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Blocco dei porti, dalla Spagna a Gioia Tauro la lotta dei portuali

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Sciopero selvaggio al porto di Gioia Tauro. ‘Scendete dai mezzi, la trattativa con l’azienda è saltata’. Era questo il senso del messaggio che è circolato in rete tre giorni fa, mentre il sole era già calato nel mare. E così è stato. Su dodici gru nove hanno smesso di caricare e scaricare container. Dal tardo pomeriggio e per tutta la notte i portuali, un centinaio, con le tute arancioni che spiccavano sul piazzale, hanno dato il via al blocco di uno dei più grandi porti del mediterraneo. Poi nella mattinata successiva, una delegazione dei rappresentanti sindacali del Sul ha incontrato il prefetto di Reggio Calabria, Michele di Bari per spiegare i motivi della loro protesta e fissare un nuovo incontro con l’azienda in prefettura. In momenti diversi, il prefetto ha ascoltato, oltre a quelle del SUL le voci di CGIL, CISL, UIL, UGL, e poi i rappresentanti dell’azienda terminalista, la Medcenter. L’ipotesi di firmare l’accordo del 2016, ovvero, i 400 esuberi, è fattibile per i sindacati confederali ed, invece, improponibile per gli altri.

La vicenda riguarda l’odissea dei 400 portuali licenziati, che nei mesi ha visto nascere e morire ripetute e inconsistenti promesse di reintegro, come quella attraverso l’Agenzia per il lavoro portuale, sostenuta dal ministro Del Rio, che naviga, però, ancora in alto mare. La Medcenter (MCT), che ha in gestione il porto, non ne vuole sapere di trattare sui reintegri e meno che mai con il Sul, il sindacato che chiede il reintegro dei portuali attraverso l’adozione di un contratto di solidarietà. Ad innescare il blocco del porto, l’assemblea di tre giorni fa nel pomeriggio, l’ennesimo incontro tra i rappresentanti sindacali del Sul, il Coordinamento portuali e la Mct, per trattare sul numero dei licenziati da far tornare al lavoro, si è chiuso con un niente di fatto, così come altre volte negli ultimi mesi. Da qui la chiamata al blocco delle attività di movimentazione, per restituire voce e forza di contrattazione a quei lavoratori che l’azienda vorrebbe consegnare definitivamente nel girone della precarietà lavorativa. E anche se la Mct si dice non disposta a trattare se il blocco non rientra, di fatto ha già perso contro la volontà dei portuali di non mollare. Allo stesso tempo e per le stesse ragioni ad uscirne indeboliti sono i sindacati confederali disposti a firmare. Che senso avrebbe per l’ennesima volta cedere se l’azienda non si è ancora espressa sul numero di lavoratori che intende reintegrare? Nessuno, se in ballo è la vita lavorativa di centinaia di persone.

Ed è appunto sul grande tema del lavoro, della precarietà, dei diritti erosi mano a mano a vantaggio dell’impianto neoliberista e dei profitti delle multinazionali, sostenuto a spada tratta nel piano di ristrutturazione del lavoro portuale a livello europeo e poi nazionale- ad infiammare le banchine, con l’apertura di scenari che riportano in luce i temi della dignità della vita e del lavoro.

Non si può prevedere quali evoluzioni avrà la storia di questi operai che da decenni caricano e scaricano container. Ma si può dire che la battaglia è aperta e non sarà facile piegare persone restie a sottomettersi. In Spagna, ad esempio, con la solidarietà internazionale, nei primi 10 giorni di marzo è stato chiamato uno sciopero generale dei porti: 3 ore di blocco per i porti spagnoli e 1 ora per gli altri porti nel mondo. Dalle reazioni, è chiaro che anche solo il fatto di chiamare un blocco generale dei porti fa paura al potere, perché i porti container, è bene ricordarlo, sono anche il tallone d’Achille della logistica integrata e dell’attuale accumulazione capitalistica. Non a caso, il discorso di chi vuole annientare la forza dei portuali, in Spagna come a Gioia Tauro, per delegittimare le lotte ripete il ritornello delle conseguenze economiche dei blocchi cercando di colpevolizzare i lavoratori e farli apparire agli occhi degli altri degli irresponsabili, nascondendo di fatto la sostanza dei motivi che spingono a bloccare. Queste strategie di delegittimazione, la storia lo insegna, ci sono sempre state.

D’altra parte, però, anche qui la storia è maestra, non è facile piegare migliaia di lavoratori che rischiamo di perdere il lavoro, e che non sono disposti a fare un passo indietro rispetto ai diritti che hanno negli anni conquistato. La battaglia dei portuali di Gioia Tauro, così come di quelli spagnoli, si allunga ben oltre i confini dei singoli porti. E’ lotta per la dignità del lavoro, e questa riguarda tutti/e.

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