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Segnali di fumo dalle Black Hills, di nuovo

Proprio quest’anno ricorre il 150° anniversario della famosa battaglia di Little Big Horn, la grande vittoria dei nativi americani delle nazioni Lakota e Cheyenne, in cui il generale George Armstrong Custer e le sue Giacche Blu furono in gran parte massacrate.

Questa vicenda ormai tanto leggendaria quanto remota, torna d’attualità alla notizia che giunge in questi giorni dagli Stati Uniti, circa la vittoria degli attivisti Lakota appartenenti a nove comunità degli stati del Sud e Nord Dakota e del Nebraska, che sono riusciti, con azioni militanti e denunce legali, a bloccare i progetti di trivellazione di una società mineraria in una località delle Black Hills, la regione collinare che è da sempre considerata il centro spirituale della nazione Lakota.

Proprio la difesa delle Black Hills 150 anni fa era stata la causa del conflitto armato di cui la battaglia di Little Big Horn fu il momento più eclatante, che vide protagonisti i grandi leader nativi Toro Seduto e Cavallo Pazzo e in cui Custer pagò con la vita, per aver deliberatamente diffuso alla stampa la notizia della presenza di oro sulle Paha Sapa, il nome Lakota delle Black Hills, scatenando così l’invasione dei minatori bianchi e il conseguente conflitto.

Da allora molto tempo è passato e molte cose sono cambiate, ma la battaglia per la difesa della propria terra dalle logiche devastanti del profitto, impegna ancora molti nativi americani e a volte ottiene significativi successi.

E’ passato qualche anno dalla mobilitazione durata diversi mesi e che coinvolse migliaia di nativi e di loro sostenitori, contro un oleodotto che avrebbe dovuto attraversare le terre dei Lakota con gravi rischi di inquinamento delle falde; una battaglia che portò prima ad un successo con la sospensione del progetto, ripreso però poi durante la prima presidenza Trump, proprio con il sostegno presidenziale, che avvallò il dispiegamento dei militari della Guardia Nazionale, per sgomberare il presidio di massa degli attivisti lungo il tracciato dell’oleodotto.

Ma proprio la presidenza Trump con i suoi attacchi razzisti alle minoranze, ha rilanciato l’azione degli attivisti nativi organizzati nell’American Indian Movement, le cui bandiere sono state presenti e visibili in un gran numero di mobilitazioni contro gli abusi dell’ICE, di cui spesso proprio i nativi (che certo non sono immigrati clandestini) sono stati vittime.

A Minneapolis, il centro della protesta anti ICE, vive una delle più grandi comunità urbane di nativi che è stata protagonista della vittoriosa protesta; contando sui margini di autonomia amministrativa di cui le riserve tribali ancora fruiscono, molti leader di comunità native hanno vietato l’accesso degli agenti dell’ICE sulle loro terre.

Alla battaglia per la difesa dell’ambiente e a quella contro le discriminazioni razziali, si è aggiunta anche la presa di posizione di molti leader tribali e le iniziative di lotta, contro la guerra, per la solidarietà con i popoli aggrediti dagli Stati Uniti e soprattutto con il popolo palestinese, che sembra oggi vivere lo stesso dramma dei nativi americani, vittime entrambi di un colonialismo da insediamento finalizzato al genocidio, in cui alla violenza organizzata degli stati, si aggiunge quella non meno feroce dei coloni che occupano illegalmente la terra.

E in questo quadro di generale ripresa dell’attivismo nativo, la recente liberazione, dopo 50 anni di carcere, del militante dell’American Indian Movement Leonard Peltier, accusato dell’omicidio di due agenti federali, e la sua immagine sorridente che saluta a pugno chiuso, offrono una nuova speranza ad un popolo che ancora oggi in tanti credono fuori dalla storia, se non addirittura estinto.

La battaglia per la difesa di Pe’Sla, questo il nome della località sulle Black Hills che avrebbe dovuto subire lo sfregio ambientale delle trivellazioni, si colloca quindi nel quadro di un più generale conflitto nazionale e internazionale, che vede la lotta che i nativi conducono da ormai cinque secoli contro il colonialismo occidentale, affiancarsi a quella dei tanti popoli di diversa cultura e storia, ma con un comune nemico.

Negli Stati Uniti la logica coloniale si è prima imposta sui popoli autoctoni, poi da lì si è estesa all’intero globo, ma oggi che l’egemonia colonialista mostra evidenti segni di crisi ovunque, anche i popoli che per primi hanno subito la segregazione, la pulizia etnica e il genocidio, vogliono riprendere il loro posto nella storia a partire dalla loro cultura e dalle loro tradizioni. Pe’Sla oltre ad essere un luogo di periodici raduni per occasioni cerimoniali tradizionali è anche un pascolo per il bisonte, la cui reintroduzione è perseguita da molte comunità native come simbolo della propria rinascita.

Massacrato e ridotto fin quasi all’estinzione dai cacciatori bianchi, protetti dall’esercito che non riuscendo sottomettere con la forza i nativi scelse di affamarli, il ritorno del bisonte è una sfida simbolica al suprematismo bianco, che pretende di dominare la natura asservendola ai suoi interessi.

Non è quindi casuale che proprio in questi giorni ci giunge notizia di progetti del governo del Montana, sostenuti dallo stesso Trump, per estirpare le mandrie di bisonti ripristinate nella regione di Yellowstone e che stanno estendendo il loro areale; il bisonte ostacolerebbe l’allevamento di bestiame domestico e le lobby dei grandi allevatori, oggi come un secolo e mezzo fa, sono i principali nemici delle comunità native; le quali però sono già allertate e sul “piede di guerra”.

La resistenza dei nativi americani è solo un tassello, certo non il più importante, ma forse il più antico, del generale conflitto contro il colonialismo e l’imperialismo che ci guidano alla catastrofe: il fatto che tale resistenza dopo cinque secoli non sia stata soffocata, è un “segnale di fumo” che dal cuore dell’impero ci invita e ci incoraggia a non cedere mai.

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