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Il “miracolo tedesco” e l’ombra della truffa

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Per capire il mondo bisogna studiarlo. Sempre. E non si finisce mai. È il pensiero che sorge leggendo i giornali padronali all’indomani della pubblicazione degli stress test sulle principali banche dell’eurozona, conclusosi con la “bocciatura” di 25 banche, di cui quattro italiane e una sola – piccolissima peraltro – tedesca.

Tutto logico, verrebbe da dire. La Germania è il paese che sta meglio, anche se non ce la fa a fare la “locomotiva” d’Europa e anzi sembra diventata da qualche tempo piuttosto un’idrovora (sia sul piano industriale che su quello finanziario).

Ci vuole la lettura del più padronale di tutti i giornali – IlSole24Ore, organo di Confindustria – per sapere qualcosa di meno scontato. Non è paradossale: i padroni sono tutti capitalisti, ma ognuno lo è per conto suo. E quando c’è qualcun altro che fa un po’ troppo il furbo sanno benissimo cosa contestargli.

La “salute di bilancio” delle banche tedesche dipende infatti dai criteri usati per condurre gli stress test. La Bce ha valutato infatti molto più rischiose le attività “normali” di una banca, come il concedere prestiti a imprese e famiglie, che non le attività altamente speculative (investimenti finanziari in prodotti “derivati”, spazzatura di ogni genere, ecc). Il che non sembra molto intelligente, visto che l’attuale crisi – entrata nell’ottavo anno consecutivo – è esplosa proprio “grazie” alle attività finanziarie speculative.

Ma così è. In tempi di crisi i prestiti sono considerati rischiosi (e infatti tutte le imprese si lamentano del credit crunch, ovvero delle banche che hanno serrato i cordoni della borsa), mentre un titolo dal valore incerto no. È vero, sembrano dire quelli della Bce, certi titoli oggi valgono praticamente zero, oppure hanno un prezzo di mercato soltanto perché la Federal Reserve statunitense o la Bce (che ha appena lanciato un piano del genere) li acquistano; ma un domani possono sempre risalire, quindi il rischio oggi non c’è, e non ci sarà fin quando quel titolo non andrà a scadenza, ossia dovrà essere rimborsato.

Per questa ragione, ad esempio, Deutsche Bank – la più grande del continente – ha passato alla grande gli stress test grazie a un bilancio complessivo di 1.580 miliardi, di cui solo 353 dedicati ai prestiti ordinari. Per stare dentro i “requisiti di capitale” richiesti (l’8% delle “attività rischiose”) bastavano dunque una trentina di miliardi posti a riserva. Deutsche Bank ne ha 47, quindi promozione a pieni voti. E quei 1.227 miliardi investiti in pezzi di carta che girano per il pianeta senza alcuna garanzia che forniscano un rientro? No, quella è tutta “roba buona”, almeno finché viene considerata tale…

L’altro dettaglio interessante è che le stesse banche tedesche sono considerate causa di buona parte dei disastri della zona euro dal 2009 in poi. Per esempio, i loro “prestiti sconsiderati” alla Grecia ed altri paesi mediterranei hanno gonfiato una bolla che quando poi è esplosa ha rischiato di travolgere la stessa moneta comune, oltre che i paesi idnebitati. Le stesse banche sono state salvate grazie a robuste iniezioni di liquidità da parte della Bundesbank (sì, proprio quella che predica l’austerità per gli altri…) e al saccheggio dei paesi indebitati (Grecia docet). Ma sono tedesche, “sane” per definizione; a dimostrazione che l’Unione Europea non è il tempio delle buone regole da rispettare, ma un teatro di battaglia in cui muscolatura e armamento la fanno da padrone.

Infine il “dubbio sistemico”. Le Landesbanken (banche regionali, una sorta di “credito cooperativo” in salsa teuronica) sono rimaste fuori dai test, e la Germania si è opposta per anni a che venissero poste anche loro sotto la vigilanza della Bce. Il perché è abastanza chiaro: piccole e medie imprese tedesche si riforniscono presso questo tipo di istituti, non certo presso i colossi come Deutsche o Commerz. E in tempi di crisi – anche Berlino vede ormai la recessione alle porte – sono proprio le “banchette regionali” ad avere una massa di crediti “rischiosi” nel senso attribuitogli dalla Bce.

In economia, diceva l’ultraliberista Ludwig von Mise, “non ci sono pasti gratis”. E neanche miracoli. Ma calcoli truffaldini sì. Quanti ne volete, se a pagare è qualcun altro.

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Gli articoli dal Sole24Ore di oggi.

Il paradosso delle banche tedesche: hanno più derivati che crediti ma vengono promosse

di Fabio Pavesi

Tutte promosse, solo la piccola o meglio minuscola quanto a dimensioni, Munchener Hypothekenbank non ha passato gli esami della Bce. Le banche tedesche escono a pieni voti dal test della verità. Tutte anche quelle Landesbank, le banche regionali, su cui molti analisti nelle simulazioni condotte prima della prova da sforzo erano dubbiosi sulla reale solidità finanziaria.

È questa la vera sorpresa uscita dalle urne della prova cui Francoforte ha sottoposto il sistema bancario europeo. Del resto era ovvio che la Germania, nonostante la recente frenata inaspettata della sua economia, era il Paese che aveva meno da temere dagli esami europei. Le banche sono pro-cicliche alla congiuntura economica: se l’economia gira, le banche continuano a prestare denaro con poco rischio, dato che le sofferenze sono ridotte al minimo. Al contrario economie in stagnazione, vedono le banche ridurre i prestiti e dover fronteggiare le perdite sui crediti che si deteriorano.

Ma c’è un ma in tutto ciò. Le banche tedesche non solo godono di un’economia tra le più salde, ma sono di fatto le meno esposte. È infatti il credito l’attività considerata più a rischio per una banca. Le attività finanziarie, comprare e vendere azioni, bond e commodity sono considerate meno pericolose, tanto più se gli asset finanziari, come è accaduto in questi ultimi anni salgono a dismisura. Quel capitale, calcolato dalle autorità per stabilire la solidità patrimoniale, non è parametrato all’intero bilancio ma alle sole attività a rischio, i cosiddetti Rwa.

E qui il sistema tedesco ha tutti i vantaggi dalla sua parte. Gli Rwa, le attività ponderate per il rischio, sono infatti relativamente più basse delle altre banche commerciali, in particolare quelle del Sud Europa. Le banche germaniche cioè fanno, in proporzione, meno credito e più trading finanziario.

Basti vedere i bilanci della Deutsche Bank, la più grande banca dell’eurozona e il colosso tedesco per eccellenza. Il suo bilancio complessivo è di 1.580 miliardi di euro. Ma quello considerato a rischio (Rwa) e che determina il rapporto con il capitale necessario è di soli 353 miliardi. Poco più del 20% dell’intero bilancio vale per la determinazione del capitale necessario a rendere solida la banca. Tanto per fare un confronto, la Deutsche è grande oltre due volte banche come Intesa e UniCredit, ma ha attività a rischio che sono meno delle italiane.

Basta quindi avere come nel caso di Deutsche solo 47 miliardi di capitale per superare i requisiti di forza patrimoniale. Con un rapporto tra capitale e attivo totale di solo il 3% Deutsche appare una banca più che solida. Ma solo perché oltre 1.200 miliardi di attività di bilancio sono di fatto escluse dal computo per determinare quanto capitale occorre per superare i test della Bce. Il quadro di Deutsche Bank è esemplificativo dell’intero sistema bancario tedesco.

L’altro big la Commerzbank, ha attivo a rischio per poco più di 200 miliardi, ma ha un bilancio doppio pari a 561 miliardi. E anche qui con solo 20 miliardi di capitale, la seconda banca tedesca appare più solida di banche del Sud Europa. Come se azioni, bond, derivati siano esenti dal rischio di perdite e quindi di erosione di capitale.
Una delle Landesbank considerate più in bilico dagli analisti prima degli stress test, la Hsh Nordbank ha capitale per soli 3,8 miliardi che bastano a farle superare il test, perché parametrati su un attivo a rischio (Rwa) di 38 miliardi. Peccato che l’intero bilancio della banca sia di ben 110 miliardi.

Di fatto ciò che rende più solide le banche germaniche è la loro bassa esposizione al credito, non certo l’abbondanza di capitale che anzi è tenuto ai livelli minimi indispensabili. Quel che lascia perplessi è che le attività di trading finanziario siano di fatto considerate meno pericolose. Finché i mercati salgono nessun problema per i bilanci di banche come le tedesche imbottite di Bund, azioni, titoli strutturati.

Ma i mercati non possono salire sempre. Siamo poi così sicuri che banche più propense alla speculazione finanziaria che al credito all’economia reale non siano anch’esse una minaccia sistemica?

 

Ma a Berlino resta l’ombra sul mondo delle casse

di Carlo Bastasin

Dopo sei anni di condizioni finanziarie incomparabilmente migliori di quelle degli altri Paesi europei, le maggiori banche tedesche sono emerse vincitrici dal giudizio della Banca centrale europea. Per la Germania lo scenario “avverso”, in base al quale sono state condotte le simulazioni di stress, prevedeva una contrazione cumulata del Pil del 7,6% in tre anni, con tassi d’interesse in aumento e calo dei prezzi dei titoli sovrani. La relativa sicurezza offerta dai titoli tedeschi in condizione di stress europeo, priva di paralleli in ogni altro Paese dell’euro area, ha ancorato la solidità dei bilanci delle maggiori banche tedesche. Le autorità di Berlino hanno espresso soddisfazione, osservando che nel solo 2014 le banche si erano ricapitalizzate per 14,4 miliardi in vista dello stress test. Solo una banca bavarese di piccole dimensioni ha fallito il test.

La stabilità dei titoli pubblici e la salute del sistema imprenditoriale nel periodo 2010-2013 ha permesso alle maggiori banche tedesche di procedere a operazioni di ricapitalizzazione e quindi di superare una crisi in cui erano entrate nel 2007 in condizioni patrimoniali molto precarie e con pessime gestioni aziendali. Sul sistema bancario tedesco grava l’accusa di aver provocato la crisi dell’euro attraverso investimenti spericolati fino al 2009, intesi a ricostituire una redditività ordinaria inesistente. Oggi, gli analisti finanziari tedeschi sono invece preoccupati per le migliaia di istituti minori esclusi dagli stress test della Bce o dell’Eba e che vivono di tradizionale credito al Mittelstand, le medie imprese tedesche che in questo periodo sono preoccupate per la situazione economica. Secondo un sondaggio diffuso ieri dall’associazione imprenditoriale DIHT, un’impresa su due vede seri rischi per le proprie esportazioni. Calano di conseguenza le imprese tedesche che programmano nuovi investimenti e che chiedono credito alle banche. Sulle migliaia di banche locali di piccole dimensioni si fa sentire il recente peggioramento delle condizioni dell’economia che sta erodendo la modesta redditività degli istituti. Sia la Bce, sia la Bundesbank, dietro le felicitazioni ufficiali, hanno infatti suggerito cautela.

Anche dai dati diffusi ieri dalla European Banking Authority emergono infatti le difficoltà, anche tra le banche maggiori, di quelle più impegnate nel credito alle piccole e medie imprese. Le banche cooperative, la Dz-bank, la Wgz e la HSH Nordbank avrebbero mancato i test se fossero stati applicati i criteri di Basilea III nel metodo “fully loaded”. Se infatti viene tenuta in maggiore considerazione la rischiosità dell’attività tradizionale del credito alle piccole e medie imprese, il capitale delle banche cooperative e delle Sparkassen si dimostra insufficiente. Le Sparkassen, che il governo è riuscito a tenere in larga parte al riparo degli esami della Bce, e altre banche pubbliche protestano osservando che il credito al Mittelstand non è mai stato fonte di problemi sistemici per il credito europeo. Le vicende del 2007 e 2008 raccontano una storia diversa. Nei test della Bce, inoltre le autorità di vigilanza e le associazioni bancarie erano riuscite a far classificare come poco rischiosi i crediti alle attività di shipping e immobiliari che stanno invece creando seri problemi ad alcune Landesbanken. Secondo gli analisti la modifica dei criteri di contabilità ha permesso alla HSH di superare i test, ma in generale uno dei successi del test della Bce è stato certamente quello di costringere molte banche tedesche a essere più trasparenti rispetto al passato. La stessa Bundesbank tuttavia ha osservato ieri che la solidità patrimoniale non è sinonimo di buona gestione.

La redditività delle banche tedesche resta infatti tra le più basse d’Europa. Quelle con maggiore redditività sono le banche private più attive nell’attività di trading i cui requisiti patrimoniali sono ponderati sul rischio. Deutsche Bank ha potuto così passare il test con un coefficiente dell’8,8% in base al bilancio 2013. Ma la relativa solidità degli istituti sembra comunque assicurata dalla speciale condizione di grazia del sistema finanziario tedesco, che in qualità di rifugio sicuro europeo ha beneficiato finora sia nelle condizioni di benessere sia in quelle di malessere europeo.

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