neofascisti italiani (Concutelli, Calore, Ricci, Cauchi…) presumibilmente collaborarono con il BVE (squadra della morte parastatale da cui poi derivò il più noto GAL) e non si esclude che Concutelli fosse direttamente coinvolto nella sparizione di Pertur (nel 1976).
    Relativamente note poi le foto che avevano immortalato i neofascisti italici a Montejurra (Jurramendi in lingua basca). Sempre nel 1976, nell’aggressione squadristica contro i Carlisti democratici (due morti e numerosi feriti).

    Borghezio è stato condannato nel 1993 (anche se soltanto a una multa) per aver “trattenuto” (secondo altre versioni: strattonato, malmenato…) un bambino immigrato, venditore ambulante. Un’altra condanna l’ha avuta per aver causato l’incendio dei pagliericci di un accampamento di migranti a Torino nel 2000.
    E’ stato poi condannato anche per diffamazione aggravata dalla finalità di odio razziale contro l’ex ministro all’Integrazione, Cecile Kyenge.

    Inquietante sapere che Borghezio (stando a quanto raccontava Maurizio Murelli, un neofascista condannato per aver lanciato una bomba a Milano durante una manifestazione negli anni settanta, poi tra i fondatori di Orion) sarebbe stato indagato per una ipotetica partecipazione alla “Falange”, un gruppo misterioso (presumibilmente una creatura dei servizi) che agiva alimentando una “strategia della tensione a bassa intensità”.

    In un comunicato degli anni novanta (me lo aveva passato l’allora senatore Francesco Bortolotto, esponente dei Verdi), la Falange minacciava i sindaci veneti che si erano opposti all’Alta velocità (TAV) e firmava con una misteriosa sigla, un specie di Brigata Veneto -Euscadi (con la “C” oltretutto, consonante inesistente in euskera, la lingua basca) e un riferimento all’ETA.
    Una maldestra provocazione, ovviamente, visto che nel Paese Basco la sinistra abertzale era contro l’Alta Velocità (e non si immischiava certo nelle questioni venete).
    All’epoca l’ETA inviò un breve messaggio ai misteriosi “falangisti” italici: “Non provateci neanche, la prossima volta vi veniamo a cercare” (cito a memoria). Laconico, ma chiaro.

    Anche se non risulta che le indagini abbiano accertato una sua diretta partecipazione, resta il fatto che il nome di Borghezio si collegava, magari indirettamente, a una possibile provocazione contro gli indipendentisti baschi (non era solo una goliardata, trattandosi della fantomatica “Falange”) e ha poi tentato in vari modi di entrare in relazione con le organizzazioni della sinistra basca abertzale. Inquietante appunto, ripensando ai documentati precedenti di infiltrazione dell’estrema destra europea nei confronti dei movimenti di liberazione africani (spacciandosi per antimperialisti, magari con credenziali cinesi, si spera carpite con l’inganno). C’era anche la mano dell’Aginter Press nell’assassinio di Cabral e Mondlane (esponenti dei movimenti di liberazione delle ex colonie portoghesi) e forse anche in quello di Ruth First, antirazzista bianca sudafricana.

    Nonostante le sue radici inequivocabilmente fasciste, Borghezio aveva espresso pubblicamente e platealmente solidarietà a Herri Batasuna (nel 1997 quando venne resa illegale). A mio avviso, un danno di immagine per l’organizzazione indipendentista basca.
    Inoltre ha sventolato in varie occasioni l’ikurrina, la bandiera basca (come a Venezia nelle giornate della “Padania”) gridando “Gora Euskadi askatuta” insiema a “Padania libera”. Confondendo volutamente due cose diverse e rendendo difficile spiegare all’opinione pubblica italica quale sia la profonda differenza tra le istanze indipendentiste di Euskal Herria e di Catalunya rispetto a quelle di una non ben definita “Padania” (dove il discorso è prevalentemente economico).

    Senza dimenticare l’episodio della registrazione, a Nizza, di una conversazione in cui consiglia a dei camerati francesi di parlare di regionalismo, di religione cristiana, di autonomia…”ma sotto sotto rimanere gli stessi” (ossia fascisti)

    https://www.youtube.com/watch?v=GirPDfm7Cuk

    Come ho detto, Borghezio si trovava nella capitale catalana nei giorni del referendum, addirittura all’interno di un seggio elettorale (credo una scuola). A esibirsi e farsi intervistare come “amico del popolo catalano” di cui ha detto di apprezzare la bella lingua.

    Lo so. Negli attuali frangenti i catalani hanno problemi di ben più ampia portata. Tuttavia ritengo che anche Borghezio con la sua ingombrante presenza (e le sue dichiarazioni non richieste) potrebbe gettare discredito sull’immagine dell’indipendentismo catalano. In particolare agli occhi delle componenti democratiche e di sinistra dell’opinione pubblica italiana, generalmente poco informata in materia (colpevolmente, va detto, ma questa è al momento la situazione).
    C’è chi, a sinistra purtroppo, non aspetta altro. Banalizzare la questione catalana parlando di “scontro tra borghesie” e stabilire parallelismi inesistenti tra ERC e Lega Nord. Fingendo di ignorare il ruolo fondamentale svolto dai compagni della CUP.

    Gianni Sartori

    *nota 1: va anche segnalato che per Delle Chiaie il Concutelli in realtà non avrebbe mai messo piede in Angola
    sulla scomparsa di Pertur vedi:
    http://www.labottegadelbarbieri.org/scusate-se-vi-parlo-di-pertur-e-di-squadre-della-morte/)

    **nota 2: https://www.youtube.com/watch?v=2HPoOkfniM8

    *** nota 3: Tra le sue peggiori dichiarazioni, per la serie “La mia Africa”, questa è significativa: “Non ho più l’età per le prostitute però nel paese della Kyenge ho assaggiato il prodotto locale. Ci sono le più belle donne congolesi: le katanghesi. Le pagavo, certo. Alla sera non sapevi che cazzo fare e avevo 25 anni e quelle erano alte, belle e slanciate. La Kyenge non appartiene a questa specie. Nulla a che vedere”.
    Quando si dice un “personaggio da trivio…”.


    • Redazione Contropiano

      Chi è Borghezio lo sappiamo bene… Che c’entri qualcosa con i catalani di qualsiasi partito, dobbiamo dire, non risulta… E qualcosina ne sappiamo.


  • Alberto Capece

    Non capisco il significato della biografia di Borghezio in questa vicenda: A parte la totale incosistenza del personaggio che solo il berlusconismo è stato capace di tirar fuori dalle fogne dove era in buona compagnia, ci vedo la volontà un po’ infantile di “macchiare” l’autonomismo catalano.. Faremmo meglio a preoccuparci del fatto che Borghezio è sempre presentye in Italia ed è una macchia per tutti.

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