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Il “merito” di essere l’erede

C’è in giro molta ironia – non infondata – sull’esibizione di Leonardo Maria Del Vecchio dalla Gruber, dove ha fatto la figura del coglione.

L’ho vista anch’io e ho quasi provato tenerezza, pur possedendo lui oltre sette miliardi: nessun ragionamento ma solo tristi anglicismi preconfezionati, lunghi silenzi imbarazzati, grossi problemi di articolazione nell’eloquio, il giovane nababbo ha lasciato trapelare un quoziente di intelligenza non altissimo – e ha avuto anche seri problemi con i congiuntivi. La voce da paperino ha reso più grottesco il tutto.

Detto questo, è inutile fare la character assassination: per quanto divertente, non aiuta verso la riflessione successiva, cioè il problema del capitalismo dinastico in cui si è incastrato il neoliberismo. Un fenomeno a cui Piketty ha dedicato pagine memorabili di dati e numeri. In buona sostanza, il mito del capitalismo meritocratico e del successo dal niente in base alle idee non è proprio cosa contemporanea.

La zoppicantissima esibizione di Leonardo junior ne è una delle tante prove – e non è nemmeno colpa sua: che, a occhio, se fosse nato povero negli Stati Uniti degli anni cinquanta avrebbe fatto per tutta la vita il lift boy, il tizio che schiaccia i bottoni negli ascensori in uniforme, nei palazzi e negli hotel di alto rango.

* da Facebook

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