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L’appello da Cuba: “serve un movimento per la pace forte”

“Serve un movimento per la pace forte, di massa, combattivo”. E’ l’appello rivolto ieri mattina da Silvio Platero Yrola, presidente del Movimento Cubano per la Pace e coordinatore del Consiglio Mondiale per la Pace ad una platea di delegati di diversi settori dell’Unione Sindacale di Base, di attivisti del movimento per la casa e dei movimenti sociali, di rappresentanti di mezzi d’informazione e di militanti politici.

“In una situazione di crisi che sfocia sempre più spesso in guerra economica si assiste purtroppo ad una estrema debolezza, soprattutto in Europa, del movimento per la pace che pure anni fa era molto forte. Al Consiglio Mondiale per la Pace, fondato nel 1949, aderiscono oggi ben 138 organizzazioni in tutto il pianeta ma la guerra si diffonde ovunque, spesso senza trovare una efficace opposizione e senza che neanche si scenda in piazza” ha detto il rappresentante dell’organismo cubano ospite nella sede nazionale dell’Unione Sindacale di Base, a due passi da quel Centro Operativo Interforze che coordina le azioni militari contro la Libia nel bel mezzo di uno dei quartieri della capitale – Centocelle – più densamente abitati.

Dopo una breve introduzione di Luciano Vasapollo, del Centro Studi Cestes-Proteo, Platero ha esposto il suo pensiero ad una platea attenta. “Nel mondo cresce l’insicurezza e le minacce alla pace aumentano. Ci sono ormai nel pianeta ben 70 conflitti armati, contro i 15-20 di alcuni anni fa, e nella maggior parte dei casi dietro c’è lo zampino dell’imperialismo, la pressione del sistema di accumulazione capitalistico che fomentano i settarismi, gli odi etnici allo scopo di rapinare le risorse naturali. Assistiamo ad una netta escalation rispetto al passato”.

“In Medio Oriente Washington mira a ridisegnare i confini degli stati e a cambiare i governi ostili con altri più subalterni ai propri interessi. Ovviamente le guerre generano enormi ondate migratorie, a milioni fuggono in cerca di sicurezza, acqua, cibo, lavoro” aggiunge Silvio Platero, secondo cui il primo responsabile di questa escalation è l’imperialismo statunitense, che Cuba d’altronde conosce molto bene. “Obama afferma di voler normalizzare i rapporti con Cuba ma vuole contemporaneamente strangolare il Venezuela. Nel 2014 a Cuba 33 capi di stato e di governo hanno firmato una dichiarazione solenne che afferma che i problemi dell’area devono essere discussi e risolti dai paesi dell’America Latina senza alcuna ingerenza da parte degli Stati Uniti o del Canada, ma Washington continua a promuovere colpi di stato – ad esempio in Honduras o in Paraguay – a sostenere opposizioni di destra estrema nostalgiche delle dittature degli anni 70, come in Argentina e Venezuela, e a fomentare ovunque la destabilizzazione come in Brasile”.

Torna più volte, ovviamente, sui rapporti tra Washington e l’Avana il presidente del Movimento Cubano per la Pace: “Obama ha riconosciuto che il suo paese si sbaglia da 55 anni a perseguire l’isolamento di Cuba, ed ha chiesto al suo parlamento di togliere il bloqueo contro il nostro paese, ma bisognerà vedere se il Senato a guida repubblicana farà questo passo. Il pericolo è che gli Stati Uniti cambino tattica per continuare a perseguire la stessa strategia di sempre. Il loro obiettivo è sempre quello di sconfiggere la Rivoluzione Cubana, anche se con nuovi metodi e nuove forme. Abbiamo più volte chiarito a Obama che non ci potrà essere normalizzazione piena tra i nostri due paesi finché gli Usa non rimuoveranno il blocco economico criminale in vigore nei nostri confronti e finché non ci restituiranno la base militare di Guantanamo che occupano illegalmente e contro la volontà del popolo sovrano di Cuba”.

Gli Stati Uniti, spiega l’esponente cubano, posseggono nel mondo più di 1000 basi militari nonostante le proteste delle popolazioni dei paesi e dei territori interessati da questa occupazione. Platero cita l’esempio della Colombia, dove l’esercito Usa ha a disposizione ben 9 basi militari che circondano il territorio venezuelano e utilizza anche basi dell’esercito colombiano, così come accade anche nella Repubblica Dominicana o in Paraguay, per ‘non dare troppo nell’occhio’. Washington continua a fomentare il cosiddetto ‘golpe suave’, forme soft di colpo di stato, nei paesi che entrano nel suo mirino, mentre contemporaneamente i suoi apparati dedicati alla guerra mediatica inondano il sistema mondiale dell’informazione di propaganda tossica allo scopo di sostenere i propri interessi e le proprie strategie di destabilizzazione.

Tornando alla guerra, Platero non può non citare l’utilizzo del terrorismo da parte degli Stati Uniti e di altri paesi, che a lungo hanno fomentato e strumentalizzato l’integralismo islamico e il jihadismo per scagliarli contro i propri nemici e ora mettono a rischio le proprie popolazioni. “Arrivando a Roma non si possono non notare i militari schierati nelle strade, nelle stazioni, armati fino ai denti. – racconta Platero – Più che difendere la propria popolazione da eventuali attacchi esterni questa militarizzazione, questa dimostrazione di forza serve a diffondere terrorismo psicologico tra la gente”.

Si sofferma anche sull’evoluzione della potenza militare delle principale potenze mondiali Platero, che spiega: “nel mondo esistono, che si sappia, circa 16 mila testate nucleari, di cui ben 9000 in possesso degli Stati Uniti. Rispetto al passato un numero minore, ma che non tiene conto del fatto che mentre le vecchie testate, spesso inservibili, vengono distrutte, se ne costruiscono di nuove con una potenza distruttiva molto maggiore. E intanto cresce la pericolosità, la distruttività delle cosiddette armi convenzionali”.

Per questo Platero, prima di rispondere a numerose domande del pubblico composto da attivisti sociali, sindacali, politici e dell’informazione, ci tiene a rivolgere un caldo invito: “occorre denunciare la situazione, non solo nelle piazze ma anche utilizzando tutti gli strumenti di informazione che abbiamo a disposizione, compresi quei social network che spesso i governi imperialisti utilizzano contro le nostre lotte e le nostre denunce. Occorre che più gente possibile conosca la verità”.

 

 

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