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I danni compiuti dall’UE arrivano in America Latina

Vasapollo: la lezione di Gramsci dietro l’Alba Euro Afro Mediterranea

L’UE ha determinato una situazione terribile per i lavoratori, rafforzando, da un lato, lo sfruttamento interno. Mentre verso l’esterno, l’Unione Europea ha proiettato soltanto proposte di incorporazione e di dominio, peggiorando le condizioni di vita dei popoli che ne sono stati inglobati. Infatti, insieme agli Stati Uniti, l’UE ha interrotto i processi di modernizzazione, che pure avevano investito, si pensi all’Algeria e all’Egitto, i paesi del Nord Africa. Per non parlare delle sanzioni criminali comminate a paesi come il Venezuela, Cuba e il Nicaragua colpevoli solo di voler difendere il proprio diritto all’autodeterminazione.

Si è tenuto giovedì il dibattito, organizzato dalla Rete dei Comunisti di Parigi – con Luciano Vasapollo, professore di Politica Economica all’Università la Sapienza di Roma, Joaquin Ariola, professore di economia all’Università del Pais Vasco di Bilbao e Victor Aguillo, ricercatore presso l’Asociación de Economía (AEA) di Madrid- sulla proposta dell’Alba Euro Afro Mediterranea.

La Rete dei Comunisti sta lavorando da molti anni, sia con approfondimenti di carattere teorico, sia soprattutto con elaborazioni a carattere politico, a questa proposta dell’Alba mediterranea, nata una decina di anni fa. Occorre ricordare, a questo proposito, due libri di Luciano Vasapollo – PI(I)GS, il risveglio dei maiali e PIGS, la vendetta dei maiali – che costituiscono, in qualche modo, il manifesto politico di questo progetto di distacco – delinking per utilizzare la terminologia di Samir Amin – dalla gabbia dell’Unione Europea.

Questa proposta si è innervata tanto a livello nazionale, con la nascita di movimenti come Eurostop, quanto a livello internazionale, con i dibattiti e analisi promossi da movimenti sociali d’alternativa, presenti in paesi che si affacciano sulle due sponde del Mediterraneo.

Nel dibattito, è stato innanzitutto evidenziato il ruolo e la funzione imperialista dell’UE, che si configura come uno spazio sì con caratteristiche di capitalismo maturo, ma anche con la presenza del colonialismo interno, segnatamente nei paesi del Sud, come l’Italia, la Spagna, la Grecia, il Portogallo. Bisogna tenere a mente, tuttavia, che per Sud non si intende tanto una categoria geografica, ma piuttosto i contesti e le aree in cui vivono gli sfruttati e gli esclusi dal processo di globalizzazione capitalistica.

In questo senso, l’alba mediterranea non guarda soltanto alle due sponde del Mediterraneo, ma anche ai Balcani e ai Paesi dell’Est europeo, i quali sono anch’essi subordinati alla dinamica di accumulazione capitalistica che le strutture della UE hanno innescato a favore dei paesi del Nord.

Nel suo intervento, Joaquin Ariola – il quale da anni collabora con il professor Vasapollo, contribuendo in maniera significativa alla proposta dell’Alba mediterranea – ha spiegato in che senso questa proposta si configuri come una rottura della gabbia dell’Unione Europea. Innanzitutto, lo studioso ha ricostruito la storia della costruzione europea, individuando nel 1986 – l’anno in cui il Trattato di Roma venne accantonato – un momento di svolta. Infatti, la UE scelse d’allora di dotarsi di politiche neoliberiste, finalizzate alla logica di valorizzazione del capitale a scapito dei lavoratori.

Nel 1992, la Germania Federale, che nel frattempo aveva annesso la Repubblica Democratica Tedesca, entrò di prepotenza in gioco, decidendo di guidare il progetto europeo, confrontandosi anche con l’imperialismo nordamericano. Secondo Ariola, un’altra data simbolo fu il 1999, quando si decise dell’introduzione della moneta unica: l’euro. Lo studioso ha ricordato come questa scelta destò sconcerto perfino tra alcuni economisti neoliberisti, i quali si resero conto, insieme a più autorevoli esperti, di come questa decisione fosse un errore strategico per i paesi dell’area Sud.

In questo contesto, Ariola ha ricordato l’intuizione di Samir Amin, secondo cui il fondamentalismo era la risposta – seppur inefficace e disperata – di un popolo a cui era stato tolto qualsiasi orizzonte di sviluppo. Secondo Ariola, la sinistra e le forze rivoluzionarie – in una prospettiva di emancipazione – hanno, pertanto, il compito di risolvere il problema principale, ovverosia rompere la gabbia della UE, demolendo lo spazio imperialista.

Per Ariola, l’Alba Euro Afro Mediterranea è l’unica proposta in grado di rompere la catena imperialista – di cui, come abbiamo visto, l’UE fa parte integrante. Solo in questo modo, infatti, è possibile ridare senso a parole che hanno perso il proprio contenuto, come la cooperazione e la solidarietà. Un contenuto vero – ha sottolineato lo studioso – di carattere sia politico sia spirituale. Per questa ragione, quella dell’Alba mediterranea è una proposta ben costruita, la cui realizzazione non solo è necessaria ma anche possibile se si vuole aprire un orizzonte di cambiamento.

Victor Aguillo, un giovane ricercatore, ha riaffermato i limiti della costruzione europea, sottolineandone le contraddizioni interne. Infatti, Aguillo ha esposto il ruolo dell’UE nell’attuale configurazione geopolitica, mostrando come essa rimanga – nonostante la sua crescente assertività e aggressività – subordinata all’impero americano, di cui, a tratti, appare piuttosto una propaggine che un progetto politico autonomo.

Nata per porre fine alle guerre intraeuropee – ha spiegato Aguillo – la UE, contrariamente alla sua insulsa retorica, ha promosso la disintegrazione della Jugoslavia, dando vita a un sanguinoso conflitto durato quasi un decennio. Con le sue proposte di allargamento, subordinate al progetto imperialista della NATO, ha innescato una guerra nell’Ucraina Orientale. Occorre tenere a mente, ha ribadito il giovane studioso, anche il ruolo nefasto della UE in Nord Africa, dove i paesi europei non solo non hanno saputo reagire, ma hanno piuttosto supportato e reso, in qualche modo, possibile, l’attacco alla Libia.

Tuttavia, nonostante questa subalternità, l’UE può essere descritta come un progetto imperialista in forte crescita. Eppure, si tratta di un progetto disarmato – ha ribadito Aguillo – e largamente incompiuto, se si pensa alla mancanza di un esercito europeo e di una definita politica estera. Anche in questo caso, la rottura con la UE deve essere il compito delle forze che si collocano in difesa dei subalterni. La proposta dell’Alba mediterranea, in questo senso, risponde alla dimensione macroregionale del contesto attuale. Una fuoriuscita dall’UE in chiave nazionalista e xenofoba, al di là di essere poco auspicabile, non è possibile.

Luciano Vasapollo – che ha dato da poco alle stampe, proprio con J. Ariola e Rita Martufi un importante trattato dal titolo Volta la carta…in cui riprende i fili di una ricerca decennale sui temi, fra l’altro, dell’economia, del sistema monetario e del rapporto centro periferia in una prospettiva di delinking – ha preso in considerazione tantissimi elementi per esporre la prospettiva dell’Alba Euro Afro Mediterranea. Innanzitutto, lo studioso, – che dirige insieme a Rita Martufi il Centro Studi CESTES, ha messo l’accento sui processi in atto verso un mondo pluripolare.

Sono questioni che si ritrovano anche in Volta la carta e che riguardano l’emersione di nuovi attori – come la Russia, la Cina, l’Iran – in grado di sfidare l’egemonia della troika imperialista guidata, in posizione gerarchicamente sovraordinata, dagli Stati Uniti, e composta dal Giappone e ovviamente dall’Unione Europea. In questo contesto, lo studioso ha sottolineato come, per guida unipolare, si debba intendere non tanto il predominio degli stati della catena imperialista, quanto piuttosto il mondo governato dai Nord. Un termine che include gli oppressori, siano essi gli Stati, le banche, i fondi di investimento e le multinazionali, i quali si oppongono ai Sud, ovverosia i lavoratori, i subalterni, gli esclusi della globalizzazione capitalistica. “Il Sud è il mondo degli oppressi”.

Vasapollo ha ricostruito la storia della UE, la quale si configura come un superamento del modello di capitalismo temperato, precedente in vigore nell’attuale area euro, noto come modello renano nipponico, fondato a sua volta sul fordismo e il keynesismo. La costruzione europea ha sostituito le forme di protezione sociale, compatibili con il capitalismo, con un indirizzo spietatamente neoliberista, volto alla massimizzazione del profitto a scapito sia dei lavoratori sia delle frazioni subalterne del capitale. Infatti, nell’Unione Europea – ha sottolineato Vasapollo – si va sempre di più verso un capitalismo aggressivo, che si propone di entrare in competizione, su scala globale, con altri poli imperialistici. Questo passaggio, ha spiegato lo studioso, può essere descritto come quello “dal welfare state al profit state”.

Queste considerazioni, ha spiegato lo studioso, hanno come conclusione che “non c’è spazio per le riforme”. Sono praticabili soltanto ipotesi di rottura e di distacco. Vasapollo – che è stato allievo del riformista radicale Federico Caffè, ossia uno dei più grandi economisti del Secolo Breve – ha tenuto a sottolineare, pertanto, che nella proposta dell’Alba mediterranea “non c’è nulla di settario o di oltranzista” perché l’unica opzione di riscatto per le classi popolari passa necessariamente attraverso la rottura, da sinistra, con l’UE.

Infatti, “i meccanismi neoliberisti implementanti dall’Unione Europea opprimono un ampio blocco sociale” – “blocco storico” per utilizzare la terminologia gramsciana cara a Vasapollo – “formato da precari, tirocinanti, lavoratori, senza casa, artigiani, piccoli imprenditori e commercianti”. È compito della sinistra e dei comunisti ridare prospettiva a questo blocco distrutto e massacrato dalle politiche della UE e, quindi, ha aggiunto Vasapollo, la proposta dell’Alba mediterranea non si colloca soltanto nell’ambito teorico ma investe una dimensione pratica di cui è impossibile fare a meno.

“Dobbiamo essere consapevoli”, ha ribadito l’economista, di come le prospettive di riscatto passino anche attraverso “nuove teorie internazionali”, che “mettano al centro la questione della tecnologia, della scienza applicata alla produzione, il rapporto tra capitale e natura, le considerazioni sul conflitto tra capitale e ambiente”.

Su questi tema, lo studioso ha a lungo riflettuto, giungendo alla conclusione che la risoluzione del conflitto tra il progetto di sfruttamento illimitato e la natura non può avvenire entro le compatibilità capitalistiche. Le considerazioni sulla green economy non possono essere sganciate da un ragionamento più ampio che presuppone l’equilibrio tra l’uomo e l’ambiente. Come è noto, il capitalismo impedisce questa armonia, basandosi sull’estrazione di ricchezza senza tener conto dei danni ambientali a medio e lungo termine. Anche per questo, il sistema capitalistico può essere definito ecocida, in quanto si fonda sulla distruzione continua delle risorse e delle condizioni ambientali.

Un altro elemento che deve essere tenuto sicuramente in considerazione – ha poi aggiunto Vasapollo – è una riflessione articolata su quelle che dovrebbero essere le caratteristiche del modello sociale che l’Alba mediterranea vuole realizzare. Vasapollo – che è insieme a Isabel Monal uno studioso del Gran debate sulla pianificazione a Cuba: va ricordato come lo studioso abbia avuto modo di collaborare in materia economica con Fidel Castro – ha spiegato come bisogna fare attenzione nel concepire lo sviluppo e la crescita in termini meramente quantitativi.

Richiamandosi alla posizione di Che Guevara nell’alveo del dibattito sulla pianificazione, Vasapollo ha sottolineato la differenza tra la crescita quantitativa dell’economia e la crescita qualitativa, cui le forze impegnate per il cambiamento sociale, partendo dai Sud, devono sempre guardare.

In un’ottica di lunga durata, Vasapollo ha spiegato la natura sistemica della crisi attuale. “La crisi del coronavirus”, infatti, “è l’epifenomeno di un contesto deteriorato dall’imperialismo e dal dominio dei monopoli”. Quindi, ha ribadito, la proposta dell’Alba mediterranea dovrà tenere in considerazione “le conseguenze della nuova ridistribuzione del peso politico e economico del mondo contemporaneo”. Del resto, si tratta di “temi imprescindibili per poter parlare di distacco o rottura”.

Occorre ricordare quanto il pensiero di Vasapollo si sostanzi delle riflessioni dei teorici della dipendenza e soprattutto di quelle di due suoi grandi maestri: Hosea Jaffe e Samir Amin. La prospettiva dell’Alba mediterranea, d’altronde, si configura come distacco (“delinking”) dall’Azienda Mondo, espressione, quest’ultima, coniata dal compianto Jaffe.

La prospettiva dell’Alba mediterranea” – ha proseguito lo studioso – “deve dunque partire da un’analisi complessiva della nuova globalizzazione capitalistica”. Si tratta di una questione cruciale, che mette in gioco temi quali la democrazia di base e partecipativa e, “perché no”, il socialismo. Innanzitutto, ha spiegato Vasapollo, la crisi che abbiamo di fronte, è una crisi sistemica: “se si trattasse di una crisi compatibile, o ciclica, o congiunturale, sarebbe possibile parlare anche di riforme”.

Essa parte dal lontano 1971, quando il presidente Nixon denunciò unilateralmente l’asse portante degli accordi di Bretton Woods: la convertibilità del dollaro con l’oro, ovvero il Gold Exchange Standard. Si è approfondita con la crisi petrolifera e energetica del 1973, avviando “un ciclo lungo della crisi” in cui “è sicuramente possibile ravvisare le contraddizioni insite nel capitalismo, tra cui la caduta tendenziale del saggio profitto”. Infatti, “quella del 2007, nota come crisi subprime, è stata un epifenomeno”, ha spiegato Vasapollo.

Infatti, ha sottolineato lo studioso, “il capitalismo non si sta distruggendo per autoestinzione, rendendo manifesta la propria propensione al crollo”. Per far fronte a queste tendenze, “non si può far finta di niente, poiché continua ad esserci un incremento della domanda complessiva con il corrispettivo incremento sia della massa sia del volume del profitto”.

Dopo queste considerazioni di carattere strutturale – che possono essere lette in Volta la carta…– Vasapollo ha posto l’altro tema essenziale per la costruzione della proposta dell’Alba mediterranea: quello della soggettività. “Qual è, infatti, la capacità reale per poter creare questa alternativa?” – si è chiesto lo studioso. “Questa alternativa può partire da approcci differenti di come comprendere e vivere l’economia, di come vedere le istanze sociali”, eppure “il problema di fondo”, ha aggiunto Vasapollo, “è agire secondo quelli che sono quadri socialmente influenti che tengano conto della realtà complessiva non del valore ma dei valori”.

In questo contesto, Vasapollo ha tenuto a rimarcare che “la nostra valutazione dell’Alba mediterranea è una valutazione politica, assolutamente politica”. D’altronde, come aveva spiegato accennando al tema della crescita qualitativa, “i fenomeni non possono essere intesi in maniera economicista o in maniera monetaria, ma devono essere compresi a partire dal problema essenziale, che è lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura”.

Infatti, anche proposito dell’Unione Europea, siamo di fronte a una crisi di carattere sistemico: “una crisi del capitalismo”, ha spiegato Vasapollo, “significa che le regole del processo di accumulazione – che descrivono: il come si lavora, le norme della distribuzione tra capitale e lavoro, tra capitale produttivo, finanziario e redditizio; lo spazio per l’economia pubblica e l’intervento dello stato, le forme di applicazione della tecnologia e della scienza e del cambiamento tecnologico; la divisione internazionale del lavoro – hanno smesso di funzionare”.

Per questo, c’è una necessità politica per cui queste regole debbano essere sostituite. Da qui nasce il tema e la ragione politica dell’Alba Euro Afro Mediterranea, che non è, ha spiegato Vasapollo, “una posizione estrema, ma una posizione realistica”.

D’altronde, ha proseguito lo studioso, “stiamo assistendo all’aggravarsi delle contraddizioni sociali” e, pertanto, “le regole del controllo sociale possono essere tramutate e utilizzate a nostro favore”. “L’Alba mediterranea, che si configura come un processo di rottura con il capitale globale” può, infatti, può venire incontro ai bisogni dei proletari, dei contadini, degli artigiani, dei precari, ossia da tutti coloro i quali che sono stati massacrati dalle politiche dell’Unione Europea. Questo distacco, ha proseguito Vasapollo, può dare luogo a una reale democrazia partecipativa e sociale, “che abbia come tendenza quella della transizione al socialismo”.

Inoltre, Vasapollo ha sottolineato il carattere mediterraneo della periferia europea e dei paesi del Nord Africa, ma anche dei paesi del Medio Oriente. Eppure, il progetto dell’Alba mediterranea abbraccia anche realtà che si trovano in posizione subalterna nella nuova dimensione internazionale del lavoro: Vasapollo guarda anche ai paesi che non affacciano direttamente sul Mediterraneo, ma che possono rientrare “nel Sud allargato, come, ad esempio, i paesi dell’Est europeo, in cui sono avvenute le delocalizzazioni produttive e in cui sono approdati i processi di deindustrializzazione”.

Un altro elemento importante, su cui spesso non si richiama la giusta attenzione – ha spiegato lo studioso – è il peso economico che potrebbe avere la regione dell’Alba mediterranea. “Si sta parlando del 14, 9 % del PIL mondiale” Ma anche sul piano macroeconomico – ha aggiunto Vasapollo – si possono evidenziare notevoli complementarietà”. Infatti, i paesi dell’area mediterranea hanno fortemente diminuito le proprie esportazioni a seguito del massacro sociale dell’euro, “mentre in Italia, in Albania, in Grecia, in Portogallo” – per fare degli esempi – “è cresciuta la dipendenza dalle esportazioni”. Sono numeri spaventosi, ha ribadito lo studioso, ricordando il caso di paesi che sono passati dal 40% al 70% della quota di prodotti importati.

Dunque, “Il peso economico di questa regione è importantissimo e abbiamo una complementarietà sia a livello economico che a livello di strutture produttive”. Vasapollo ha spiegato le ragioni di questa complementarietà: i paesi che si affacciano sul Mediterraneo sono stati ridotti a paesi di servizi a basso valore aggiunto dalla nuova divisione internazionale del lavoro.

Cionostante, i paesi del Nord Africa e del Medioriente, mantengono, nonostante tutto, un carattere fordista. Anche sul piano del commercio – ha sottolineato Vasapollo – i paesi dell’Alba mediterranea avrebbero un volume pari al 13 % mondiale. Con questi argomenti, Vasapollo ha respinto le accuse di chi ha affermato che il distacco dell’Alba mediterranea avrebbe seguito modelli molto limitati territorialmente, come quello del Chiapas o quello, invero di più ampia portata strategica, del Kerala.

Questo progetto – ha aggiunto Vasapollo richiamandosi al pensiero di Amin sulla scorta del precedente intervento di Ariola – ha, inoltre, il merito di offrire ai paesi del Nord Africa una nuova prospettiva di sviluppo, “dopo che questi paesi sono stati massacrati dalle politiche neoliberiste del FMI e della Banca Mondiale”. Infatti, la proposta dell’Alba mediterranea doterebbe i paesi del Sud, dipendenti e sottoposti a forme di neocolonialismo anche entro l’Unione Europea – “si pensi alla Grecia, ma invero anche all’Italia o alla Spagna” – di un “un progetto strategico e di una costruzione nazionale regionale”.

Infatti, i paesi del Nordafrica sono stati abbandonati a sé stessi, in realtà sfruttati e depauperati, sin dalla “distruzione politica e intellettuale delle proposte sviluppiste del nuovo ordine economico”.

Vasapollo ha proseguito ribadendo come “la regione mediterranea abbia un peso politico”. “Siamo stati accusati”, ha aggiunto, “di rompere l’unità della classe operaia europea”. Tuttavia, quest’ultima “non si fa a parole, ma sui contenuti e sulla materialità”. Infatti, ha spiegato l’economista, “la classe operaia svedese piuttosto che quella tedesca, ha poco a vedere con la nostra anche in termini di sopravvivenza e di condizioni materiali di vita”. Secondo Vasapollo, la questione centrale risiede nella dipendenza dei paesi periferici dell’Eurozona rispetto a quelli del Nord. Senza rompere questa gabbia, non è possibile alcun tipo di sviluppo e di democrazia.

A questo proposito, Vasapollo ha affrontato un tema di grande interesse – invero molto presente in Volta la carta…, in cui si prende in considerazione il nuovo sistema economico-monetario: quello della criptomoneta. Secondo lo studioso, sarebbe possibile l’utilizzo di queste criptomonete, come il SUCRE mediterraneo, per “uscire dalla logica della dollarizzazione, ossia dalla dipendenza dal dollaro, ma anche dall’euro”.

Non è un caso, ha ribadito Vasapollo, che l’Alba mediterranea si richiami all’accordo tra i Comandanti Eterni Ugo Chávez e Fidel Castro, con i quali l’economista ha avuto modo di collaborare. Si tratta di un accordo fondato sull’integrazione, la cooperazione e la solidarietà. Esso ha rotto con la logica del profitto, avviando la strada per la transizione al socialismo.

Alla fine del suo intervento, Vasapollo – il quale fu tra i fondatori a Caracas nel 2004 della Rete di Intellettuali e Artisti in Difesa dell’Umanità – ha voluto illustrare un programma “minimo” di controtendenza. Infatti, lo studioso – come si è detto – è stato allievo di Federico Caffè, da cui ha recepito l’importanza di dare risposte immediate ai lavoratori. Se il distacco, è il fine ultimo – ha spiegato Vasapollo – occorre tenere a mente le strategie per la formazione di una soggettività realmente consapevole. Occorre “dare sostegno ai sindacati conflittuali, come la USB, portando al centro le istanze e le lotte dei lavoratori”.

Siamo di fronte”, ha spiegato Vasapollo, ad un attacco ancor più marcato del neoliberismo, “l’ideologia della UE”, contro i diritti dei ceti subalterni. Si utilizza l’emergenza sanitaria, per far ripartire il processo di indebitamento, aumentando la subalternità dei Sud. Vasapollo ha spiegato come anche i mezzi di informazione giochino, in questo contesto, una funzione deleteria, con la loro informazione deviante. “Quello che rischiamo”, ha ribadito, “è una costituzionalizzazione ancora più forte del neoliberismo”.

Di questo processo – ha rimarcato marcato Vasapollo – oltre agli esclusi e ai precari, un prezzo altissimo sarà pagato dai cosiddetti ceti medi, le cui piccole attività commerciali o produttive verranno assorbite o distrutte dalle grandi multinazionali. “È ovvio”, ha aggiunto lo studioso, “che una possibile alleanza di classe dovrà guardare anche loro”.

Dobbiamo riprendere in mano”, ha proseguito Vasapollo, “la lezione gramsciana: occorre formare i lavoratori durante i conflitti; occorre diffondere un uso sociale della scienza e del pensiero critico”. “Dobbiamo rifiutare la fabbrica della professionalizzazione”. In questo contesto, lo studioso ha ricordato un suo grande maestro, il filosofo Alessandro Mazzone, secondo cui “è possibile portare in luce ambiti di azioni umane possibili tramite la socializzazione della scienza”.

Occorre tenere a mente come Vasapollo abbia dato grande importanza al tema delle nuove tecnologie e dello sviluppo scientifico, opponendosi alla brevettabilità e alla mercificazione del sapere. D’altronde, le possibilità di liberazione, proprie della tecnica e della scienza, devono essere a disposizione di tutti. Questo elemento, è ancor più evidente oggi con la crisi del nuovo coronavirus. Quello delle tecnologie convergenti nel contesto della quarta rivoluzione industriale, dominata dall’intelligenza artificiale, è inoltre un tema importante che lo studioso affronta in Volta la carta…

Tuttavia – ha concluso Vasapollo, richiamandosi al keynesismo radicale di Caffè – bisogna creare una nuova soggettività partendo “dalla risoluzione di problemi immediati”. Non si può prescindere, soprattutto nel contesto dell’emergenza sanitaria causata dal nuovo coronavirus, dalla nazionalizzazione degli assets strategici per “il rilancio dei settori produttivi”.

Ma un elemento altrettanto importante, è la nazionalizzazione delle banche d’investimento: “solo così si può orientare questo settore alla socializzazione degli investimenti, anziché al profitto immediato”. “Il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, massacrati dalle politiche dell’Unione Europea”, ha detto infine Vasapollo, “è il solo motore in grado di mettere in moto questo processo di cambiamento”.

* da IlFarodiRoma

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