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Francia. Lo stato d’emergenza sanitaria attacca i diritti dei lavoratori

Siamo quasi al termine della prima settimana di confinamento forzato, dopo le dichiarazioni del Presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron di lunedì scorso, in cui vaniva annunciata una serie di misure “all’italiana” per limitare la propagazione dell’epidemia da Coronavirus.

Nel frattempo, il numero di contagi è continuato a crescere, dai 6.633 casi positivi di lunedì sera ai 12.612 di ieri, come quello dei decessi, da 148 a 450, secondo le cifre ufficiali pubblicate dalla Santé Publique France.

Il ritmo non sembra destinato a diminuire, almeno nei prossimi giorni, poiché, nonostante la chiusura di asili nido, scuole, licei ed università e quella di tutte le attività commerciali (bar, ristoranti, ecc.) non relative alla vendita di beni di prima necessità, continuano ad andare avanti tutte le attività produttive – ben comprese quelle non essenziali – per le quali non è intrinsecamente possibile ricorrere al tele-lavoro, come suggerito dal governo.

Dalle fabbriche del settore industriale agli stabilimenti della grande distribuzione organizzata, la produzione non si ferma e la bramosità del profitto continua a mettere a rischio la salute dei lavoratori e delle loro famiglie.

Martedì 17 marzo, nel sito francese di Amazon a Douai circa 200 dipendenti hanno protestato e fatto valere il loro “droit de retrait” che, secondo il Code de Travail francese, permette ai lavoratori dipendenti di interrompere le attività qualora questi ritengono che determinate situazioni presentino un pericolo grave e imminente per la loro vita o la loro salute, fintantoché il loro datore di lavoro non abbia messo in atto misure preventive adeguate.

Il giorno seguente, una protesta simile ha avuto luogo presso lo stabilimento Amazon a Saran, vicino Orléans: “Amazon sta giocando con la nostra salute continuando a integrare i lavoratori temporanei in un contesto in cui la promiscuità è da evitare”, ha rivendicato l’inter-sindacale di Saran reagendo all’annuncio di Amazon di voler assumere fino a 100mila lavoratori addizionali negli Stati Uniti.

Il segretario generale della CGT, Philippe Martinez, ha affermato che è fondamentale riconoscere e garantire ai lavoratori del settore industriale il “droit de retrait”, permettendone l’esercizio in tutte quelle situazioni in cui la tutela della salute e delle condizioni di lavoro non è assicurata.

Le contraddizioni che emergono dagli annunci del governo – “state a casa” ma “andate a lavorare” – si palesano in maniera evidente in numerosi settori industriali, in tutte quelle fabbriche dove già quotidianamente non vengono adottate le misure di sicurezza sul posto di lavoro… figuriamoci le protezioni sanitarie, siano queste mascherine o gel idro-alcolico.

In seguito alle proteste dei lavoratori all’inizio di questa settimana, la direzione di Chantiers de l’Atlantique nel porto di Saint-Nazaire è stata costretta a fermare tutte le attività, sia negli stabilimenti centrali che nelle officine di servizio del porto, fino al 5 aprile. La lotta paga…

Tuttavia, il governo continua a “prendere per il culo” – come accade a Milano e in Lombardia – milioni di lavoratori ai quali per l’ennesima volta viene imposto il ricatto tra lavoro e salute. Infatti, ieri il ministro dell’economia, Bruno Le Maire, ha fatto appello alle imprese a versare un premio defiscalizzato di 1.000 euro a tutti quei dipendenti che, nonostante il confinamento per il Coronavirus, continuano a recarsi sul posto di lavoro.

Un premio che viene corrisposto in cambio della salute dei lavoratori e del rischio di accrescere il contagio, contornato dalla solita ipocrisia neoliberista che contraddistingue Macron&Co. Il ministro dell’economia ha voluto rivolgersi a quei “dipendenti che hanno il coraggio di andare sul posto di lavoro, che a volte lo fanno con la paura nello stomaco” e “che sono preoccupati e ai quali dobbiamo fornire un certo numero di risposte riguardo alla loro sicurezza sanitaria”.

Quel che è certo è che queste “risposte” non sono mancate per le imprese per le quali è stato predisposto il ricorso a “tutti i mezzi disponibili”, come affermato dallo stesso Le Maire: un meccanismo eccezionale di differimento delle imposte e dei contributi, tutte le garanzie fino a 300 miliardi di euro per i prestiti bancari, ecc.

Da giovedì è in discussione al Senat il progetto di legge per lo “Stato di emergenza sanitaria” per far fronte all’epidemia da Covid-19 e che farebbe da cornice generale a tutte le misure annunciate e da adottare concretamente nei prossimi giorni. “Il disegno di legge crea un quadro giuridico chiaro e forte che consente al Parlamento di esercitare la sua supervisione. L’innesco dello Stato di emergenza sanitaria si ispira, adattandolo, alla legge del 3 aprile 55 sullo Stato di emergenza”, ha dichiarato il Primo Ministro Edouard Philippe nel presentare il testo ai senatori.

Questo testo prevede l’inserimento nel Code de la Santé Publique delle disposizioni che consentano al governo di dichiarare lo Stato di emergenza sanitaria “in tutto o in parte del territorio… in caso di disastro sanitario, compresa un’epidemia che minacci, per la sua natura e la sua gravità, la salute della popolazione”.

Come indica lo stesso progetto di legge, questa dichiarazione “autorizza il Primo Ministro a emanare, con decreto preso sulla relazione del Ministro della Salute, misure generali che limitino la libertà di circolazione, la libertà d’impresa e la libertà di riunione e che consentano la requisizione di tutti i beni e servizi necessari”. Tali misure devono essere “proporzionate ai rischi connessi e adeguate alle circostanze del momento e del luogo”.

È bene specificare che non si tratta dell’art. 16 della Costituzione, ovvero quello utilizzato per dichiarare nel novembre 2015 il cosiddetto “État d’urgence” dopo la strage del Bataclan e che attribuisce al Presidente della Repubblica dei “poteri eccezionali”, ma di un nuovo quadro giuridico in sé.

Il progetto di legge sullo “Stato di emergenza sanitaria” al governo di legiferare tramite decreti e che comprende 23 articoli riguardanti vari settori, tra cui il rinvio delle elezioni municipali, le misure di emergenza sanitaria, il sostegno all’economia, ma anche il diritto del lavoro o la giustizia.

Tuttavia, sotto la coperta della lotta al Coronavirus, sembrano nascondersi pericolose insidie per i diritti dei lavoratori, le quali rischiano di rimettere in discussione molte conquiste sociali, dalle ferie retribuite alle 35 ore settimanali, come riportato nell’articolo del quotidiano online Marianne, di cui riportiamo qui sotto la traduzione in italiano.

La logica utilizzata è ben nota, la stessa utilizzata al tempo della Crisi Globale Finanziaria del 2008: di fronte ad una situazione di recessione mondiale, di incertezza e di prossima crisi economica, bisogna esser pronti a fare dei sacrifici. Ma, al solito, questi ricadono sulle spalle e sulla pelle dei lavoratori, oggi costretti ad andare a lavorare esposti al costoso rischio di contagio e domani obbligati a rinunciare alle loro ferie pagate o ad aumentare il carico di lavoro.

D’altronde la promessa dello stesso Macron era stata chiarissima: “nessuna impresa sarà lasciata al rischio di fallimento, costi quel che costi”. E sull’altare sacrificale vengono ancora una volta, in maniera sempre più spregiudicata, immolati i diritti dei lavoratori. Il Coronavirus l’ha dimostrato chiaramente: non siamo tutti sulla stessa barca. Lo scontro tra Capitale e Lavoro è più vivo che mai.

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Á la guerre comme à la guerre”, ripete il governo. Da qui l’idea di introdurre un’importante riforma del diritto del lavoro nella legge “emergenza coronavirus”, che sarà votata definitivamente venerdì 20 marzo. Sorprendentemente, il testo adottato dal Senato lo scorso giovedì sera non prevede alcun carattere “provvisorio” o “eccezionale” per la nuova legge.

In altre parole, le misure adottate potrebbero assumere un carattere definitivo. Diverse conquiste sociali potrebbero essere ridotte, come il diritto alle ferie retribuite o l’orario di lavoro settimanale. Tutto questo sotto la pressione del padronato.

Marianne lo aveva scritto già mercoledì: il disegno di legge di adattamento alla crisi del Coronavirus prevede, tra le varie misure come il controllo dei licenziamenti o un piano massiccio di aiuti alle imprese, di invertire alcune conquiste sociali.

La riforma consentirà infatti al governo di emettere entro tre mesi decreti con forza di legge in materia di diritto del lavoro. Il loro scopo? Da un lato, imporre un nuovo limite al diritto alle ferie retribuite. Si tratta di “modificare le condizioni di acquisizione delle ferie retribuite e consentire a qualsiasi datore di lavoro di imporre o modificare unilateralmente le date di una parte delle ferie retribuite entro il limite di sei giorni lavorativi, dei giorni di riduzione dell’orario di lavoro”. In linea di principio, sarà possibile ridurre il numero di giorni di ferie retribuite consentite al mese, attualmente 2,5.

Di fronte al Senato, giovedì 19 marzo, il governo ha spiegato che l’obiettivo principale del disegno di legge, nella sua mente, era quello di permettere alle aziende di richiedere ai dipendenti di prendere congedi retribuiti durante il confinamento, fino a un massimo di sei giorni.

Non si tratta di abolire le ferie pagate, ma di utilizzare la prerogativa del datore di lavoro nel Codice del Lavoro abolendo il periodo di preavviso, normalmente quattro settimane, per soli sei giorni lavorativi”, ha detto Muriel Pénicaud (la ministra del lavoro, ndt). Questa disposizione è stata inoltre integrata in modo molto esplicito nella riforma. Ma che dire della limitazione di queste ferie pagate, per tutte le aziende? Il ministro del Lavoro e Edouard Philippe hanno divagato.

La questione è tanto più significativa in quanto a Le Figaro, un “alto rappresentante padronale” propone… di ridurre le ferie pagate a due o tre settimane, almeno quest’anno: “Se è necessario limitare le conseguenze economiche della crisi senza precedenti che stiamo vivendo, i francesi potrebbero rinunciare a due o tre settimane di ferie in luglio e agosto. In ogni caso, questo non mi sconvolgerebbe”.

Secondo LCI, questo è un suggerimento… del Medef (la Confindustria francese, ndt). Intervistato al telegiornale, il ministro Bruno Le Maire non ha confermato, senza però escludere chiaramente questa ipotesi: “Smettiamola di parlare di sforzi e parliamo già di solidarietà”.

Di fronte ai senatori, Muriel Pénicaud ha affrontato anche il tema della settimana lavorativa: “In materia di orario di lavoro, dobbiamo aiutare i 99 settori che ne hanno bisogno”. Infatti, la futura legge prevede… di consentire a un certo numero di aziende di derogare alla settimana di 35 ore. L’articolo 7 della riforma prevede che il governo possa, tramite decreto, “consentire alle imprese dei settori particolarmente necessari alla sicurezza della Nazione o alla continuità della vita economica e sociale di derogare alle regole dell’ordine pubblico e alle disposizioni convenzionali relative all’orario di lavoro, al riposo settimanale e al riposo domenicale”.

Quali saranno i settori in cui la settimana di 35 ore potrebbe presto scomparire? Il ministro ha dato pochissimi dettagli: “Potrebbero essere quello dell’alimentazione, della produzione di attrezzature mediche per esempio”. Per il resto, un “decreto” elencherà le professioni interessate. Inoltre, la messa in discussione dei diritti alle ferie pagate riguarda tutte le aziende del Paese.

A Le Figaro, un rappresentante del Ministero del Lavoro conferma che ai dipendenti verrà chiesto di aiutare l’attività economica del Paese per ripartire: “Uno sforzo ragionevole sarà chiesto a tutti in questo momento che passerà nei libri di storia”. Va bene, ma fino a quando?

Un elemento in particolare solleva la questione: tra il progetto preliminare di riforma, distribuito in via ufficiosa ad alcuni media all’inizio della settimana, e che Marianne aveva potuto consultare, e il disegno di legge che entrerà presto in vigore, queste gravi misure hanno perso il loro carattere “provvisorio”. In pratica, ciò significa che la nuova legge si applicherà fino a nuovo avviso e non fino ad una scadenza.

I senatori socialisti hanno cercato di modificarlo. Hanno proposto che gli ordini che consentono tali sfide alle conquiste sociali cessino di essere validi il 1° aprile 2021. “Ci viene assicurato che le misure da adottare sono eccezionali. Molto bene, ma a condizione che non possano rimanere in vigore una volta finita la crisi (…) Ci sono molti esempi di disposizioni eccezionali che sono diventate permanenti. I limiti devono essere fissati”, ha spiegato l’ex ministro Jean-Pierre Sueur.

Gli è stata indirizzata una respinta della mozione. “Per loro stessa natura, le misure di cui all’articolo 7 sono limitate alla durata della crisi sanitaria. Opinione sfavorevole”, ha risposto Muriel Pénicaud. Il senatore della LREM Alain Richard è d’accordo, spiegando che è impossibile prevedere in anticipo quando queste riforme avranno perso la loro motivazione: “Ci sarà inevitabilmente una transizione. Chi può dire quando finirà l’utilità di queste modifiche”.

Il fatto che il governo stia procedendo per mezzo di un decreto non avrà alcun impatto altrove. Teoricamente, un’ordinanza che non è stata ratificata dal Parlamento è nulla e non avvenuta. Si sarebbe potuto immaginare che il governo avrebbe rinunciato a chiedere la ratifica delle misure “anti-conquiste sociali”, ma questo probabilmente non accadrà, per una questione di tempo.

Questi decreti, che devono essere pronte al più tardi entro giugno, ma probabilmente molto prima data l’urgenza invocata dal governo, devono poi essere ratificati dal Parlamento entro due mesi. In quel momento, è improbabile che il governo consideri il paese come definitivamente fuori dalla crisi…

Se il governo ha spiegato oralmente che nessuna delle disposizioni dell’articolo 7 “è destinata ad essere permanente”, ciò avverrà fino all’approvazione di una nuova legge. Inoltre, nel suo discorso di lunedì, Emmanuel Macron ha detto che la crisi imporrà un grande cambiamento politico: “Molte certezze e convinzioni saranno spazzate via (…) Saprò anche con voi come trarne tutte le conseguenze, tutte le conseguenze”. Una formula enigmatica che lascia aperti diversi scenari.

Nella Commissione Finanze dell’Assembleé Nationale, giovedì 19 marzo, il relatore generale Laurent Saint-Martin (LREM) ha spiegato, in risposta a un emendamento del deputato Alexis Corbière (La France insoumise), che presto dovrebbe svolgersi un importante dibattito economico: “Sarà un dibattito davvero interessante scoprire le conseguenze da trarre dai modelli economici e sociali al momento del piano di ripresa. (…) Su questo sono d’accordo con voi e spero che si svolgano dibattiti fruttuosi”.

Allo stesso tempo, il relatore ha respinto tutte le proposte di introdurre una maggiore tassazione redistributiva. Come simbolo della linea ambigua che ha guidato i macronisti fin dall’inizio della crisi.

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