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Marx nell’epoca dell’intelligenza artificiale: l’intelligenza è sociale, il profitto no

Che cosa direbbe Karl Marx oggi, davanti a ChatGPT, ai mercati finanziari governati da algoritmi, alla moneta digitale e alla crescente automazione del lavoro intellettuale?

Probabilmente non si stupirebbe della tecnologia. Si stupirebbe, semmai, del modo in cui il capitalismo continua a presentare come proprietà privata ciò che è il risultato di una gigantesca cooperazione sociale.

È questo il punto da cui partire.

Marx non fu mai un nemico della scienza. Al contrario, comprese prima di molti altri che lo sviluppo delle forze produttive avrebbe potuto aprire possibilità straordinarie per l’umanità. Ma non confuse mai la scienza con una semplice tecnica al servizio dell’utilità e del profitto. La scienza, nella sua prospettiva, appartiene alla capacità creativa dell’essere umano e alla sua relazione sociale con il mondo.

Ed è proprio qui che l’intelligenza artificiale pone una questione politica gigantesca.

Ci viene raccontato che le macchine stanno diventando “intelligenti”. Ma di quale intelligenza parliamo? I sistemi di IA sono costruiti attraverso enormi quantità di linguaggio, immagini, conoscenze e produzioni culturali generate da milioni di esseri umani. Dietro l’apparente autonomia della macchina c’è una storia collettiva dell’umanità.

L’intelligenza artificiale, in questo senso, è anche intelligenza sociale accumulata e organizzata tecnologicamente.

Il capitale, però, compie un’operazione che Marx avrebbe riconosciuto immediatamente: separa la potenza sociale dalla sua origine sociale e la presenta come una proprietà privata.

L’opera di milioni di persone diventa “dataset”. Il sapere collettivo diventa capitale tecnologico. Il linguaggio umano diventa materia prima. La creatività sociale diventa un asset. E il risultato viene concentrato nelle mani di poche grandi imprese.

La contraddizione è evidente: più la produzione diventa sociale, più la sua appropriazione tende a diventare privata.

Non è una novità dell’IA. È una delle contraddizioni fondamentali del capitalismo che Marx aveva individuato nella grande industria e che oggi raggiunge una nuova dimensione.

Anche il denaro sembra essersi liberato della materia. Banconote, monete e persino i confini fisici delle transazioni vengono progressivamente sostituiti da numeri, registrazioni elettroniche, algoritmi. Ma il denaro digitale non è meno sociale del denaro cartaceo. Al contrario: rende ancora più evidente che il denaro è un rapporto sociale.

L’illusione dell’“immateriale” rischia allora di diventare ideologia. Dietro il cloud ci sono data center, energia, miniere, cavi, lavoratori e infrastrutture. Dietro l’algoritmo ci sono programmatori, ricercatori, annotatori, creatori di contenuti e una quantità sterminata di lavoro umano. Dietro ogni transazione digitale esistono istituzioni e rapporti di potere.

L’immateriale non ha cancellato il lavoro. Lo ha reso più difficile da vedere.

E qui torna una frase dei Manoscritti economico-filosofici del 1844: «…mein eignes Dasein ist gesellschaftliche Tätigkeit». La mia stessa esistenza è attività sociale.

È una frase che oggi dovrebbe essere affissa all’ingresso di ogni data center della Silicon Valley.

Perché se la nostra esistenza è attività sociale, allora anche la conoscenza prodotta attraverso questa attività è, almeno nella sua origine, una ricchezza sociale. Il problema politico non è quindi stabilire se l’IA sia “buona” o “cattiva”. Il problema è chi possiede e controlla la potenza sociale incorporata nelle nuove tecnologie.

Sotto il capitalismo, una tecnologia che potrebbe ridurre drasticamente il tempo di lavoro necessario può diventare invece uno strumento per aumentare produttività, controllo, sorveglianza e disoccupazione. Una macchina capace di liberare tempo per tutti può diventare una macchina per intensificare il lavoro di alcuni e concentrare ricchezza nelle mani di pochi.

Questa è la contraddizione.

E c’è un punto ancora più radicale. Non siamo semplicemente di fronte a una nuova fase dell’innovazione tecnologica: siamo davanti a una battaglia sulla proprietà della conoscenza sociale. Chi controlla i grandi modelli di IA controlla una parte crescente delle infrastrutture attraverso cui la società produce, conserva e rielabora il sapere.

Per questo la questione non può essere lasciata agli amministratori delegati delle Big Tech, ai fondi d’investimento o ai governi che discutono di competitività nazionale. Non basta chiedere una “regolamentazione etica” dell’intelligenza artificiale. Bisogna mettere in discussione il rapporto sociale che permette a pochi soggetti di appropriarsi privatamente di una cooperazione che appartiene a tutti.

Se milioni di persone producono continuamente dati, linguaggio, cultura e conoscenza, la loro trasformazione in capitale non è un fatto naturale: è una scelta politica e un rapporto di forza.

L’IA potrebbe essere una delle più grandi tecnologie di liberazione dal lavoro necessario mai concepite. Potrebbe ridurre l’orario di lavoro, socializzare il sapere, democratizzare l’accesso alla conoscenza e aumentare enormemente lo spazio della creatività umana.

Ma tutto questo è incompatibile con un sistema nel quale ogni conquista della cooperazione sociale deve trasformarsi in profitto privato.

La vera alternativa, dunque, non è tra innovazione e conservazione. È tra una tecnologia subordinata al capitale e una tecnologia liberata dal capitale.

Marx, probabilmente, non avrebbe chiesto se ChatGPT è intelligente.

Avrebbe chiesto: di chi è questa intelligenza?

E soprattutto: se è stata costruita socialmente, perché dovrebbe essere utilizzata per arricchire pochi invece che per aumentare la libertà di tutti?

Questa è la vera partita politica dell’intelligenza artificiale. Non uomo contro macchina. Non passato contro futuro. Ma lavoro sociale contro appropriazione privata.

L’intelligenza è sociale. La conoscenza è sociale. La ricchezza prodotta dalla cooperazione è sociale.

Il capitalismo, invece, continua a volerla privata.

Ed è precisamente qui che la contraddizione torna a farsi esplosiva.

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