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L’Europa «disarmata» e la minaccia del terrorismo

Un altro lucido intervento di Alberto Negri, che condividiamo quasi al 100%. Non ci convince solo una cosa: se il processo di unificazione e di trasformazione dell’Unione Europea in un superstato di carattere continentale fosse arrivato ad un punto sviluppo maggiore i caratteri imperialisti, destabilizzatori e guerrafondai di Bruxelles sarebbero ancora più spiccati. In un mondo scosso da una competizione globale sempre più feroce, nessuna potenza di può permettere di intervenire sullo scenario globale per difendere i suoi interessi e ampliare la sua egemonia, a costo di sacrificare gli ‘stati deboli’, di spargere la guerra, la destabilizzazione e il caos. Per farsi spazio nella competizione globale con i poli concorrenti, l’Unione Europea imperialista non può non rotolare sul piano inclinato della guerra, perseguita al suo interno contro gli strati sociali meno abbienti e per diminuire ogni spazio di democrazia anche formale che possa rallentare le oligarchie deputate alla presa, e all’esterno contro i concorrenti. Per inceppare gli ingranaggi di questo meccanismo infernale, quindi, non si può che combattere per rompere una Unione Europea che non può che avere un carattere e un’ambizione imperialisti.
Per il resto ha ragione Negri quando dice: “Siamo in guerra in casa con il terrorismo perché siamo in guerra fuori. Classificate come conflitti civili, in realtà queste sono guerre per procura in cui l’Europa, la Nato e i loro alleati sono pesantemente coinvolti e non sempre dalla parte giusta”. 

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L’Europa sembra disarmata di fronte alla minaccia del terrorismo. Più che disarmata l’Europa è invertebrata, si potrebbe dire parafrasando il filosofo iberico José Ortega y Gasset, fautore, nell’era dei totalitarismi, dell’unificazione europea come sola possibilità per evitare il collasso della democrazia. Per difendersi meglio da questo pericolo, anche come tenuta morale, l’Europa deve cambiare politica e visione del mondo, oltre che unificarsi davvero.
È la politica europea che è disarmante ed esposta al terrorismo, tecnica di combattimento altamente insidiosa con cui cellule jihadiste o lupi solitari conducono una guerra asimmetrica: in questo momento si tratta di una risposta a un’altra guerra, condotta contro il Califfato e il radicalismo islamico armato.
Come sta andando questo conflitto? È strano che mentre si discetta molto dell’Isis in Europa sia assai inferiore l’interesse per quanto accade ad Aleppo, oppure intorno a Raqqa o Mosul, cioè da dove proviene questa destabilizzazione. Come se quelli che stanno combattendo laggiù contro l’Isis siano soltanto mercenari al nostro servizio, dai curdi siriani, ai soldati iracheni, alle milizie sciite e alle stesse forze speciali americane ed europee. Per non parlare dei bombardamenti che partono, o partivano, dalle basi Nato della Turchia come Incirlik.
Siamo in guerra in casa con il terrorismo perché siamo in guerra fuori. Classificate come conflitti civili, in realtà queste sono guerre per procura in cui l’Europa, la Nato e i loro alleati sono pesantemente coinvolti e non sempre dalla parte giusta.
Ma l’Europa invertebrata pensa di agire per la stabilità. Non avendo una politica estera e di difesa comuni, prende misure di corto respiro perché in queste condizioni istituzionali è impossibile avere una strategia. Il discorso potrebbe anche finire qui se non fosse che i leader europei appaiono disorientati quanto i loro cittadini ma sono soltanto ipocriti e rischiano di essere sbalzati di sella da movimenti populistici, espressione di forte demagogia ma anche di paure e disagi legittimi.
La guerra di Siria è l’esempio più eclatante. L’Europa, gli Usa e i loro alleati sunniti hanno perso la guerra per abbattere Assad. Deve essere una notizia che non è arrivata dalle nostre parti. È stato un conflitto in cui cinque anni fa hanno incoraggiato la Turchia di Erdogan, con i soldi sauditi e del Qatar, a usare i jihadisti per far fuori l’alleato di Mosca e dell’Iran. Nel settembre 2013 gli Usa e la Francia stavano per bombardare Damasco e poi Hollande, dopo gli attentati di Parigi nel 2015, ha chiesto persino aiuto alla Siria per prendere di mira l’Isis. È con questi messaggi ambigui e contraddittori che si definisce una politica europea?
Cosa si spera di ottenere? Migliaia di jihadisti francesi, tedeschi, britannici, oltre che di tutto il mondo musulmano, hanno imboccato l’”autostrada della jihad” in Turchia per eliminare il regime alauita. Prima aspiravano al ruolo di eroi, come i mujaheddin dell’Afghanistan usati contro l’Armata Rossa, ora sono soltanto dei fuorilegge e i loro confratelli e simpatizzanti rimasti in Europa si danno al terrorismo, reclutando stragisti ed epigoni anche tra idioti e disagiati.
Si diffonde inquietudine per la Germania. Questo finora è stato un Paese stabile perché operativamente tenuto alla larga da ogni conflitto. La guerra siriana adesso è entrata in casa e anche i tedeschi sono sotto stress come francesi e inglesi. E come noi che ci chiediamo, facendo gli scongiuri, soltanto: «Quando accadra?». Ma che politica fa la cancelliera Merkel? Pur che Erdogan si tenesse 3 milioni di profughi, stava persino per concedergli una “safe zone” in territorio siriano che i turchi avrebbero impiegato per far fuori i curdi anti-Califfato.
Questa in sintesi è l’Europa invertebrata, quella definita da Gasset dei «signorini soddisfatti» e che ora lo sono sempre di meno.

Alberto Negri – Il Sole 24 Ore del 26 luglio 2016

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