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Messico: il movimento #YoSoy132 si dà continuità e progetto

Da qualche mese a questa parte, una nuova effervescenza sociale, una vera e propria insorgenza giovanile e studentesca sta attraversando il Messico. Nato durante la congiuntura elettorale, il movimento #YoSoy132 ha fin quí avuto il merito di ridare voce alle piazze e di rimettere in comunicazione le realtá di lotta del paese, in uno sforzo ricompositivo che fa sperare in un autunno piuttosto dinamico per i movimenti sociali messicani.

Il movimento sorge a partire dalla sorprendente cacciata di Peña Nieto dall’Universidad Iberoamericana (esclusiva istituzione accademica privata) l’11 maggio scorso, quando un gruppo di studenti, con le mani e i volti dipinti di vernice rossa in riferimento alla feroce repressione del 2006 ad Atenco (costata due morti, torture, violenze sessuali, nonché anni di ingiusta detenzione per molti militanti), contestano duramente il candidato alla presidenza della repubblica del PRI (Partido Revolucionario Institucional), costringendolo alla fuga. Nei giorni successivi, i media cercano di nascondere o di minimizzare l’accaduto e attribuiscono la contestazione a dei provocatori estranei alla comunitá universitaria. Per rispondere alla tendenziosa ricostruzione mainstream, 131 studenti dell’UIA pubblicano un video su youtube, nel quale, con tanto di tessera universitaria in mano, rivendicano la natura studentesca dell’azione. In solidarietá con questi studenti, nasce il movimento #YoSoy132 (io sono il centotrentaduesimo) il quale, attraverso la rete e i social network, diventa protagonista della scena politica messicana, riempiendo inaspettatemente e in differenti occasioni le piazze del paese e suscitando entusiasmo nella popolazione giovanile e non solo.

Nel giro di poco tempo, centinaia di universitá pubbliche e private aderiscono al movimento. I media iniziano a parlare di una Primavera Messicana ed evocano le lotte del ’68. Al di lá delle semplificazioni giornalistiche, il primo elemento che colpisce é quello generazionale: #YoSoy132, da questo punto di vista, rappresenta la declinazione locale della rivolta giovanile che, da piazza Tahrir a Santiago del Cile, dalle acampadas spagnole a Occupy, sta scuotendo il pianeta per rivendicare un futuro che non sia determinato dagli imperativi economici della finanza globale. Si tratta, in altri termini, della presa di parola dei futuri precari del lavoro materiale e immateriale, i quali, vittime anche della divisione internazionale del lavoro che vuole che il Messico produca soprattutto forza-lavoro a basso costo (da esportazione o per favorire gli investimenti di capitali stranieri in loco), esprimono il malessere sociale di milioni di giovani messicani che, privati del diritto allo studio, si vedono spesso obbligati a scegliere tra l’esercito e la malavita organizzata; oppure, che dopo aver fatto un master o un dottorato, tirano a campare facendo gli autisti di un taxi altrui, dedicandosi alla vendita ambulante o lavorando (sottopagati) in un’agenzia del governo o per conto di una prestigiosa impresa transnazionale. In questo senso, il messaggio lanciato dalla gioventú messicana non é molto differente da quello espresso dalle rivolte nordafricane o dai riot europei. In ballo, in fondo, c’é il futuro di una generazione che reclama diritti.

2dejulio  149D’altra parte, l’emergenza del movimento é legata anche alla scadenza elettorale ed alle idiosincrasie proprie del sistema politico messicano, impegnato da dodici anni in un processo di transizione (gestito dalla destra del Partido de Acción Nacional) che, dopo aver creato una speranza di cambiamento nella popolazione, non ha fatto altro che ripodurre vecchi privilegi e moltiplicare antiche esclusioni (negli ultimi sei anni il numero di poveri é aumentato di sei milioni) e che potrebbe concludersi – sarcasmo della storia – con la restaurazione dell’autoritarismo priista. Il movimento, che si definisce autonomo dai partiti, nasce dunque come richiesta di una democrazia reale che vada oltre il mero formalismo. Inizialmente, infatti, l’obiettivo é quello di democratizzare il processo elettorale per favorire il voto informato e critico in un contesto in cui le due pricipali televisioni (il duopolio privato Televisa-TvAzteca) fanno il bello e il cattivo tempo. Durante la campagna elettorale, gli universitari mettono al centro della critica lo strapotere mediatico, il quale, negli ultimi anni, si é dedicato a costruire il personaggio di Peña con l’obiettivo di imporlo sul mercato elettorale in funzione dei propri interessi e di quelli del resto della minoranza oligarchica che gestisce le sorti del paese.

Le elezioni del primo luglio gettano il paese in un nuovo conflitto post-elettorale (il secondo consecutivo e il terzo negli ultimi venticinque anni). In questo contesto, l’elemento di novitá é costituito dallobservación ciudadana – dal tentativo, cioé, da parte del movimento #YoSoy132, insieme ad associazioni civili ed Ong, di controllare dal basso la giornata elettorale – grazie alla quale vengono documentate con foto e video migliaia di irregolaritá che vanno dalla piú o meno sofisticata compravendita del voto, al furto di urne; dall’intimidazione degli osservatori (spesso fermati dalla polizia), al proselitismo aggressivo fuori dai seggi. Alla luce dei numeri della giornata (9 morti, 4 feriti, 66 arresti e decine di atti di violenza politica in tutto il paese), il trionfalismo dell’apparato istituzional-massmediatico, che parla di elezioni esemplari, pare assolutamente fuori luogo.
A tutto questo bisogna aggiungere la parallela denuncia d
el candidato del centrosinistra López Obrador, il quale, dopo aver annunciato che userá tutte le possibilitá che gli offre la legge per annullare il risultato elettorale, segnala l’esistenza di fondi neri per il finanziamento delle schede prepagate (del grande magazzino Soriana e della finanziaria Monex) usate per comprare i voti e per riciclare denaro sporco per conto della criminalitá organizzata.

Nelle giornate successive alle elezioni, molte manifestazioni spontanee percorrono il paese per denunciare l’illegalitá del processo elettorale e per rifutare l’imposizione di Peña Nieto come futuro presidente della Repubblica. Sui social network si lanciano tantissime iniziative, la protesta si allarga agli elettori delusi ed alla cittadinanza in generale. Letteralmente censurata dai media, la protesta monta nelle piazze e culmina nei partecipatissimi cortei che affollano il centro della capitale. La lotta contro l’imposizione, iniziata dagli studenti di #YoSoy132, viene fatta propria anche da altre organizzazioni e movimenti sociali del paese. Dopo le prime confuse giornate post-elettorali, in cui prevale lo spontaneismo, vengono fissati una serie di passaggi assembleari che si concludono il 14 e il 15 luglio a San Salvador Atenco con la Convención Nacional Contra la Imposición, alla quale partecipano oltre 2.500 delegati di 496 organizzazioni provenienti da tutta la repubblica.

Alla due-giorni partecipano le piú svariate realtá dell’attivismo messicano. Accanto ai promotori dell’iniziativa, i padroni di casa del FPDT (Frente de Pueblos en Defiensa de la Tierra) e #YoSoy132, sono presenti anche lo SME (Sindicato Mexicano de Electricistas), e la CNTE (Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación), nonché una miriade di associazioni e di collettivi: dalle donne agli indigeni, dagli studenti ai contadini, dai difensori dei diritti umani agli ambientalisti, fino ad arrivare ad artisti e singoli individui. I propositi della Convención sono sostanzialmente due: coordinare la lotta contro l’Imposición a livello nazionale e aprire un confronto tra le diverse realtá che possa portare alla costruzione di un fronte comune per superare la congiuntura “antipeña” e combattere la prevista ondata neoliberista in arrivo. La sfida principale della Convención é quella di mantenere l’unitá del movimento, costruendo “un’organizzazione delle organizzazioni”, uno spazio cioé in cui gli obiettivi e le pratiche particolari di ciascuna realtá, per quanto siano differenti e localizzate, possano relazionarsi positivamente tra loro, arrivando a costituire un progetto comune che possa incidere su scala nazionale. Dopo due giorni di intenso dibattito, in cui si sottolinea la necessitá di radicalizzare le forme di lotta pur rimanendo nell’ambito della protesta pacifica, viene stabilito un calendario di iniziative a cadenza quasi settimanale che si pone l’obiettivo di impedire che Peña Nieto arrivi alla presidenza. Le iniziative continueranno fino al primo dicembre, giorno in cui é prevista la toma de posesión (la cerimonia d’investitura) e contemplano anche un eventuale accerchiamento del parlamento per impedirla.

La lotta contro l’imposizione, tuttavia, non risolve le domande di trasformazione del movimento il quale pare voler andare oltre il recinto elettorale, per costituirsi come un’opposizione sociale che sappia dare battaglia contro il previsto giro di vite nei confronti del giá quasi inesistente stato sociale messicano e in funzione della trasformazione sociale. L’obiettivo polemico del movimento, in altri termini, non sono solo i brogli elettorali, ma le riforme strutturali di cui il presunto vincitore si fa rappresentante, che colpirebbero settori cruciali come lavoro, scuola, energia e pensioni.

Dall’autodeterminazione dei popoli indigeni alla difesa del mais e della sovranitá alimentare; dal diritto alla rete alla riforma dell’educazione per una scuola laica, pubblica e gratutia; dalla difesa dei beni comuni alla tassazione delle transazioni finanziarie; dalla sospensione del pagamento del debito all’abrogazione dei trattati di libero commercio, fino ad arrivare al riconoscimeto dei diritti civili per il movimento LGBT e alla lotta contro il saccheggio del territorio; sono molte le cause di cui si fa portatore #YoSoy132, il quale pare essere diventato un catalizzatore delle lotte che attraversano il paese. Difficile prevedere come si concluderá il conflitto e che strade prenderá il movimento, tuttavia, il ritrovato protagonismo delle piazze, in un paese straziato da sei anni di guerra al narco e relativa militarizzazione del territorio (con un saldo di 60 mila morti), rappresenta senz’altro una buona notizia.

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