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Letter@ a una professoressa contro l’ottimismo digitale

Scuola, pandemia e didattica a distanza: l’emergenza scopre le contraddizioni di un sistema scolastico lontano dalla realtà, minato dall’individualismo e dalle logiche di mercato. 

«La mattinata comporta quindi tre istanze ineliminabili: la vita collettiva, in cui si discute, si calcola, si ascolta, si compiono osservazioni tutti uniti; il momento individuale, in cui il fanciullo si raccoglie e si concentra intorno i propri particolari impegni; il lavoro di gruppo, in cui il rapporto sociale si manifesta in maniera più precisa e concreta, dato che si stabilisce tra non più di quattro ragazzi. […] La diagnosi delle carenze individuali comporta il colloquio, la elaborazione da parte del ragazzo […] Ma tutto questo ha come base la discussione, la spiegazione collettiva. […]

Voglio concludere riaffermando che il recupero e il normale sviluppo di ciascun ragazzo non si promuovono mediante certi procedimenti tecnici, presi nella loro esteriorità. Quel che conta sono i valori che nella prassi didattica si realizzano. L’artificio, l’espediente brillante, costano meno che zero. Bisogna che ogni ragazzo senta il progresso formale (sotto tutti gli aspetti) come un ideale da raggiungere, come un qualcosa che aumenta la sua dignità, la sua umanità. Si dà molto spesso, in qualche classe che io conosco, che i ragazzi applaudono (con convinzione, non per vezzo) un loro compagno che magari ha saputo per la prima volta scrivere un testo quasi senza errori. Non si applaude chi ordinariamente è corretto, ma chi riesce a fare un piccolo passo.

E’ dunque nella comunità che il fanciullo fa proprio, tra l’altro, anche l’ideale della correttezza formale […] Il maestro da solo può trasmettere ben poco: è l’ambiente sociale della scuola che, esercitando la sua pressione, trasmette i valori.»

I modi dell’insegnare, Bruno Ciari

In un momento in cui l’informazione è sovraffollata di opinioni e opinionisti, vorrei affidare a questa conclusione di Ciari l’etimologia della parola scuola e fermare in un momento di riflessione la frenesia del fare fine a se stesso, chiedendo a ciascun insegnante la responsabilità di essere certo, in questo stato emergenziale, della finalità del suo lavoro.

Cosa stiamo facendo? Dove andiamo? Ci serve sapere se in inglese il tale Giovanni è da 6 o da 9?

Per far funzionare la didattica a distanza si è dovuto parlare di valutazione, perché, cari colleghi, è proprio il caso di ammetterlo con franchezza, i nostri ragazzi non si sarebbero mai messi a lavoro, se non valutati. E non perché i ragazzi di oggi sono diversi dai ragazzi di ieri, non perché meno interessati, non perché meno curiosi, basta con queste menzogne solubili, ma perché la scuola da tempo non si cura più di trasmettere il significato intrinseco della sua esistenza: sperimentare il confronto, la socialità, apprendere contenuti, mestieri, arti.

Esprimo ancora meglio questo concetto: LA VALUTAZIONE è la condizione SINE QUA NON i nostri ragazzi seguiranno lezioni, svolgeranno esercizi e verifiche a distanza.

Su questo e solo su questo la scuola delle competenze di stampo europeista sta fondando la qualità dell’interesse che più o meno consciamente, più o meno direttamente, comunichiamo ai discenti che frequentano la scuola: sulla valutazione.

Hanno sicuramente nostalgia della scuola, ma come luogo di incontro con i loro amici, non come banco di prova di quelle che ormai si possono definire prestazioni.

Cominciamo quindi la riflessione, dice Ciari, dall’attitudine. «Se il processo scolastico si esaurisce nella scuola, se non lascia traccia nelle strutture della personalità, questa è la più chiara testimonianza della sterilità di questo processo.»

Ci siamo chiesti cosa rimane della scuola nei nostri ragazzi, tolto il luogo fisico? Qualcuno sta addirittura pensando che quest’ultimo non sia necessario. Non lo è infatti, la scuola si può fare anche in una capanna, ma IN PRESENZA FISICA! E guai a definire normali le lezioni fatte in classi virtuali! L’importanza data alle parole, cari colleghi, deve essere più che mai scrupolosa oggi! Il confronto non potrà mai essere completo ed efficace, libero e naturale come quello fatto in classe.

Come potete affermare colleghi, che un confronto per via telematica sia come “una normale lezione”? Riuscite a catturare gli sguardi e le espressioni dei vostri alunni? Personalmente anche io, che lavoro da casa, non riesco a confrontarmi con le mie colleghe così come facevo nell’ambiente scolastico, poiché i messaggi, il telefono, la videochiamata restringono i tempi, limitano il dialogo, soffocano le emozioni.

Fino a ieri la tecnologia veniva incolpata di essere la principale causa dell’impoverimento linguistico dei nostri ragazzi, oggi la vorreste elevare a salvezza.

Salvezza di chi se lo può permettere ovviamente.

Il gap tra Mezzogiorno e regioni settentrionali, tuttavia, rimane e si riscontra nel tipo di strumenti utilizzati. Nelle classi del Nord, abituate a infrastrutture più stabili ma anche da più giorni alle prese con le chiusure, si sono definitivamente affermate le piattaforme maggiormente evolute per effettuare lezioni interattive in video conferenza (come G Suite, Microsoft Teams, ecc.): le sfrutta più della metà degli studenti (58%) Mentre il 15%, anche al Nord, continua a restare escluso dal cambiamento interagendo con i docenti tramite semplici email, gruppi WhatsApp e social network.

Nelle regioni del Mezzogiorno è ancora il registro elettronico, certamente più conosciuto dai professori, il cardine su cui quasi sempre poggia la didattica a distanza: è il 47% degli studenti a usarlo per svolgere lezione da casa (con picchi ulteriori alle medie), mentre solo il 30% si affida alle piattaforme di ultima generazione.

Nelle regioni centrali, invece, la situazione è migliore: è vero che 1 su 3 continua ad appoggiarsi al registro elettronico, ma il 43% è già passato ai software collaborativi. Il vero problema è che, in entrambi i contesti, più di 1 studente su 5 riceve indicazioni sulle cose da fare in modo basico e poco coinvolgente (soprattutto con messaggi di posta elettronica e chat online).”

Un quadro completamente eterogeneo, che crea ancora una volta studenti di serie a b e c addirittura, visto che, come ci ricorda La Repubblica, le disparità brillano finalmente alla luce del sole, non solo tra centro-nord e sud Italia, non solo tra nord e centro, ma tra scuola e scuola nella stessa regione, da quando l’autonomia scolastica e la regionalizzazione delle scuole hanno promosso la competizione tra poli, per allenare i ragazzi sin dalla formazione scolastica ad uno spietato mercato del lavoro fratricida. E persino all’interno di una medesima classe, rimangono alunni non pervenuti. Per non parlare infine delle difficoltà altamente accentuate a cui sono esposti studenti stranieri e studenti con disabilità.

Allora torniamo a Lettera a una professoressa, da cui evidentemente non abbiamo imparato nulla e ripetiamo insieme: “Finché ci sarà uno che conosce 2000 parole e un altro che ne conosce 200, questi sarà oppresso dal primo. La parola ci fa uguali.” Lascio ai colleghi la libera trasposizione ai giorni nostri.

Cari colleghi, non sentitevi soli con il vostro computer, le vostre difficoltà e perplessità. Se la nostra voce non sarà unita, il rischio che si corre in questa fase è quello di far capire ai nostri studenti che tutto sommato la scuola può funzionare anche così. E a quel punto le regioni più sviluppate faranno solo didattica a distanza, mentre i poveracci al sud continueranno ad andare a scuola?

Non può passare questo, non possiamo permettercelo se riconosciamo ancora nostre le parole di Bruno Ciari. I nostri studenti hanno paura di non arrivare preparati agli esami, di non superare le prove invalsi, di non ottenere buoni voti, vivono stati d’ansia e di solitudine dei quali siamo in prima persona responsabili, ma che non abbiamo la possibilità di assistere e contenere, vista la distanza fisica. Ogni azione didattica deve essere fatta con la consapevolezza di essere distanti!!! Di non poter gestire la reazione!!! La valutazione a distanza va immediatamente sospesa. Potremmo addirittura abolirla per sempre per quanto mi riguarda, ma mi limiterò a chiedere di sospenderla.

Gli studenti non sono i soli a sentirsi valutati, anche le famiglie lo sono. Famiglie che hanno solo un pc in casa e magari tre figli in età scolastica. Famiglie senza strumenti all’avanguardia, famiglie senza stampante!!! (Da quando poi sarebbe un bene indispensabile?)

Famiglie composte da medici e operai che instancabilmente vanno a lavoro, che non hanno la possibilità di controllare il corretto uso degli strumenti digitali. Famiglie che non hanno la possibilità di chiarire un concetto non compreso dal proprio figlio, il quale durante la videolezione con connessione traballante si è intimorito a chiedere di nuovo spiegazioni.

Non è più tempo di distogliere l’attenzione dalla realtà che ci circonda, programmando la verifica su Guelfi e Ghibellini. Abbiate il coraggio di mollare i programmi per una buona causa, di parlare con i ragazzi di ciò che sta accadendo, di chiedere loro di posare lo sguardo al di là del proprio libro di testo. Chiediamo loro come stanno vivendo questo momento, parliamo della solitudine, di una società divisa e frammentata, riflettiamo sulle reazioni di un popolo spaventato, tocchiamo i temi di ciò che succede nel mondo mentre al tg si parla solo del virus, parliamo dell’Unione Europea e di un comportamento dirigenziale altamente discutibile, incoraggiamo i fanciulli nello studio degli eventi attuali, riscattando la scuola dal voto, dai compiti in classe e dalle interrogazioni.

Riscopriamo in questo momento di profonda crisi, l’essenza del nostro ruolo educativo. Studiate! Studiate il più possibile e raccontate ai vostri studenti cose che non avrebbero avuto possibilità di sentire, stretti e costretti in programmi ministeriali che non fanno cenno a svecchiarsi.

Parliamo ai ragazzi di oggi e chiediamo loro uno sguardo sul futuro, chiediamo loro di riflettere su una scuola ancora piena di disuguaglianze e nient’affatto inclusiva. Chiediamo loro di non pensare più neanche per un singolo istante al voto. Perché, cari colleghi, se stiamo crescendo dei ragazzi che oggi sono preoccupati del loro voto, che seguono lezioni con una motivazione che fatica a passare da esterna ad interna, stiamo commettendo un errore che non ci verrà perdonato.

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1 Commento


  • orsola mazzola

    Da un computer si possono imparare tante cose, ma non si può imparare a VIVERE. Questo apprendimento è possibile solo in presenza dei propri simili, in un contesto reale

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