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Egitto: quando la democrazia non è un’opzione

Estratto e sintesi degli avvenimenti egiziani da agenzie di stampa elaborato da Curzio Bettio.

domenica 09 Dicembre; ultimo aggiornamento: Lunedì 10 Dicembre – 11:42

Comincia il conto alla rovescia per il referendum costituzionale in Egitto: all’estero le operazioni di voto si apriranno già mercoledì. Le opposizioni intanto si giocano le ultime carte per evitare la consultazione che rischia di essere una conferma della Costituzione, e anche della politica del presidente Mohamed Morsi.

L’opposizione. Al termine di una lunga riunione alla quale hanno partecipato i leader del Fronte di Salvezza Nazionale, è stato annunciato il no “categorico” del cartello delle opposizioni al referendum del 15 dicembre.

Il motivo non è solo politico, ma, così hanno spiegato i portavoce del movimento, esiste il rischio che la consultazione provochi un’ondata di violenze, vista l’assenza di sicurezza e le “minacce” lanciate all’opposizione dai Fratelli Musulmani, in particolare dalla loro Guida generale Mohamed Badie e dal suo collaboratore Khairat el Shater.

Migliaia di manifestanti si sono nuovamente messi in marcia oggi verso il palazzo presidenziale, mentre rimane ancora nell’aria il rombo dei motori degli F16 sfrecciati nella tarda mattinata di domenica nei cieli del Cairo a bassa quota, all’indomani della dichiarazione con la quale le forze armate hanno detto di non poter tollerare che il Paese venga portato nel baratro.

Sulla scorta di questa sollecitazione Morsi, si è saputo nella tarda serata di ieri, ha revocato il suo primo decreto costituzionale sostituendolo con un altro che, se è vero che elimina la parte riguardante i suoi poteri assoluti in caso di emergenza nazionale, lascia inalterata l’inappellabilità di tutte le sue decisioni costituzionali.

Morsi ha lanciato un segnale alle opposizioni, prevedendo che in caso di vittoria del “no” venga eletta direttamente una nuova Assemblea costituente, ribadendo però che la data del voto rimane quella fissata fin dall’inizio, il 15 dicembre.

Troppo poco per le opposizioni, che puntano ad una nuova mega manifestazione martedì 11 dicembre, per tentare di neutralizzare il referendum che la potente macchina organizzativa dei Fratelli Musulmani si sta già attrezzando a vincere.

Durante la campagna elettorale della Fratellanza, cominciata sul suo sito web con lo slogan “sì ad una buona Costituzione”, saranno mostrati anche video sui lavori dell’Assemblea costituente.

Con il passare dei giorni il divario fra opposizioni e Fratelli Musulmani cresce.

In mattinata la Fratellanza aveva commentato positivamente il nuovo decreto di Morsi, sostenendo che sgombra il campo da altre “provocazioni”, e che ora la parola va data al popolo e alle urne.

Prospettiva che le opposizioni, invece, vogliono evitare, schierandosi da giorni contro una Costituzione che accusano di essere stata approvata da una Assemblea costituente dominata dagli Islamici, che non garantisce le libertà e i diritti, e i cui contorni vaghi – dicono – si possono prestare ad intepretazioni che potrebbero portare ad uno Stato islamico.

E mentre l’Egitto si dibatte sulla Costituzione e il referendum, domani si ritroverà anche con una ondata di rincari di vari beni, dall’acciaio alle bevande gassate, olio da cucina, birra e sigarette, fino alle bollette dei telefoni cellulari. Aumenti decisi, scrive “al-Ahram online”, nell’ambito del programma proposto dall’Egitto al Fondo Monetario Internazionale per ottenere un prestito di 4,8 miliardi di dollari.

Morsi assegna poteri di polizia all’esercito fino al referendum costituzionale

I militari potranno anche arrestare i contestatori. Così recita un decreto promulgato dal Presidente, allo scopo di contenere i disordini fino all’ufficializzazione dei risultati della consultazione referendaria prevista per il 15 dicembre.

Con una mossa destinata a inasprire ulteriormente la tensione in Egitto, in vista del referendum sulla nuova Costituzione in programma per sabato prossimo, il presidente Mohamed Morsi ha conferito all’esercito poteri di polizia, compreso quello di effettuare direttamente arresti: questo il contenuto di un decreto che sarà pubblicato domani sulla Gazzetta ufficiale egiziana, ma che il leader islamista ha voluto promulgare in anticipo, considerate la manifestazioni contrapposte in programma per la stessa giornata, pro e contro Morsi.

Nel decreto si ordina inoltre ai militari di prestare piena “collaborazione” alle forze dell’ordine fino all’ufficializzazione dei risultati referendari. La consultazione è contestata dalle opposizioni, che hanno boicottato i lavori dell’Assemblea Costituente, dominata dai Fratelli Musulmani e dai salafiti.

La decisione arriva dopo il ritiro, da parte del presidente, del contestato decreto costituzionale che ne aveva aumentato i poteri in modo quasi illimitato, provocando dure proteste dell’opposizione e disordini nel Paese.

“Le Forze Armate – recita il nuovo decreto – debbono supportare il servizio di polizia in completa collaborazione, allo scopo di salvaguardare la sicurezza e proteggere le istituzioni vitali dello Stato per un periodo temporaneo, fino all’annuncio dei risultati del referendum costituzionale del 15 dicembre.”

I militari, da sempre una delle realtà più potenti nel Paese nord-africano, finora hanno cercato di mantenersi il più possibile neutrali nel confronto tra contestatori e sostenitori di Morsi:

giovedì, per esempio, a difesa del palazzo presidenziale erano stati schierati carri armati e autoblindo, che in concreto però finora mai sono stati utilizzati contro i dimostranti che assediano di fatto il complesso.

Due giorni dopo, un loro portavoce aveva sollecitato al “dialogo” tutti i partiti, assicurando di non voler ritornare a “intervenire nella vita politica”, come avvenne l’anno scorso dopo la caduta del regime di Hosni Mubarak, ma al contempo avvertendo che “non permetteremo alla violenza di dilagare e al caos di prevalere”.

Su questi avvenimenti, il documento che segue fornisce informazioni ed approfondimenti.

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In Egitto: quando la democrazia non è un’opzione

di Esam Al-Amin

Per concessione di CounterPunch

Fonte: http://www.counterpunch.org/2012/12/07/in-egypt-when-democracy-is-not-an-option/

Data dell’articolo originale: 07/12/2012

URL dell’articolo: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=8711

(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

Nel momento in cui il presidente Muhammad Morsi ha emesso il suo decreto costituzionale il 22 novembre, sono state nettamente tracciate le linee del fronte della battaglia politica in Egitto.

Da un lato, sono andate a posizionarsi le forze dell’Islam politico guidate dal Partito della Libertà e Giustizia (FJP), il braccio politico dei Fratelli Musulmani (MB). A queste sono andati ad aggiungersi i gruppi conservatori salafiti come Al-Noor (Luce) e i Partiti della Costruzione e Sviluppo (Building and Development ), assieme ad altre formazioni moderate come Al-Wasat (Centro), Al-Hadara (Civilizzazione) e Al-Asalah (Autenticità) .

L’altro lato della barricata comprende una serie di gruppi e partiti, dall’estrema sinistra all’estrema destra, tutti che rappresentano la tradizionale liberale e socialista, le forze nazionaliste e la chiesa cristiana copta.

Ironia della sorte, a questi si sono anche aggregati alcuni dei gruppi più attivi di giovani rivoluzionari come il “Movimento 6 aprile”, e componenti residue ma potenti del passato regime del deposto Hosni Mubarak, che i rivoluzionari si erano riproposti di abbattere e di mandare sotto processo per corruzione e repressione.

Tuttavia, ciò che ha coagulato questi gruppi laici così diversi è stato il loro disgusto e l’odio profondo nei confronti dei Fratelli Musulmani, che hanno fornito nel passato ai gruppi rivoluzionari abbondanza di motivi per essere disprezzati (ad esempio, avendo pattuito un tacito accordo con il Consiglio militare al potere durante il periodo transitorio, condividendo così le giustificazioni dei militari per il blocco delle elezioni; chiudendo gli occhi sulle brutalità delle forze di sicurezza contro i giovani rivoluzionari durante le loro proteste pacifiche; rinnegando le molte promesse del passato di presentare i propri candidati soltanto per un terzo dei seggi in parlamento, eppure concorrendo per più del 70 per cento dei seggi, alla fine conquistando il 43 per cento dei seggi alla Camera bassa e il 60 per cento alla Camera alta del Parlamento; impegnandosi a non nominare un candidato alla presidenza, ma addirittura mettendo in campo due contendenti, dividendo l’opposizione e in conclusione vincendo la presidenza; promettendo di formare un governo di unità nazionale, ma al contrario nominando un governo dominato da tecnocrati e da una manciata di membri anziani della Fratellanza Musulmana, ecc.)

Comprendere la situazione di stallo

La crisi attuale deve essere intesa nel contesto di questo aspro conflitto tra questi due larghi assembramenti politici, che è stato lasciato sobbollire per quasi due anni. Alla fine questo scontro si è manifestato nell’Assemblea Costituente Costituzionale (CCA), incaricata di scrivere la nuova Costituzione.

Fin dalla sua nascita a metà giugno, i partiti laici sono stati selezionati per partecipare a tutte e cinque le commissioni speciali all’interno dell’Assemblea CCA. Ma alla fine queste formazioni politiche hanno protestato per essere state ignorate, sovrastate e dominate strategicamente dalle forze islamiste prevaricanti.

Inoltre, molti hanno protestato che la nuova Costituzione stava trasformando l’Egitto in uno “Stato religioso” sul modello della Repubblica islamica dell’Iran.

Un esempio spesso citato è stato l’articolo 219, che doveva delucidare il significato dell’articolo 2. Questo articolo stabiliva che “i principi della Shari’ah Islamica (legge islamica) sono la fonte principale della legge”, su cui tutti i gruppi politici di ogni schieramento, compresi i rappresentanti dei gruppi cristiani, hanno da tempo convenuto.

[N.d.tr.: L’Assemblea Costituente egiziana ha approvato all’unanimità l’articolo 2 della Costituzione che fa riferimento ai “principi della sharia”, la legge islamica, come base per le leggi nel paese. La formula che fa riferimento ai “principi della sharia” è invariata rispetto alla vecchia Costituzione dell’era Mubarak, ma è integrata dall’articolo 219 che definisce quali sono i principi della legge islamica. Sull’applicazione della sharia come base unica della legislazione si è tenuto un braccio di ferro durato mesi fra i movimenti islamici e i liberali e laici, che hanno abbandonato i lavori della Costituente in segno di protesta anche per questo motivo.]

Tuttavia, Abulela Madi, presidente del partito Al-Wasat e membro della CCA esponeva questa controversa questione in un’intervista del 3 dicembre con “Al-Jazeera Mubashir-Egitto”.

Madi aveva agito da mediatore tra le due parti in conflitto, quando queste avevano raggiunto una posizione di stallo sull’interpretazione dell’articolo 2.

Secondo lui, le due fazioni contrarie si erano accordate nell’interpellare al-Azhar, l’istituzione islamica più antica e autorevole in Egitto, per definire i termini della questione. Successivamente la definizione, di sedici termini, è stata presentata a tutti i partiti politici il 3 ottobre; a quel punto, tutti i rappresentanti delle forze laiche tra cui Amr Moussa, Ayman Nour, Al-Sayyed Badawi (la maggior parte dei leader dell’opposizione laica), nonché i rappresentanti delle chiese cristiane, non solo hanno accettato la definizione di Al-Azhar, ma hanno anche firmato un documento che registrava la loro approvazione.

Tuttavia, agli inizi di novembre, i rappresentanti dei gruppi laici si sono ritirati dall’Assemblea Costituente in segno di protesta, adducendo il già concordato articolo 219 come uno dei motivi principali per il loro ritiro.

Un’altra decisa e ferma obiezione presentata dai rappresentanti laici era sull’uso della formula “Stato e società” presente in quattro articoli diversi con riferimento ad alcune protezioni, sia nella sfera economica che sociale (ad esempio, donne, bambini, lavoratori, ecc.). I laici contestavano la inclusione del termine “società”, per timore che certi gruppi religiosi potrebbero ricevere conforto costituzionale nel cercare di imporre alla società la loro interpretazione conservatrice sui comportamenti sociali.

Sebbene le quattro clausole provenissero direttamente dalla Costituzione dell’era-Sadat del 1971, le forze islamiste concordavano di eliminare il termine “incriminato” in tre dei quattro articoli, mantenendolo solo nell’articolo che si riferiva alla tutela della “famiglia” come pietra angolare della società.

Da parte loro, i gruppi islamici affermano che in questa disputa si sono già adeguati a molti compromessi, mentre i laici denunciano che si trattava di un chiaro esempio di come i gruppi religiosi conservatori potrebbero abusare di questa clausola costituzionale in futuro, imponendo alcune interpretazioni religiose o salifite all’intera società.

Nel momento in cui la diffidenza e le incomprensioni tra le due parti si sono allargate, ai primi di novembre i gruppi laici concludevano che avrebbero potuto raggiungere un accordo migliore se l’Assemblea Costituente attuale fosse stata sciolta dalla Corte Suprema costituzionale (SCC) nel corso della sessione del 2 dicembre, (si era diffusa la voce che così sarebbe successo), o quando il mandato semestrale dell’Assemblea fosse naturalmente scaduto il 12 dicembre.

Secondo indiscrezioni di persone vicine a Morsi, quando il presidente stava cercando di mediare questa controversia, ha ricevuto notizie inquietanti intorno a metà di novembre, nel bel mezzo del suo tentativo di assicurare un accordo di cessate il fuoco a Gaza tra Israele e Hamas.

Secondo queste notizie pubblicate in diversi siti web, tra cui “Al-Taghyeer” e “Al-Masreyoon”, si era svolta una riunione nell’ufficio di Murtada Mansour, un famoso ricco avvocato e uomo d’affari con stretti legami con il passato regime e la famiglia Mubarak.

Anche se costui veniva poi assolto per insufficienza di prove, era stato ufficialmente accusato l’anno scorso dai pubblici ministeri di essere una delle menti della “Battaglia del Cammello”, al culmine della rivoluzione egiziana, quando decine di manifestanti erano stati massacrati in piazza Tahrir .

Inoltre, Mansour era stato anche uno dei più feroci avversari della Fratellanza Musulmana, uno strenuo difensore del vecchio regime, e sosteneva fortemente il suo alfiere, Ahmad Shafik (l’ultimo primo ministro dell’era Mubarak, e candidato, secondo classificato, nelle elezioni presidenziali.)

Per di più, le notizie riportavano che altre personalità di spicco avevano partecipato a tale riunione, come Hamdein Sabahi, nasseriano e di sinistra, un altro perdente candidato alla presidenza; Mamdouh Hamza, un personaggio pubblico benestante e laico e critico severo dei partiti islamisti; Tahani Al-Jabali, un giudice della Corte Suprema costituzionale (SCC), anche questo apertamente critico della Fratellanza Musulmana e fautore del Consiglio militare durante il periodo transitorio;

il giudice Ahmad Al-Zand, presidente del sindacato dei giudici al Cairo, che era stato anche uno stretto confidente di Mubarak e nemico giurato della Fratellanza Musulmana; un ex colonnello dell’apparato di sicurezza di Mubarak, presente in incognito; e sempre in incognito un ex alto responsabile della campagna elettorale di Shafik

(Ahmed Mohamed Shafik è un politico e generale egiziano, sconfitto di misura nelle elezioni presidenziali egiziane del 2012, perdendo il ballottaggio contro Mohamed Morsi, candidato del Partito Libertà e Giustizia, col 48,3% dei voti a fronte del 51,7% del suo avversario).

Queste informazioni facevano supporre che si stesse ordendo una cospirazione ben congegnata contro Morsi e la Fratellanza Musulmana.

Si sosteneva che Al-Jabali era d’accordo con gli altri “co-cospiratori”, che la Corte Suprema costituzionale disponesse di sciogliere sia la Camera Alta del Parlamento (Majlis Al-Shura) che l’Assemblea Costituente costituzionale CCA. Venivano accusati i gruppi di opposizione laici che si erano ritirati dall’Assemblea di progettare un’intensificazione dei loro attacchi contro i Fratelli Musulmani e di redigere una Costituzione allo scopo di dare copertura alla dissoluzione imminente. dell’Assemblea Costituente.

Secondo queste notizie rese pubbliche, la congiura sarebbe alla fine culminata nel fomentare una rivolta popolare contro il governo della Fratellanza Musulmana, mettendo quindi in discussione la legittimità della presidenza di Morsi.

Ciò che aveva dato vita a questa presunta cospirazione diventava l’oggetto del discorso di Morsi indirizzato alla nazione il 6 dicembre. In questo discorso egli faceva insinuazioni su questo complotto, sostenendo che aveva prove che diversi personaggi importanti si erano riuniti e avevano complottato contro lo Stato. Inoltre rendeva pubblico l’indirizzo dell’ufficio del prestigioso avvocato in cui si era tenuta la riunione, menzionando il quartiere di Al-Dokki al Cairo, dove Mansour conduceva effettivamente il suo studio legale.

Per di più, Morsi nel suo discorso prometteva che il pubblico ministero dello Stato avrebbe presto esposto al pubblico i dettagli di questo complotto, quando le accuse prossimamente sarebbero state depositate contro i cospiratori.

Comunque si prestasse fede a questa denuncia, Morsi aveva poi emesso il suo decreto costituzionale, che gli assegnava ampi poteri il 22 novembre, al fine di prevenire quello che lui riteneva essere un grande piano per destabilizzare il paese e minare le sue istituzioni.

Ma il suo decreto, che si spingeva un po’ troppo in là, era stato discusso solo all’interno di una cerchia molto ristretta di suoi sostenitori. Perfino il suo vice presidente, Mahmoud Makki, un ex giudice di alto grado, dichiarava di aver sentito parlare del decreto del presidente solo dai notiziari televisivi!

Indubbiamente, la maggioranza dei partiti politici e dei gruppi rivoluzionari avrebbero accolto con favore le parti del decreto che scaricavano l’ex procuratore di Stato, un personaggio imposto nella carica da Mubarak, che era venuto meno nell’assicurare alla giustizia con un verdetto di colpevolezza tutti gli ex funzionari del regime o gli agenti della sicurezza responsabili dell’uccisione di oltre 1.000 manifestanti nei primi giorni della rivoluzione.

Molti gruppi politici avrebbero anche accettato la proroga di due mesi concessa alla Assemblea Costituente per completare il suo lavoro, visto il dissenso nei suoi ranghi.

Ma ciò che la maggioranza respingeva erano gli Articoli 2 e 6 del decreto.

L’Articolo 2 metteva al riparo le decisioni del Presidente da qualsiasi controllo giurisdizionale, mentre l’Articolo 6 assegnava al Presidente ampi poteri che egli reputava necessari per difendere la nazione e garantire la tranquillità e la stabilità fino a quando un nuovo Parlamento veniva eletto.

Inizialmente, Morsi motivava che tale clausola era necessaria per sventare un non ben specificato complotto pericoloso contro lo Stato. Egli anche assicurava che avrebbe usato questi poteri in modo il più limitato possibile. Inoltre, sosteneva che non ci sarebbe mai stata stabilità in Egitto se le istituzioni elette potevano venire disciolte a ripetizione dalla Corte Suprema dell’era di Mubarak, come era avvenuto per la Camera Bassa del Parlamento e per la prima Assemblea Costituente CCA. Così, egli motivava l’inclusione di tale clausola, perché voleva proteggere queste istituzioni elette dal popolo da ogni ulteriore interferenza giudiziaria.

Un Egiziano grida slogan quando i manifestanti si sono riuniti nella piazza Tahrir del Cairo il 30 novembre per protestare contro il decreto del presidente Mohamed Morsi che gli assegnava ampi poteri che mettevano al riparo le sue decisioni da una revisione giurisdizionale. Sulla bandiera la scritta “Noi amiamo l’Egitto”…in inglese!

L’opposizione colpisce e i sostenitori reagiscono agli attacchi

Esistono tre tipi di opposizione al decreto presidenziale.

Il primo tipo si oppone ai poteri straordinari assunti dal presidente, certamente mal consigliato, in quanto crea un precedente pericoloso e inutile, dal momento che un decreto costituzionale per sua natura non è rivedibile da parte dei giudici.

Questa opinione viene rappresentata dall’ex candidato alla presidenza, dr.Abdelmoneim Abol Fotouh, così come da altre figure pubbliche di spicco, quali l’autore ed editorialista Fahmy Howaidy, lo studioso costituzionalista Tharwat Badawi, e l’ex presidente del Sindacato dei giudici, il giudice Zakaria Abdelaziz.

Il secondo tipo di opposizione è rappresentato da partiti, gruppi e soggetti di tradizione laica che hanno trovato nei loro sforzi incessanti l’opportunità di smascherare e smantellare e svelare la risorgente Fratellanza Musulmana e il governo del Partito della Libertà e Giustizia FJP. Hanno denunciato la presa del potere da parte del Presidente e l’hanno descritta come l’inizio di una potenziale dittatura fascista.

Ad esempio, l’ex membro del Parlamento e famoso portavoce della laicità, dr. Amr Hamzawy, su Twitter ha denunciato che Morsi era peggio di Hitler. Il dr. Mohammad ElBaradei, l’ex direttore dell’AIEA e presidente del partito liberale Al-Dustoor, ha definito Morsi come “nuovo Faraone” e “un dittatore peggiore di Mubarak”.

Il terzo tipo di opposizione è costituito dai fedelissimi del vecchio regime che sono stati in agguato in attesa del momento giusto per riconquistare il loro potere perduto. A partire dagli ultimi giorni della rivoluzione, costoro si sono raggruppati intorno a Shafik nel suo tentativo di diventare Presidente, ma alla fine sono rimasti sconfitti nonostante il sostegno del Consiglio militare, dei “poteri statuali forti”, degli oligarchi, e la spesa di centinaia di milioni di dollari di loro ricchezze, illegalmente acquisite, in sostegno della fallimentare campagna elettorale (nonostante il fatto che la Commissione elettorale avesse imposto un limite di spesa massimo di 2 milioni di dollari.)

Quando Morsi ha emanato il suo decreto presidenziale, gli ultimi due gruppi hanno rapidamente dato vita ad una larga coalizione, il Fronte di Salvezza Nazionale (NSF). I suoi leader principali includevano Moussa, ElBaradei, Sabahi, Nour, El-Sayyed Badawi, e altri personaggi legati a Ahmed Mohamed Shafik e al passato regime.

In una rara dimostrazione di unità, la maggior parte dei gruppi laici, tra cui molti gruppi di giovani rivoluzionari, hanno seguito questo esempio e si sono uniti al Fronte NSF.

Molti loro avversari sostengono che ciò che ha unito questi gruppi diversi e astiosi era il loro odio per la Fratellanza Musulmana e per gli altri gruppi religiosi. La loro strategia comune era semplicemente quella di andare in piazza e avviare una intensa campagna pubblica per rimuovere dal potere Morsi e i Fratelli Musulmani, come avevano agito consimilmente nei primi giorni della rivoluzione contro il regime di Mubarak.

Pertanto, nella settimana dopo che Morsi ha emanato il decreto, decine di migliaia di sostenitori dei gruppi laici sono scesi in piazza esigendo la dissoluzione e la cancellazione dell’Assemblea Costituente CCA. Anche se le manifestazioni erano in gran parte pacifiche, due giovani di età compresa tra 15 e 17 anni sono morti assieme ad altre due persone, appartenenti ciascuna alle fazioni contrapposte (laica e islamista).

La risposta delle forze islamiste è stato di accelerare il passaggio verso la nuova Costituzione tenendo una sessione dell’Assemblea di diciannove ore consecutive per approvare la Costituzione di 236 articoli, fra giovedì 29 e venerdì 30 novembre.

Allora, i gruppi laici, che avevano occupato Piazza Tahrir dal 23 novembre, hanno intensificato le loro richieste, includendovi il rigetto della nuova Costituzione ed invocando l’impeachment di Morsi per aver rifiutato di accordarsi sulle loro richieste e per avere favorito la costruzione della Costituzione ad opera dei soli suoi sostenitori.

Mentre la battaglia per le strade stava configurandosi, i gruppi islamici hanno tenuto la loro manifestazione di massa il 1° dicembre a piazza Nahda di fronte all’Università del Cairo, per sostenere il presidente e la nuova Costituzione.

Il numero di persone in questa dimostrazione surclassava quello dell’opposizione laica in piazza Tahrir. Secondo esperti neutrali, questo numero variava da uno a due milioni di persone, alcuni addirittura sostenendo fino a sei milioni di manifestanti in tutta la nazione.

Di notte, un maxischermo nella piazza mostrava l’incontro del presidente con i membri dell’Assemblea Costituente CCA, in cui Morsi ufficialmente riceveva una copia del progetto di Costituzione. Quindi, il Presidente annunciava immediatamente che il 15 dicembre il paese sarebbe stato chiamato a pronunciarsi sulla nuova Costituzione mediante referendum pubblico.

Mentre i manifestanti in piazza Nahda urlavano a squarciagola e applaudivano a sostegno di tale decisione, i manifestanti a Tahrir fischiavano e condannavano lo stesso atto, un contrasto che veniva mostrato in una schermata divisa su molti canali di informazioni televisive.

Se l’obiettivo dei manifestanti islamisti era quello di dimostrare quale parte godeva del maggior appoggio popolare nelle strade, questo scopo era stato facilmente raggiunto. Ma se la dimostrazione era di presentare un volto moderato all’opinione pubblica, al fine di lenire le preoccupazioni o scacciare i timori di un imminente autoritarismo religioso, questo obiettivo falliva miseramente.

Molti dei canti e dei discorsi durante la dimostrazione bastavano a solidificare le ansie e le apprensioni tra i gruppi laici.

Molti osservatori neutrali come i consulenti presidenziali Ayman Al-Sayyad ed Esmat Saif-al-Dawalah affermarono di avere assistito ad una esibizione di brutto fascismo religioso. Quattro consiglieri presidenziali non di parte, compresi questi due, poco dopo rassegnavano le dimissioni.

Dopo la loro imponente esibizione di pubblico sostegno, decine di migliaia di islamisti hanno abbandonato piazza Nahda e dalla mattina presto hanno partecipato ad un’altra manifestazione davanti alla Corte Suprema costituzionale SCC.

In quel giorno (2 dicembre) l’Alta Corte aveva programmato di tenere la sua sessione sulla costituzionalità del Majlis Al-Shura (nell’ordinamento costituzionale egiziano il Consiglio o Assemblea della Shūra è un organismo parlamentare consultivo, che di fatto costituisce una Camera di Rappresentanza dei Governatorati) e dell’Assemblea Costituente.

I sostenitori di Morsi temevano che, se l’Alta Corte dichiarava decaduti entrambi gli organi, poi ne sarebbe derivata una crisi costituzionale.

Temendo per la propria vita, sentiti gli slogan rabbiosi scanditi di fronte il palazzo del tribunale, i giudici dell’Alta Corte burrascosamente sospendevano il loro lavoro a tempo indeterminato.

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Centinaia di sostenitori di Mohammed Morsi protestano all’esterno dell’Alta Corte di giustizia egiziana il 2 dicembre al Cairo, costringendo i giudici a rinviare un’udienza su una serie di articoli della Costituzione, al centro di una profonda crisi politica.

Il giorno dopo, le forze laiche guidate dal Fronte di Salvezza Nazionale NSF hanno chiamato a raccolta per una dimostrazione davanti al palazzo presidenziale “Al-Ittihadiyyah” per assediare il presidente, nello stesso modo in cui i giudici erano stati assediati dai manifestanti islamisti.

Da martedì 4 dicembre migliaia di manifestanti inferociti hanno circondato il palazzo presidenziale pretendendo la fine del regime della Fratellanza Musulmana e la caduta di Morsi. Nel frattempo, molte sedi della Fratellanza e del Partito della Libertà e Giustizia in tutto il paese venivano saccheggiati e incendiati.

Mercoledì 5 dicembre, i sostenitori di Morsi sono arrivati ​​a migliaia davanti al palazzo presidenziale e verso sera è scoppiata improvvisamente la violenza fra le fazioni, causando sei morti e oltre 700 feriti. Un funzionario del Partito della Libertà e Giustizia ha riferito che tutti i morti erano sostenitori della Fratellanza e che 1.500 erano i feriti a livello nazionale.

L’avvocato di grido e leader della Fratellanza Sobhi Saleh veniva gravemente picchiato e accusava i suoi avversari di avere cercato di assassinarlo.

Allo stesso modo, i gruppi laici accusavano la Fratellanza di avere istigato la violenza della folla, quando i suoi sostenitori hanno cercato di fare piazza pulita delle tende che i gruppi laici avevano montato nella zona circostante il palazzo presidenziale.

Incredibile nel corso di questi scontri di strada è stata l’assenza delle forze di sicurezza, che hanno temuto che un intervento di unità delle forze di sicurezza dello Stato potesse causare l’eventuale ferimento o l’uccisione di qualche manifestante.

In un discorso successivo alla nazione, il presidente Morsi dichiarava che tra i feriti vi erano 61 persone che sono state colpite sia da proiettili veri o di gomma da teppisti infiltrati fra i manifestanti. Inoltre affermava che molte vetture presidenziali erano state attaccate e date alle fiamme e che la polizia successivamente aveva arrestato 80 “teppisti” tra i manifestanti, che avevano confessato di essere stati pagati per sparare contro i manifestanti e per scatenare la violenza.

Morsi faceva intendere che dietro questi delinquenti stavano i “poteri forti” e assicurava che coloro che nell’ombra avevano istigato alla violenza sarebbero stati arrestati e portati davanti alla giustizia.

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Il Cairo, 1 dicembre 2012; Mohamed Morsi (a destra) riceve una copia della stesura definitiva della nuova Costituzione del paese da Hossam el-Gheriany, presidente dell’Assemblea Costituente, dominata dagli Islamisti.

Il Presidente parla

Durante il braccio di ferro, le onde radio TV hanno inondato l’etere di iniziative volte a disinnescare l’esplosione imminente. Per la prima volta dopo la rivoluzione, vi era la paura di un reale pericolo di scontri civili, se non di una vera e propria guerra civile.

La mattina del 6 dicembre, i dirigenti dell’opposizione del Fronte di Salvezza Nazionale NSF si erano riuniti presso la sede del Partito Al-Wafd. A metà pomeriggio, il loro portavoce esasperava la situazione, accusando la Fratellanza di avere istigato la violenza del giorno precedente.

Egli assicurava solennemente non solo che si sarebbe insistito sulle loro richieste di annullare il decreto presidenziale e di cancellare il referendum costituzionale, ma anche di abbattere la presidenza Morsi.

Poi respingeva tutte le richieste di partecipazione a un dialogo nazionale con il presidente o con i suoi sostenitori politici. Alla fine, il portavoce lanciava l’appello di proteste di massa per venerdì, 7 dicembre, sulle piazze di tutto l’Egitto, per far cadere il governo di Morsi.

Nel frattempo, il moderato dr. Abol Fotouh teneva una conferenza stampa respingendo alcuni aspetti del decreto presidenziale, in particolare gli articoli 2 e 6, pur affermando la legittimità della presidenza Morsi. Egli invitava l’opposizione a cessare i regolamenti dei conti con la Fratellanza Musulmana, a respingere le infiltrazioni, e a comportarsi civilmente e secondo la non-violenza nelle dimostrazioni di protesta.

Inoltre annunciava che il suo partito avrebbe rigettato la Costituzione a causa delle concessioni date ai militari nel nuovo progetto, nonché la mancanza di reale impegno costituzionale per una giustizia sociale in favore dei poveri dell’Egitto.

Contemporaneamente, il giovedì sera, 6 dicembre, in qualità di presidente, Morsi si rivolgeva alla nazione, mentre diverse migliaia di teppisti, che sembravano essere del tutto coordinati da poteri forti e occulti, attaccavano e incendiavano sedi della Fratellanza in tutto l’Egitto, compreso il quartier generale dei Fratelli Musulmani al Cairo, la qual cosa infiammava ulteriormente i membri e i sostenitori dei Fratelli Musulmani.

Il discorso di Morsi era il suo primo discorso indirizzato alla nazione che puntava l’attenzione sui problemi più controversi che il suo paese doveva affrontare.

Morsi iniziava il suo discorso rifiutando la violenza e chiedendo a tutte le parti di aderire ad un modo civile nel ricomporre le loro differenze, pur affermando il diritto di dissenso e alla protesta pacifica.

Egli forniva alcuni dettagli sulle perdite durante i violenti scontri del giorno precedente e rivelava che era stata scoperta una cospirazione dei poteri forti e che il procuratore generale presto avrebbe esposto alla nazione la dimensione del complotto che tendeva a minare le istituzioni dello Stato e a diffondere il conflitto interno.

Morsi affrontava anche la questione del decreto presidenziale e riconosceva che l’opposizione ai poteri assoluti assegnati al Presidente era legittima, ma che tali poteri erano probabilmente necessari in quanto solo così egli poteva contare sull’autorità necessaria per affrontare qualsiasi instabilità nel paese.

Inoltre proclamava che una volta che un dialogo nazionale con l’opposizione fosse iniziato, allora non avrebbe insistito sull’articolo 6 e sarebbe stato disposto a rescinderlo. Per quanto riguardava l’articolo 2, sosteneva che il solo obiettivo era quello di proteggere le decisioni sovrane presidenziali da intromissioni del potere giudiziario, non da quelle tipiche del potere esecutivo, e che tale interpretazione era già un principio consolidato sostenuto in passato da parte dei giudici.

Tuttavia, sin dall’inizio della crisi, molti gruppi dell’opposizione avevano presentato due richieste principali: l’annullamento del decreto e la cancellazione del referendum sulla nuova Costituzione, fino a quando un consenso nazionale non fosse stato raggiunto sugli articoli controversi della Costituzione.

Sorprendentemente, il discorso Morsi, rispondeva ad entrambe le preoccupazioni e offriva reali concessioni su entrambi i fronti.

Inizialmente, rispetto all’emanazione del suo decreto, Morsi dichiarava che questo sarebbe stato annullato una volta che un nuovo Parlamento veniva eletto.

Ciò significava che il decreto sarebbe stato in vigore almeno fino alla prossima primavera, a condizione che il referendum sulla Costituzione fosse passato e le elezioni parlamentari si fossero tenute entro due mesi, come proposto dalla nuova Costituzione.

Allora, nel suo discorso di giovedì, Morsi dichiarava che il suo decreto sarebbe stato revocato una volta che la gente avesse votato il referendum costituzionale il 15 dicembre, a prescindere dal risultato della votazione. In altre parole, Morsi si impegnava ad aderire alla prima richiesta dell’opposizione entro nove giorni, senza alcuna concessione da parte loro.

Tuttavia, l’opposizione rispondeva che tale impegno era solo una manovra, perché Morsi sapeva che il referendum sarebbe passato con ampio margine e quindi il decreto in qualche modo sarebbe stato posto nuovamente in discussione.

Per quanto riguarda il referendum costituzionale, il presidente offriva un’altra carota all’opposizione, invocando una conferenza nazionale tra tutte le fazioni politiche da tenersi nel palazzo presidenziale il sabato, 8 dicembre.

Morsi assicurava che i partecipanti avrebbero potuto sollevare le eventuali loro preoccupazioni e qualsiasi questione poteva essere messa all’ordine del giorno senza condizioni preliminari.

Inoltre, dichiarava che era aperto a tutte le opzioni su qualsiasi tema, fino a quando un consenso generale tra le diverse parti in conflitto veniva raggiunto.

Inoltre, Morsi esortava tutti i gruppi politici a partecipare, al fine di tracciare una nuova tabella di marcia per il futuro del paese.

Per ultimo, se il referendum costituzionale fosse stato respinto dal popolo il 15 dicembre, Morsi si impegnava a non nominare la prossima Assemblea Costituente CCA, come previsto da un precedente decreto emesso dai militari. Piuttosto, raccomandava che, sia che si acquisisse un consenso su questo argomento da parte di tutti i gruppi politici nazionali o anche in mancanza del sostegno generale, si dovesse chiedere al popolo di eleggere direttamente la prossima Assemblea Costituente Costituzionale, assegnadole il compito di scrivere la nuova Costituzione.

All’inizio della giornata, il vice presidente Makki aveva tenuto una conferenza stampa in cui offriva quello che definiva un modo costituzionale per risolvere gli articoli contestati nel nuovo progetto costituzionale.

Egli proponeva che una commissione di tre studiosi costituzionalisti venisse formata, con ciascuna delle due parti in opposizione che nominava un esperto, e il terzo accettabile per entrambe le fazioni.

Poi chiedeva che il contenuto esplicativo proposto dai 10-15 articoli controversi venisse consegnato da entrambe le parti a questa commissione. A sua volta la commissione avrebbe studiato entrambe le versioni e proposto una dizione di compromesso per gli articoli contestati.

Inoltre, Makki dichiarava che tutti i gruppi politici dovevano in via preliminare accettare il risultato di questa commissione e concordare di sostenere questo risultato nel nuovo parlamento, quando le risoluzioni della commissione come emendamenti alla Costituzione sarebbero stati proposti al popolo in un futuro referendum.

Nel suo discorso Morsi faceva capire che avrebbe accettato tale proposta.

Dopo il discorso diveniva evidente che si era prodotta una spaccatura all’interno dell’opposizione. Ayman Nour del partito “Al-Ghad” e El-Sayyed Badawi del partito “Al-Wafd” si dimostravano aperti al dialogo.

Sabahi, ElBaradei, il movimento giovanile rivoluzionario “6 aprile” e alcuni gruppi affiliati ai poteri forti respingevano il dialogo senza esitazione, e lanciavano appelli ad una escalation per ulteriori dimostrazioni. Il Fronte di Salvezza Nazionale non rispondeva immediatamente, ma Moussa dichiarava che avrebbe conferito con gli altri partner.

Dopo il discorso, il ministro della giustizia di Morsi, il giudice Ahmad Makki, annunciava che il presidente era aperto a tutte le opzioni, se l’opposizione si impegnava a partecipare al dialogo, compreso il rinvio del referendum costituzionale, in attesa della risoluzione degli articoli contestati, a condizione che un ampio consenso nazionale venisse raggiunto.

Per di più, Makki presentava un approccio opportuno a questo processo. Egli affermava che se un accordo di massima fosse stato raggiunto nel corso dell’incontro-conferenza nazionale dell’ 8 dicembre tra le diverse parti, il presidente sarebbe stato disposto ad emettere un nuovo decreto costituzionale che avrebbe posposto il referendum costituzionale del 15 dicembre, per dare più tempo per risolvere le questioni specifiche degli articoli contestati nella stesura attuale.

Accettare le regole della Democrazia

Forse molti dei leader laici sono diffidenti nei confronti di questa linea di azione, perché sanno che alla fine non potranno vincere alle urne.

Uno dei loro portavoce di spicco, Hamzawy, ha recentemente dichiarato alla televisione nazionale che non poteva fidarsi del giudizio del popolo, perché il popolo aveva subito il lavaggio del cervello da parte dei partiti islamisti.

E qui sta il nocciolo del problema!

Morsi, la Fratellanza Musulmana, e gli altri partiti islamisti ripongono grande fiducia sulle votazioni; essi affermano che il modo migliore per risolvere le eventuali divergenze politiche è quello di sottomettersi alla volontà del popolo. Essi sostengono che le regole della democrazia impongono che le dispute politiche vengono sempre regolate nelle urne.

In questo caso particolare, Morsi pubblicamente ha chiesto di lasciare che siano le persone a decidere il destino della nuova Costituzione, e in mancanza di una ratifica, ha fatto appello ai cittadini di eleggere cento persone incaricate di riscrivere la nuova Costituzione.

Al tempo stesso, le forze laiche sostengono giustamente che i documenti costituzionali sono documenti fondamentali che rappresentano il contratto sociale tra lo Stato e tutti i segmenti della società e non possono essere soggetti ai rapporti di maggioranza e minoranza espressi da un voto. Mentre molti gruppi islamisti sono d’accordo con questa asserzione, ci si chiede in conclusione come si abbia l’intenzione di risolvere le nostre differenze, se non si riesce a raggiungere il consenso?

Pur esistendo diversi articoli della Costituzione che hanno bisogno di essere rivisti ed emendati, l’idea che questa Costituzione ponga le fondamenta per la creazione di uno “Stato religioso islamico”, come asserito da alcuni gruppi laici, non è credibile.

Tuttavia, i partiti islamisti, soprattutto la Fratellanza Musulmana, devono essere più aperti e meno arroganti nei loro rapporti con gli altri, al fine di placare le paure e le tante preoccupazioni dei loro avversari. Quindi, la cosa migliore da fare potrebbe essere quella di accettare la proposta del vice presidente Makki, di raggiungere un compromesso sui pochi articoli contestati, in modo da conseguire un largo consenso.

Per quanto riguarda le forze laiche, queste hanno bisogno di affrontare la realtà e accettare la volontà del popolo in un nuovo e libero Egitto. Se la loro visione e i loro programmi per il paese sono migliori di quelli dei partiti islamici, allora devono convincere l’elettorato egiziano e iniziare a vincere le elezioni e i referendum. Non possono affermare di essere a favore della democrazia e poi rifiutare il suo esito, o acclamare i suoi principi, mentre mettono in crisi il suo sistema o eludono le sue regole.

Esam Al-Amin può essere contattato a alamin1919@gmail.com


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