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Quella Radio (im)Popolare contro Potere al Popolo

Che l’antica emittente milanese fosse, con gli anni, diventata parecchio “moderata” era cosa nota. Bastava ascoltare le trasmissioni “politiche”, o i Gr, per capire con quanta cautela la redazione fosse solita affrontare le questioni spinose. Peggio, con quanta condiscendenza venisse accreditato il Pd come “forza di sinistra” anche durante i momenti più infami della gestione Renzi.

La misura del degrado politico di RadioPop era però nascosta da una abitudine politica comune a tutte le componenti della “sinistra italiana”. Quale? Quella di considerare tutte le posizioni politiche presenti nella “sinistra”, spesso anche opposte, come “sfumature di colore” – dal rosso acceso al rosa pallidissimo – su una scala valoriale in qualche modo “comune”.

Non era così nei fatti, nei provvedimenti presi dai “governi di centro sinistra” (riforme delle pensioni, jobs act, decreti Minniti, buona scuola, ecc). Ma sembrava ancora così dalle “etichette” che ogni formazione si appiccicava addosso.

Un’abitudine merdosa lunga un quarto di secolo, almeno, che imponeva di prendere sul serio le “autocertificazioni” invece che le azioni di ognuno. Un’abitudine insensata che ha consentito a esperti “comunicatori” di spostare progressivamente sempre più a destra l’asse valoriale dell’area sedicente di “sinistra”, continuando però a ricattare l’elettorato con la menata del “voto utile”.

Poi, per fortuna, venne “il Brancaccio”. O meglio, la sua chiusura. Con un gesto di imperio o di insofferenza verso i residui di “sinistra radicale” – che ancora cercavano di imbastire un “cartello comune alla sinistra del Pd”, senza memoria (di quel che avevano votato stando al governo), senza prospettiva storica (quale tipo di cambiamento sociale proponi), senza una base sociale identificabile – il direttorio inguardabile di Liberi e Uguali decretò che era inutile mercanteggiare seggi e liste con quei rimasugli. Già troppo poche erano le poltrone “sicure” pronte per le terga dei Bersani, Grasso, D’Alema…

Una scelta tattica, “utilitaristica”, micragnosa, che ha però inconsapevolmente liberato forze altrimenti perse, impagliate in giochi a perdere. Una mossa che ha costretto anche chi non voleva a prendere atto che quella “continuità” politica – lungo un crinale che andava da settori “antagonisti” fino alla massoneria toscana insediata a Palazzo Chigi – non esisteva più.

Al posto della contiguità c’è un fossato. Che naturalmente esisteva già prima ma tutti fingevano di non vedere: quello dei valori, dei programmi, degli interessi sociali rappresentati o combattuti. Un fossato di classe, si sarebbe detto in epoche in cui le parole avevano un senso concreto e non erano solo oggetti fungibili in mano ai maghi della “narrazione”.

Al di qua di quel fossato è nato immediatamente il tentativo chiamato Potere al Popolo. Che ha al suo interno, ovviamente, soggetti che quell’abisso avevano individuato da tempo (decenni, in qualche caso) e altri che si sono visti togliere di sotto i piedi il ponte levatoio che erano soliti percorrere.

Di qua o di là, non c’è più spazio per discorsi fumosi intorno a cosa sia o possa essere la “sinistra”. Non c’è più possibilità di scambiare un diritto civile (gratuito, come il testamento biologico o lo ius soli) con una massa di diritti sociali (contratto nazionale, sanità, pensioni, occupazione, istruzione, ecc) e continuare a cianciare di “sinistra”.

Paradossalmente, ma non troppo, questa nuova situazione è chiara soprattutto a chi l’ha creata, ossia alla destra “europeista” mascherata da “centrosinistra”. Non è una caso la censura imposta da tutti i media principali su Potere al Popolo e la sua attività, le relazioni che va tessendo anche a livello internazionale (clamoroso in questo senso il comportamento della Rai sull’incontro con Mélenchon). Non è un caso lo sfottò di alcuni “ragazzotti” che sentono ormai RadioPop come una radio saldamente interna all’area Pd.

Abbiamo un cammino lungo e complicato da percorrere, prima e soprattutto dopo le elezioni. Qualsiasi sia il risultato, è bene che tutti capiscano che è finito il tempo dell’”aletta di sinistra radicale” appiccicata come un nastrino sull’”alleanza di centrosinistra”, lanciata al galoppo in direzione opposta.

E’ tempo di diventare adulti, crescendo in statura, forza, consapevolezza. E autostima.

Gli ascoltatori di RadioPop che hanno stilato questa lettera indignata al direttore hanno fatto il primo passo nella direzione giusta. Si sono lasciati il fossato alle spalle. Il dolore per il distacco passerà presto…

Lettera aperta al direttore di Radio Popolare in merito all’attacco denigratorio portato dalla trasmissione Dietro la lavagna” verso “Potere al Popolo”

Caro Direttore di Radio Popolare,

siamo da abbonati/e, sostenitori/trici e/o ascoltatori/trici di radiopop. Pur non sempre condividendone la linea redazionale, riteniamo questa radio una delle poche voci di sinistra presenti in Italia, impegnata a dare da più di 40 anni voce a chi non ce l’ha.

Siamo anche compagni e compagne che hanno scelto di aderire, e in alcuni casi anche di candidarsi, a Potere al Popolo, per rappresentare i soggetti popolari duramente colpiti dalla crisi a causa delle nefaste politiche neoliberiste attuate dai governi di centrodestra e di centrosinistra. Un progetto politico partito dall’esperienza del centro sociale “Je so pazzo” di Napoli e capace in poco tempo di aggregare singole persone (tra cui molti/e giovani), pezzi di movimenti, soggetti sociali e politici diversi facenti parte dell’area della Sinistra d’alternativa, su un programma di forte rinnovamento e trasformazione sociale.

Proprio per questo siamo rimasti prima basiti/e e poi fortemente incazzati/e nell’ascoltare lo scomposto, squallido e denigratorio attacco portato a Potere al Popolo dalle frequenze della radio nella trasmissione “dietro la lavagna”.

I “simpatici” ragazzotti conduttori della trasmissione, senza il minimo pudore, non solo hanno sguaiatamente ironizzato sulla presunta irrilevanza elettorale della nostra lista, ma sono arrivati perfino a mettere sullo stesso piano il progetto di Potere al Popolo, composto da compagni e compagne impegnati ogni giorno della loro vita a contrastare i rigurgiti fascisti (e che spesso rischiano in prima persona anche la loro incolumità), con il partito nazifascista di Forza nuova, formazione politica che sostiene il peggior squadrismo nero e che in una Repubblica antifascista dovrebbe essere fuori legge.

Citiamo le frasi per far capire la gravità e gratuità dell’attacco: “avete chiamato Potere al Popolo? No…. ma Potere al popolo quanto può prendere poi in percentuale, poi dovremmo chiamare anche quelli di forza nuova, forza nuova magari….”.

Inoltre i solerti conduttori della trasmissione hanno proferito anche palesi falsità come quella che Ingroia (nulla contro il magistrato, ma ciò non corrisponde al vero) sarebbe il fondatore di Potere al Popolo e altre affermazioni del genere.

In queste parole non troviamo nulla di ironico ma solo lo squallido tentativo di attaccare un percorso di partecipazione democratica e di offendere e screditare chi quel percorso lo sta sostenendo con generosità e passione.

Concludendo vogliamo sperare che la trasmissione in questione non rappresenti la linea redazionale della radio e chiediamo a te, direttore, un intervento pubblico di censura e di scuse rispetto alle frasi calunniose sopra riportate.

Fraterni saluti.

Marco Sironi, Pia Panseri, Roberta Maltempi, Maurizio Morgano, Francesco Macario, Ezio Locatelli, Cristiano Poluzzi, Claudio Bruni, Gianluigi Zinesi, Edda Adiansi, Michele Cremaschi, Dante Goffetti, Gianfranco Fornoni, Roberta Caprini, Gianpiero Bonvicino, Rosanna Canestrale, Lionella (Lella) Consonni , Marco Noris, Massimo Seghezzi, Davide Canto, Maurizio Rovetta, Gigi Ghislandi, Fabio Cochis

Bergamo, 25 gennaio 2018

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6 Commenti


  • Mic

    La linea di Radio Popolare è immutata da quasi una decina d’anni.
    Radio Popolare è pervicacemente aggrappata all’idea del «centrosinistra»: tutti i «compagni» devono essere sempre, a qualunque costo, a rimorchio del PD, «se no vince Berlusconi/Salvini/il fascismo/il populismo ecc.».
    L’amore di Radio Popolare per il PD è pervasivo, incrollabile.
    Ogni volta che un esponente del PD fa un’affermazione che dimostra una volta di più l’estraneità totale di quel partito alla «sinistra» (in qualunque modo la si voglia intendere), Radio Popolare va disperatamente alla ricerca di un altro esponente del PD che «prenda le distanze»: è successo quando un piddino ha inneggiato al carabiniere che uccise Carlo Giuliani, e prima in occasione del caso Serracchiani, e in cento altre occasioni solo negli ultimi anni.
    Quando il PD ha bisogno di una «ripulita mediatica» che lo faccia apparire per esempio antirazzista o antifascista, Radio Popolare gliela offre gratis. Vedi la manifestazione «per l’accoglienza» organizzata dalla giunta PD a Milano lo scorso 20 maggio, a cui Radio Popolare ha dedicato un battage pubblicitario durato settimane. O vedi il progetto di pseudo-norme contro la propaganda fascista tirato in ballo dal PD Fiano alcuni mesi fa, che ha fruttato al suddetto spazi quasi quotidiani su Radio Popolare.
    Di fronte a un progetto come Potere al Popolo, la reazione di Radio Popolare è automatica, istintiva: ignorare o al massimo ridicolizzare.
    Questo deve fare (e fa) una brava radio di «centrosinistra»…


  • Vincitore Locarno

    Che squallore.


  • Maurizio

    Non si deve mai dimenticare che Radio Popolare non si è nemmeno schierata in occazione del referendum costituzionale el 4 dicembre 2016,,perchè avrebbe fatto male a Renzi.
    Quanto allo specifico della trasmissione “Dietro al la lavagna” c’è solo da dire che è affidata a un collaboratore incompetente, che vuole fare carriera giornalistica facendo finta di fare “inchiesta” . Un incapace che dovrebbe, lui davvero,, tornare dietro la lavagna.


  • Giordano Bruno

    La lettera è pure leggera.
    La battuta sull’irrilevanza elettorale, per quanto possa non piacere, ci può stare per una radio ancillare al PD da non poco a questa parte.
    L’equiparazione ai fascisti no. Fa parte della “memetica dell’equiparazione” per cui fascisti e comunisti sono uguali. Quei “ragazzotti” (cit. lettera) sono alla stregua dei giornalisti che prendono patenti di libertà di pensiero a casa dei “non conformi”. Probabilmente questi ragazzotti, se fossero vissuti nel 1934, avrebbero dato voce solamente al PNF visto che nel 1929 prendeva 98,34% (nel 1934 prese il 99,84%) invece di darsi alla macchia.


  • Eliana

    La trasmissione Dietro la lavagna è notoriamente inascoltabile e gestita da un giornalista che fa pessima informazione, Tuttavia la responsabilità principale è di chi gli ha affidato uno spazio settimanale su un tema importante come la scuola.


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