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Il vittimismo come identità

Il ventidue settembre, davanti a un presidio milanese per il rabbino aggredito sei giorni prima, rabbino che in seguito ha anche minimizzato l’aggressione … Alberto Belli Paci, figlio di Liliana Segre e, dice lui, della Shoah, si è avvicinato ai microfoni e ha consegnato al Paese la sua preziosa analisi storica. I cittadini di religione ebraica di Milano si troverebbero «in una situazione quasi come se fossimo ai tempi del ‘38».

Poi se n’è andato a casa, e nessuno stranamente gli ha tolto per legge la cittadinanza, come lo Stato italiano la tolse agli ebrei nel 1938, l’anno in cui sua madre bambina fu cacciata dal banco di scuola a otto anni.

Questo era il ‘38, un atto dello Stato contro i propri cittadini, firmato dal re in persona e protocollato nella Gazzetta Ufficiale.

Che al rabbino sia stata fatta un’aggressione a sfondo antisemita, il presidente della Comunità ebraica di Milano l’ha definita così (ma non il rabbino) è vero. In primo luogo per la politica terroristica e genocidaria di Israele l’antisemitismo esiste e cresce.

Però i ragazzi “aggressori” sono stati tempestivamente presi e denunciati.

Notate la differenza? Nel 1938 lo Stato fascista era il persecutore. Nel settembre del 2026 lo Stato dà la caccia agli aggressori del rabbino e li porta davanti a un giudice, e nella maggioranza che governa siede proprio il partito scelto da Belli Paci. Tirare fuori il «1938» proprio mentre le istituzioni lavorano per lui significa o non conoscere la Storia, oppure usarla come identità buona per ogni tempo e gesto.

Alberto Belli Paci, classe 1953, primogenito di Liliana Segre, dopo studi di giurisprudenza e una vita nel tessile di famiglia, è approdato di recente a Forza Italia, reduce da una stagione nel Terzo Polo, e si presenta come «figlio della Shoah» avendone ricavato una linea politica.

La sinistra, ci dice, è «tutta schierata dietro la bandiera palestinese» (magari lo fosse, per una volta dalla parte giusta della storia questa sinistra); poi dice che i giornali descrivono Israele «come uno Stato di assassini» (magari ci fosse qualche giornale che raccontasse questa lapalissiana verità); l’odio antisemita «a livelli preoccupanti» (beh, se fai la guerra a mezzo mondo e uccidi 22.000 bambini vorresti essere amato? Beh, dovresti mettere su Hollywood).

Quel «1938» è il suo metodo politico.

In una settimana di sciopero generale e di piazze piene per Gaza, evocare le leggi razziali serve a mettere sullo stesso piano l’aggressione, il corteo e la critica a Netanyahu, così che chi sfila per la Palestina finisca schedato nell’anticamera del razzismo di Stato.

È un trucco antico vergognoso, ma è in buona compagnia. Mi ha subito ricordato Idith Zertal, storica israeliana che ha studiato come la memoria della Shoah, ridotta a mero culto, immunizza il presente dal giudizio e trasforma i sei milioni in una rendita morale da riscuotere contro gli avversari del momento per sempre.

Un’identità politica basata sulla riscossione del debito perenne e sul vittimismo. Il nonno da cui ha preso il nome, Alberto Segre, è morto nelle camere a gas di Auschwitz. Esiste un modo dignitoso di portare quel nome e passa dal rispetto e dallo studio della Storia, non da un comunicato bislacco e offensivo per tutti gli ebrei con un minimo di coscienza.

* da Facebook

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1 Commento


  • Anna

    Dovrebbe leggersi Pappe o Filkenstein ( l’industria dell’Olocausto) gli farebbe bene

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