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La missione in Mali e la presenza della Francia in Africa

L’obiettivo ultimo della guerra francese in Mali, iniziata nel 2013, non è né la lotta contro il terrorismo né l’instaurazione della democrazia.

In un contesto di rivalità internazionale, la Parigi di Sarkozy, di François Hollande e di Macron scatena sempre nuove guerre nel continente africano solo per proteggere i propri interessi imperialisti tra cui in particolare le vaste miniere di uranio del Sahel che alimentano le centrali nucleari francesi.

Questa crisi nel Sahel è il risultato diretto e concreto della guerra libica lanciata  sette anni fa dalla NATO con l’aiuto delle milizie islamiche per rovesciare il regime del grande leader Muhammar Gheddafi.

Dopo la caduta di Gheddafi, i tuareg che avevano combattuto con Gheddafi entrarono nel nord del Mali e sostennero i gruppi locali tuareg tra cui l’MNLA (Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad) nella loro guerra contro l’esercito del Mali nel nord del paese.

Questo determinò una crisi politica a Bamako, la capitale del Mali, e portò al colpo di stato che rovesciò il presidente Amadou Toumani Touré (detto ATT) nel marzo 2012.

All’inizio di questa storia, Parigi cercò di cacciare la giunta militare che si era insediata dopo il golpe, costringendo il capitano Sanogo Amadou, che aveva guidato la rivolta, a cedere la sua poltrona ad un governo provvisorio, per altro nominato dalla stessa giunta militare.

Ed è così che nel gennaio 2013 Parigi ha potuto lanciare la propria guerra in Mali come una guerra per proteggere la democrazia contro l’islamismo.

Come promemoria va ricordato che il giovane Macron, appena eletto, ha promesso di intensificare la guerra lanciata dal fratello maggiore Francois Holland e il 2 luglio 2017, lo stesso Macron ha partecipato a un vertice straordinario dei capi di stato del G5-Sahel (Burkina Faso, Chad, Mali, Mauritania e Niger) a Bamako.

Questo vertice ha messo in campo 5.000 soldati messi a disposizione dai paesi del G5-Sahel.

Ma il giovane Macron ha confermato che la Francia rimarrà in Africa e manterrà comunque i suoi 4.000 soldati dispiegati nel Sahel nell’ambito dell’operazione Barkhane, iniziata il 1° agosto del 2014 dal suo predecessore Hollande.

Macron dichiara che il suo esercito rimarrà in Mali fintantoché durerà la lotta contro il terrorismo, senza fornire alcuna indicazione sulla data in cui Parigi ritirerà i propri soldati.

Va sottolineato che il G5-Sahel ha stimato il costo previsto di questa operazione militare  in 423 milioni di euro nel solo primo anno.

A questo proposito, l’Unione Europea ha promesso 50 milioni di euro e ciascun paese del G5-Sahel ha dovuto versare un contributo di 10 milioni di euro.

Quindi la Francia di Macron cercherà finanziamenti anche dai suoi alleati imperialisti come la Germania e gli Stati Uniti.

Come effetto di questa guerra, secondo le Nazioni Unite, quasi 5 milioni di persone hanno abbandonato le loro case e 24 milioni hanno bisogno di aiuti umanitari.

Va sottolineato che anche i governi locali mantenuti al potere dall’intervento francese criticano duramente la guerra in Libia e il caos che ne è seguito nella regione.

Tuttavia anche le truppe americane intervengono in Niger e nel Sahel e in questo modo aumentano le contraddizioni tra le potenze imperialiste e con la Cina la cui influenza politica in Africa aumenta in parallelo con il crescere della sua influenza commerciale.

Gli Stati Uniti, ostili alla richiesta francese di operazioni in Africa sotto l’egida dell’ONU e riluttanti a finanziare l’esercito francese, hanno espresso serie riserve sul G5-Sahel.

Inoltre, Washigton rifiuta in particolare di finanziare il G5-Sahel attraverso il canale ONU, mentre l’amministrazione di Donald Trump mira a ridurre i sussidi pagati all’ONU dagli Stati Uniti e sovvenziona direttamente i paesi membri del G5-Sahel.

Washington ha annunciato 51 milioni di euro in aiuti a questi paesi e ha ribadito che questi fondi non andranno alle Nazioni Unite.

Rex Tillerson, l’ex Segretario di Stato americano, riteneva che l’aiuto degli Stati Uniti dovesse andare direttamente ai propri partner regionali per garantire sicurezza e stabilità contro lo stato islamico e le altre reti terroristiche. “Questa è una lotta che dobbiamo vincere e questi soldi giocheranno un ruolo chiave nel raggiungere la vittoria”, ha dichiarato.

Queste guerre e questa instabilità politica spingono migliaia di persone a fuggire dal continente per raggiungere l’Europa attraverso il Mali, il Niger e l’Algeria.

La metà di loro si ritrova intrappolata nelle prigioni della Libia, dove vengono maltrattati, uccisi e ridotti in schiavitù sotto gli occhi della comunità internazionale.

L’altra metà riesce ad arrivare in Europa su imbarcazioni di fortuna.

Ma qui a questi rifugiati in fuga dalle persecuzioni viene dato un nuovo nome che in base  alla legge Bossi e alla legge Orlando-Minniti, è quello di “migranti economici”.

*giornalista guineano

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