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Il colpo di Stato in Burkina Faso ed il crepuscolo del neo-colonialismo

La sera del 24 gennaio con due differenti comunicati letti e trasmessi dall’emittente pubblica del Burkina Faso RTB, il Mouvement patriotique pour la sauveguarde et la restauration (MPSR) composto da militari e forze di sicurezza burkinabé, ha rivendicato la destituzione di Marc Christian Kabore, a causa della degradazione della situazione del Paese e della “incapacità manifesta” del deposto Presidente nel porvi rimedio, dichiarando che si apre una “era nuova” per il Burkina Faso.

Il tutto – secondo l’MPSR – senza spargimenti di sangue.

Il MPSR si impegna, dopo le consultazioni con le forze vive del paese a stilare un calendario del ripristino dei diritti costituzionali.

Intanto la Costituzione è stata sospesa, il governo e Parlamento sciolti, le frontiere chiuse e viene promulgato il coprifuoco.

Si scioglie così il rebus sulla situazione effettiva nel Paese, in cui viene replicata con modalità simili al Mali e alla Guinea, l’iniziativa di militari patriottici come sbocco ad una situazione di forte delegittimazione dell’élite politica, legata a doppio filo agli interessi francesi, di cui l’Unione Europea si sta prendendo sempre più carico.

Contro il colpo di Stato si erano espressi nel corso della giornata sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea, oltre che la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (CEDEAO).

Cerchiamo di ricostruire il quadro.

Secondo quanto riportato da numerose fonti, la mattina del 24 gennaio il Presidente del Burkina Faso, Marc Christian Kabore, sarebbe stato arrestato e tenuto in detenzione da soldati ammutinati, insieme al Presidente del Parlamento e ai ministri del governo.

Le defezioni tra le fila dell’esercito sarebbero avvenute già da domenica in differenti accampamenti del Paese, mentre durante la serata si sono uditi pesanti colpi d’arma da fuoco vicino alla residenza di Kabore, nella capitale Ouagadougou.

A quanto riporta la versione inglese del canale di informazione Al Jazeera: “circa 10 militari hanno pianificato il colpo di Stato da agosto”.

Il lunedì mattina diversi veicoli blindati presidenziali sono stati visti crivellati di pallottole.

Per alcuni analisti le trattative per un miglioramento delle condizioni complessive dell’Esercito, alla base degli ammutinamenti, sarebbero saltate facendo precipitare la situazione.

Secondo quanto rende noto RFI Afrique, i militari avrebbero sintetizzato in sei punti le loro richieste: “dei mezzi adatti alla guerra asimmetrica contro il terrorismo e degli effettivi conseguenti; il congelamento dei principali responsabili dell’esercito; una migliore presa in carico dei feriti di guerra e delle famiglie dei defunti; l’evacuazione dei feriti di guerra delle FAN; la formazione di personale adatto alla minaccia; la costituzione di unità permanenti e raccolta degli effettivi”.

Sono state ore concitate che avvengono dopo giorni tumultuosi, a coronamento di settimane in cui è scoppiata una aperta insofferenza popolare legata principalmente a due fattori.

Il primo è l’incapacità del Presidente di porre rimedio alla minaccia jihadista, che continua a mietere vittime tra civili e soldati – con gli insorgenti islamici che controllano parti rilevanti del territorio – nonostante la presenza militare francese e la partecipazione del Burkina Faso alla coalizione “G5 Sahel”, che nel 2017 aveva iniziato operazioni transfrontaliere tra Mali, Burkina Faso e Niger.

La seconda è criminalizzazione della solidarietà con il Mali, colpito dalle sanzioni della CEDEAO, supportato da una parte consistente della popolazione burkinabé.

La CEDEAO ha sospeso dalle sue fila prima il Mali e poi la Guinea, formalmente a causa dei colpi di Stato militari avvenuti nel Paese, in realtà perché tali azioni hanno colpito presidenti (“IBK” in Mali nell’agosto del 2020 e Alpha Condé in Guinea nel settembre del 2021) che erano pedine della strategia francese in Africa.

Mentre le manifestazioni di sabato 22 erano state formalmente bandite, ma si sono svolte lo stesso in numerose località dando luogo a scontri con la polizia – come si evince dai filmati dei servizi televisivi della televisione pubblica del Burkina RTB – domenica era stato promulgato il coprifuoco, mentre le scuole sarebbero rimaste chiuse lunedì e martedì e l’accesso ad internet sarebbe rimasto “filtrato” dall’autorità.

Il Presidente Marc Christian Kabore era stato eletto nel 2015 dopo l’insurrezione che aveva portato alla destituzione di Blaise Compaore, che aveva governato per quasi 30 anni il Paese, dal 1987, dopo l’assassinio di Thomas Sankara, di cui è il maggiore imputato nel processo apertosi ad ottobre dell’anno scorso.

Kabore è stato rieletto nel novembre del 2020, in una elezione di cui l’opposizione ha contestato il risultato: per la situazione di insicurezza centinaia di migliaia di persone non si son potute recare alle urne, ed il suo consenso è presto vacillato.

Dalla fine del novembre scorso mobilitazioni popolari avevano espresso la loro rabbia sia contro il Presidente, chiedendone le dimissioni, sia contro la presenza militare francese, bloccandone un convoglio. Manifestazioni che hanno un radicato e trasversale retroterra organizzativo.

L’insorgenza jihadista di gruppi legati sia ad Al-Qaeda che all’Isis ha mietuto migliaia di vittime e fatto fuggire circa 1 milione e mezzo di persone, su una popolazione inferiore ai 22 milioni. A fare le spese della mattanza sono stati anche i militari, di cui non si contano le continue stragi, divenuti carne da cannone di una guerra iniziata nel 2015, di cui il Paese non ha alcuna responsabilità.

Riporta uno dei quotidiani del Paese con sede nella capitale, Le Pays, riferendosi al jihadismo: “a questa cancrena se ne aggiunge un’altra, quella della corruzione. Questi cancri hanno probabilmente suscitato delle enormi frustrazioni e defezioni”.

Una corruzione dovuta ad un sistema di potere funzionale alla persecuzione della politica neo-coloniale di Parigi che si è allargata ad altri attori dell’Unione Europea ed alla aperta complicità di quegli organismi sub-regionali e continentali con gli interessi francesi, ma sempre più “mutualizzati” ai 27 dell’Unione.

Come abbiamo avuto modo già di sottolineare la situazione in Africa occidentale sta sfuggendo di mano agli “apprendisti stregoni” che hanno concorso alla destabilizzazione della Libia nel 2011, prima scatenando le forze jihadiste, che sono successivamente esondate in tutta l’area, e poi intervenendo militarmente attraverso la NATO.

La diffusione delle forze islamiste è servita come pretesto per occupare militarmente una vasta zona, con un notevole impiego di effettivi, da parte in primis della Francia, perpetuando la propria politica neo-coloniale fatta di espropriazione di materie prime, dipendenza economica, signoraggio monetario con il Franco CFA e subordinazione politica attraverso una élite politica corrotta, di cui il Presidente deposto è parte integrante.

Ma gli assetti di potere locali stanno evidentemente saltando per la pressione delle contraddizioni interne e della competizione internazionale, con un ruolo più marcato innanzitutto di Russia e Cina.

Allo stesso tempo sta riprendendo piede un forte sentimento panafricanista nella Diaspora, come dimostrano la quindicina di mobilitazioni in sostegno del Mali di sabato 22 gennaio, in Italia svoltesi sia a Roma che a Milano, che appunto in Burkina Faso erano state proibite.

Come Rete dei Comunisti ci auguriamo e ci adoperiamo la sconfitta del nostro imperialismo in Africa, come altrove, e la realizzazione di una piena indipendenza e sovranità da parte di quei Paesi soggiogati dal neo-colonialismo dell’Unione Europea, dentro una configurazione di rapporti multipolari in cui la cooperazione tra popoli sia il principale motore di una alternativa politica.

 24 gennaio 2022

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