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I peccati dei greci (e dell’Europa)

L’evasione fiscale e l’elusione legalizzata costituiscono uno dei maggiori problemi dei conti pubblici della Grecia, che ieri ha votato dando la maggioranza ai conservatori di Nuova Democrazia, apertamente sostenuti dalla Merkel (e autori dei trucchi contabili che hanno portato il paese al dissesto). Nel programma di Nuova Democrazia non figura l’abrogazione dell’articolo della Costituzione che prevede l’esenzione fiscale per gli armatori (15,4 miliardi di utili non tassati nel solo 2011). Ma essa non è presente neppure tra le misure imposte alla Grecia dall’Europa. Del resto neppure all’Irlanda è stata imposta l’elevazione della bassissima aliquota di tassazione delle imprese (12,5%!) per risanare le sue finanze pubbliche, mentre si procedeva a licenziamenti nel pubblico impiego e al taglio di stipendi e pensioni.

Sul Fatto Quotidiano di venerdì 8 giugno, Enrico Altieri ha stigmatizzato altre contraddizioni dell’Unione europea in tema di fiscalità. Da un lato la Commissione non perde occasione per criticare le dimensioni patologiche dell’evasione in Italia, deplorando (giustamente) l’azione insufficiente del governo Monti; dall’altro la Corte europea di Giustizia dichiara che per le imposte dirette non esiste alcuna norma comunitaria che imponga agli Stati membri di adottare misure di contrasto all’abuso del diritto in materia fiscale: gli Stati sono liberi di non combattere l’evasione fiscale. Ma la sentenza della Corte non ha nulla di sorprendente, e lo stesso vale per le strane dimenticanze nei confronti di Grecia e Irlanda. La loro comune ragion d’essere risiede infatti in uno dei principali difetti di fabbrica dell’Unione europea: il fatto che la politica fiscale sia lasciata alla discrezione degli Stati membri.

Proprio grazie all’assenza di regole fiscali comuni, ossia di soglie minime di tassazione e di aliquote fiscali uniformi nei diversi Stati (niente a che fare col “fiscal compact”), le imprese hanno potuto fare arbitraggio fiscale, creando o spostando filiali operative nei Paesi in cui la fiscalità era più conveniente. Questo a sua volta ha ingenerato una concorrenza al ribasso tra le fiscalità per quanto riguarda la tassazione delle imprese: in qualche caso nella forma di aliquote più basse che in passato, in altri – come Italia e Grecia – di un ampio e tollerato ricorso all’evasione (la forma peggiore di agevolazione fiscale). L’ovvia conseguenza è stata l’aggravio del carico fiscale sulle persone fisiche (in particolare sui lavoratori dipendenti) e una progressiva riduzione delle prestazioni sociali erogate dagli Stati. In Europa c’è un altro ambito in cui le decisioni sono lasciate agli Stati: politiche sociali e impiego. Standard di protezione, livelli salariali, stipendi minimi: tutto questo è deciso a livello nazionale. Ingenerando, anche in questo caso, una concorrenza al ribasso.

Oggi in Europa nessuno Stato membro può mettere dazi all’importazione su prodotti di altri paesi dell’Unione, e nell’Eurozona è impossibile effettuare svalutazioni competitive. Ma ogni impresa può migliorare la propria competitività facendo arbitraggio fiscale tra i diversi Paesi della stessa Unione europea (l’hanno fatto praticamente tutte le grandi imprese). E ogni Stato membro può permettere che le proprie imprese abbassino gli standard di protezione dei lavoratori per diventare più competitive. Il Paese che più degli altri ha migliorato la propria competitività – la Germania – ha fatto ricorso a entrambe queste leve: i salari tedeschi dal 1997 a oggi sono (caso unico nell’Eurozona) diminuiti del 4,5% in termini reali e le tasse pagate dalle imprese tedesche nel 2010 sono state inferiori di 51 miliardi di euro rispetto a quelle che avrebbero pagato con la legislazione in vigore nel 1998.

struttura sbilanciata dei trattati europei, e in particolare la comunitarizzazione asimmetrica delle politiche economiche (moneta sì, concorrenza sì, fisco e lavoro no), determina necessariamente la conseguenza che la competizione tra le economie dei paesi dell’Unione avvenga sul terreno del dumping fiscale e del dumping sociale, facendo dell’Eurozona una perfetta macchina per la deflazione salariale. Non vi è speranza di risolvere i problemi attuali dell’Europa, e tanto meno di realizzare una politica economica comune dell’Unione, se non si porrà rimedio al fai-da-te e quindi alla concorrenza al ribasso tra paesi dell’Eurozona in materia di politiche fiscali e di protezione del lavoro. In assenza di questo, anche un’eventuale accelerazione verso l’unione politicanon scioglierebbe i nodi di fondi dell’Unione europea e potrebbe anzi costituire un’ulteriore pericolosa fuga in avanti.

Il Fatto Quotidiano, 19 Giugno 2012

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