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Il collasso dell’Occidente spiegato con chiarezza

La gravità della situazione economica nell’Occidente neoliberista può essere illuminata – cerchiamo spesso di farlo  – con gli strumenti e le categoria marxiane.

Ma a volte risulta più semplice, per il lettore medio informato secondo il lessico del “mondo liberale”, dire le stesse cose con formule più abituali in altri ambiti.

In fondo la sostanza è la stessa. La realtà è. Si tratta di capirla e descriverla, e questo si può fare in diversi modi.

Altri si occupano di camuffarla e “narrarla” in maniera tale da giustificare i rapporti di potere esistenti. Li si riconosce dal tratto comune: non c’è alternativa al capitalismo reale, quello che qui domina…

Pur senza delineare un’alternativa, però, si può fare un’analisi dei fatti economici tale da restituire il senso di collasso del sistema di vita occidentale, o meglio dell’american way of life ridisegnata negli ultimi 40 anni dal neoliberismo (Milton Friedman e Ronald Reagan, nel ticket iniziale, poi elaborato dai vari Bush, Clinton, Obama, Summers, Greenspan, Bernanke, Yellen, senza apprezzabili differenze tra le diverse amministrazioni).

Ci riesce magnificamente Guido Salerno Aletta con questo editoriale apparso nell’agenzia TeleBorsa – che si occupa di informare gli investitori professionali, e dunque non si può permettere “narrazioni” o disinformazione in stile Repubblica o Corriere.

Emerge con chiarezza come lo sviluppo del pensiero politico e degli assetti istituzionali segua – e non preceda – lo sviluppo economico. E’ stata l’affermazione del modello neoliberista – finanziarizzazione dell’economia, dunque svalutazione dell’economia reale tramite la delocalizzazione verso paesi a basso costo del lavoro e senza diritti o reti sociali di protezione, ecc – a scavare la fossa del “modello socialdemocratico” e/o del “modello sociale europeo”.

Poi, semmai, è arrivato “il tradimento dei chierici” che affermavano di rappresentare gli interessi della popolazione più debole…

I “corpi intermedi” (partiti, sindacati, associazioni) che intermediavano la partecipazione sociale alla cosa pubblica, distillandone istanze da tradurre in “riforme” e assestamenti legislativi, lentamente non hanno trovato più una ragione di esistenza.

Il rito elettorale si è trasformato in televendita. I Parlamenti sono stati rinsecchiti fino a diventare un bivacco di incompetenti ben nutriti per recitare la finzione della “democrazia”.

Il potere decisionale si è spostato sempre di più verso le grandi imprese multinazionali, in primis quelle finanziarie, in grado di imporre ai governi le scelte per loro più favorevoli.

Non solo in Italia si vedono questi grandi gruppi arrivare in pompa magna, rilevare aziende famose in buona o in pessima salute, ricevere montagne di incentivi pubblici e facilitazioni contributive o normative, incassare e poi andarsene verso lidi ancora più favorevoli e acquiescenti.

Il risultato, negli States come ormai anche in Europa, è uno solo: la deindustrializzazione. Che porta con sé un ridisegno feroce della struttura sociale, con la cancellazione di classi e figure storiche. Mentre qualche idiota, vedendo solo la superfice di questi sommovimenti, applaudiva cianciando di “fine del lavoro materiale” o “centralità del cognitariato”.

Un processo pluridecennale che ha lasciato l’apparenza di una società ricca, consumistica, “libera”, mentre la svuotava della possibilità di continuare ad esserlo.

Ora arriva l’ultima spallata: da una parte, la crisi energetica in corso porterà alla insostenibilità di una serie di produzioni industriali; dall’altra, essendo già fortemente indebitati, gli Stati si troveranno sempre più in difficoltà nel finanziare la spesa pubblica sociale.”

Non è difficile intravedere cosa accadrà da qui a poco, quando masse ormai sterminate di persone senza di che vivere dignitosamente si troveranno davanti Stati falliti nel loro primo scopo: garantire la continuità della formazione sociale che amministrano.

Buona lettura, con un invito a ragionare bene, evitando di consolarsi con le sole maledizioni. L’utuno ci aspetta e avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza, forza e unità di intenti.

*****

Europei, Americanizzatevi!

Deindustrializzare l’Europa serve ad americanizzarla.

La prossima crisi energetica, per via delle sanzioni alla Russia che metterà in crisi la gran parte delle grandi imprese manifatturiere forzandole alla sospensione della produzione per spostarla altrove nel mondo, concluderà anche nel Vecchio Continente il processo di smantellamento del sistema di produzione capitalistica fondata sul salariato di massa che aveva sopito il conflitto di classe con la creazione dello Stato sociale.

Sin dalla metà degli Anni Trenta cominciando dall’Inghilterra, e poi in modo generalizzato in tutta l’Europa dopo la seconda guerra mondiale, l’esperimento socialdemocratico aveva portato alla organizzazione da parte dello Stato di una serie di servizi pubblici a fruizione universale cui corrispondevano altrettanti diritti sociali.

Quattro erano i pilastri: Istruzione, Sanità, Casa, Assicurazione obbligatoria per gli infortuni sul lavoro, la disoccupazione e la vecchiaia.

Questi interventi pubblici erano e sono ancora oggi finanziati con il contributo fondamentale che deriva dal prelievo fiscale sul reddito da lavoro dipendente.

Il costo del lavoro, che rappresenta l’onere complessivo per l’impresa, viene ripartito in due porzioni: da una parte, c’è il reddito monetario in busta paga, a disposizione del lavoratore per i suoi consumi personali; dall’altra, ci sono il prelievo fiscale dello Stato per la fornitura dei servizi pubblici ed i contributi previdenziali obbligatori.

Negli Stati Uniti, nonostante gli interventi assunti sin dagli Anni Trenta con il sistema previdenziale della Social Security e con la Sanità pubblica del Medicare e del Medicaid, il sistema si è sempre più orientato verso forme di assicurazione privata.

In fondo, anche con l’Obamacare non si era fatto altro che rendere obbligatoria la sottoscrizione di una polizza assicurativa da parte di compagnie private alla stregua di quanto accede anche in Italia per coprire i rischi della Responsabilità Civile Auto.

Negli Usa, il sistema scolastico superiore, quello sanitario e quello previdenziale sono sostanzialmente gestiti da compagnie private e da Fondazioni senza fine di lucro.

Nel corso degli ultimi trent’anni, anche in Europa si è fatta sempre più forte la spinta verso la privatizzazione dei servizi pubblici, accusandone la gestione di inefficienza. Siamo in una fase di erosione dello Stato sociale, di crescente terziarizzazione e di progressiva esternalizzazione della fornitura dei servizi.

Le formule del Partenariato-Pubblico-Privato e della complementarietà tra servizi di base ed accessori, sono state usate un po’ dappertutto, dalla Sanità alla Previdenza.

Ora arriva l’ultima spallata: da una parte, la crisi energetica in corso porterà alla insostenibilità di una serie di produzioni industriali; dall’altra, essendo già fortemente indebitati, gli Stati si troveranno sempre più in difficoltà nel finanziare la spesa pubblica sociale.

Dopo la chiusura negli scorsi decenni delle miniere, dei grandi complessi industriali chimici e metallurgici, e poi anche delle fabbriche dedicate alla meccanica fine ed agli apparati elettronici e di telecomunicazioni, è arrivato il turno degli impianti automobilistici.

La transizione verso l’auto elettrica farà a meno della gran parte dei componenti tradizionali, dal motore a combustione interna ai sistemi frizione/cambio/trasmissione. Centinaia di migliaia di lavoratori diventeranno inutili.

C’è anche un dato storico, ineliminabile: spostare i grandi complessi manifatturieri fuori dall’Occidente, verso la Cina o il Vietnam, la Turchia o l’India, ed in prospettiva anche in Africa, significa delocalizzarli in aree in cui il conflitto di classe non ha alcuna tradizione, né socio-culturale, né politica.

D’altra parte, per contrastare il fenomeno della ingovernabilità delle fabbriche automobilistiche ed il terrorismo che si era insinuato pericolosamente, anche in Italia negli anni Ottanta si scelse la strada della delocalizzazione interna, con nuovi insediamenti realizzati ex-novo in aree prive di qualsiasi tradizione operaia.

Ai partiti tradizionali che in Europa hanno costruito lo Stato Sociale si sostituiscono sempre nuove formazioni: la modificazione dei sistemi produttivi e dell’organizzazione sociale comporta anche quelle della rappresentanza politica e della organizzazione delle funzioni pubbliche.

Come è successo negli Usa a partire degli anni Ottanta con lo spostamento delle produzioni verso il Messico ed il Brasile, e poi a partire dal Duemila verso la Cina, in Europa ci troveremo di fronte ad una nuova riorganizzazione economica.

L’industria europea aveva resistito finora, rimanendo competitiva a livello internazionale, solo a costo di ridurre continuamente i costi del lavoro e contemporaneamente anche la copertura dello Stato sociale, beneficiando dei bassi costi dell’energia.

La crisi in atto, in termini di elevati costi e di scarsa disponibilità, le darà una potente spallata.

Niente più Scuole pubbliche gratuite, niente più Sanità universale, niente più Sistema pensionistico pubblico. E, naturalmente, c’è chi non aspetta altro per fare finalmente tanti soldi: sempre meno Stato, sempre più Mercato.

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9 Commenti


  • Oigroig

    A questo livello di analisi ci siamo arrivatə tuttə, quello che manca sono le indicazioni su cosa fare!


  • antonio

    …più che solo collasso sarà – forse – più corretto parlare di: ..prolasso!
    PS: Il prolasso … è l’indebolimento dei muscoli di sostegno … che non riescono più a contrastare la forza di gravità (chiamamole pure …contraddizioni!)
    Auguri a chi …rimarrà!!


  • Patrik

    Mi piace “prolasso” bella finezza


  • Oigroig

    «per un po’ d’ironia si perde tutto, e fa paura la luce più dell’ombra…» (Quasimodo)


  • pantera

    “Il tradimento dei chierici”… Se non colluso o connivente quantomeno deficiente, nella formazione del processo cognitivo per insufficiente attività elettrica neuronale, chiunque dà o abbia mai dato credito a codesti ‘chierici’, nella difesa dei più deboli. Con tanti omuncoli che si definiscono di ‘sinistra’ ancora in fila a baciare i piedi del ‘papa nero’ dei gesuiti, storici inventori insieme a francescani e domini canis, della pratica dell’infiltrazione nelle schiere del dissenso ai fini di spionaggio e delazione al Potere.


  • E Sem

    Siamo sicuri che la delocalizzazione italica sia conseguenza del terrorismo e non che il terrorismo sia stata uno strumento (infiltrato e manovrato) per farcela accettare?


  • giorgino

    ma nel quadro che questo articolo delinea, ha ancora senso parlare di foriuscita dall’euro e di unione euromrditerranea come-prospettiva ? ,
    .Se si vede quello che accade in Inghilterra in questi giorni, è possibile una comune ripresa di lotta di classe di tutte la classi lavoratrici dei vari paesi della unione europea. Almeno, ammettete che questa seconda prospettiva acquista una forza maggiore che nel passato, e che dovrebbe essere perseguita coscientemente?

    Lenin con le tesi di Aprile riconobbe che il quadro precedente era cambiato, e muto la sua prospettiva politica. Non saremo a questi liveli, ma il problema non puo essere ignorato


  • Teresa

    Meno stato più mercato? Ma mercato de che, senza più industria? Se lo stato non avrà più soldi per i servizi pubblici, sarà perché i cittadini non hanno più entrate da tassare. E se non ne hanno, con cosa acquisteranno i servizi privati?


  • Giancarlo staffo

    Il Vento dell’Est soffia sempre più forte del vento dell’ovest, bisogna chiudere definitivamente con ogni forma di eurocentrismo e riprendere la Lunga Marcia con i popoli è le nazioni che lottano per un mondo multipolare e solidale

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