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I danni del keynesismo militare e la comunicazione deviante

L’umanità intera assiste con angoscia e un senso di impotenza all’escalation di violenze in atto in Medio Oriente e in Ucraina (ma le guerre in corso nel mondo sono oltre una cinquantina, molte delle quali in Africa). E molti si interrogano sull’apparente inevitabilità di queste tragiche manifestazioni di odio insensato e mortifero.

All’Università La Sapienza, la Scuola di Economia Antropologica che fa capo al prof. Luciano Vasapollo ed è impegnata nello studio dei processi di decolonizzazione, individua dietro queste crisi un elemento comune che gioca un ruolo significativo: il complesso militare-industriale che rappresenta un’entità economicamente potente, con un’enorme influenza su governi e politiche nazionali.

Le imprese del settore militare producono armamenti sofisticati, dai droni alle armi nucleari, venduti ai governi di tutto il mondo e utilizzati in modo massiccio per il mantenimento dell’ordine internazionale attuale, basato sulla contrapposizione tra il modello imperialista a guida statunitense (Natocentrica e Nordcentrica) e i paesi emergenti che contrastano la sudditanza che gli si vuole imporre.

Questi interessi economici spingono al mantenimento di una macchina militare costosa, alimentando il perpetuarsi dei conflitti. Il complesso militare-industriale utilizza lobby e finanziamenti per influenzare le decisioni dei politici, spingendo per maggiori spese militari e vendite di armi.

Questa influenza politica spesso contribuisce a mantenere in vita situazioni di conflitto, anziché cercare soluzioni pacifiche. Le aziende del settore militare realizzano enormi profitti dalla vendita di armi e servizi di difesa.

Mentre ciò può essere redditizio per le imprese coinvolte, appare immorale che si possa trarre profitto dalla sofferenza umana e dai conflitti. In particolare ciò risulta stridente davanti alle violazioni dei diritti umani legate all’uso di armi prodotte da aziende del complesso militare-industriale.

Ma se con ogni evidenza il complesso militare-industriale può influenzare la geopolitica globale, spingendo alla perpetuazione dei conflitti regionali, e la fornitura di armi a paesi in conflitto alimenta la violenza e ostacola i progressi verso la pace, non si può non mettere in risalto – come fa il gruppo di ricercatori delle “scuola di Vasapollo” – che tutto questo è in realtà funzionale all’economia capitalistica su cui si fonda peraltro il Mondo Unipolare.

Da queste premesse ha preso le mosse venerdì scorso una lezione a due voci tenuta al Centro Universitario “Marco Polo” della Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza dallo stesso Vasapollo e dal direttore di FarodiRoma, Salvatore Izzo, docente dello stesso corso di laurea.

Un modello economico che si vorrebbe riproporre oggi finanziando la guerra in Ucraina e armando Israele

La cosiddetta globalizzazione neoliberista – ha esordito Vasapollo – si manifesta in specifiche rappresentazioni dei diversi modelli capitalistici, ma si caratterizza in ogni ambito come inasprimento dello sfruttamento e compressione dei diritti, nell’unico modo di essere del modo di produzione capitalistico.

Ciò avviene attraverso una nuova divisione internazionale del lavoro e un attacco senza precedenti al costo del lavoro, al salario diretto, indiretto e differito. Anche a livello di sistema-paese, o meglio di aree-poli, oltre che nel sistema-imprese, si configura una fase della competizione globale.

È in tal senso che va interpretata l’azione dell’Unione Europea, la quale, alla ricerca di una autonoma capacità politica, impone ai paesi deficitari le stesse regole dei piani di aggiustamento strutturale che il Fondo Monetario Internazionale ha applicato in tutti gli ultimi trent’anni per fare ‘strozzinaggio’ sui paesi dell’America Latina.”

In questo contesto, Vasapollo ha rievocato “la grande crisi del 1929 che ebbe caratteri di strutturalità poiché il capitale internazionale aveva bisogno di un nuovo e diverso modello di accumulazione, anche se la stessa crisi di allora appariva o veniva presentata come quella di oggi come fosse di carattere finanziario, ma in realtà partiva da una profonda crisi dei fondamentali macroeconomici dello stesso modo di produzione capitalistico.

Si è usciti da tale crisi con la messa a produzione di massa del fordismo e del taylorismo, e applicando il modello keynesiano di sostenimento della domanda realizzando un grande intervento pubblico, cioè innalzando gli investimenti in spesa pubblica, che non si traduce immediatamente in spese sociali”.

Secondo Vasapollo, “dalla crisi del 1929 non si è usciti con il new deal ma attraverso il keynesimo militare che esprime il suo massimo livello con la seconda guerra mondiale e con la stessa ricostruzione post- bellica.

Gli Stati Uniti diventano la nuova locomotiva mondiale allo sviluppo capitalistico, infatti rafforzando l’apparato industriale militare nella preparazione alla guerra e non dovendosi neanche preoccupare a guerra finita della loro ricostruzione perché non subiscono danni nel loro territorio, possono dedicare risorse da destinare agli investimenti produttivi nella ricostruzione dopo i danni di guerra subiti dai paesi europei, realizzando così un forte interventismo statale attraverso la politica degli aiuti sul modello dei ‘Piani Marshall’”.

Un modello economico che si vorrebbe riproporre oggi finanziando la guerra in Ucraina e immaginando floridi guadagni per gli stessi paesi che investono in armi grazie alla ricostruzione dello sfortunato paese.

Dopo la II Guerra Mondiale, ha spiegato Vasapollo agli studenti, l’economia europea fu asservita agli USA attraverso un indebitamento derivante dell’importazione, che ha determinato quantità di dollari e di titoli in dollari certamente superiori alla ricchezza realizzata dagli Stati Uniti, contravvenendo così alle regole basilari degli accordi di Bretton Woods. I paesi creditori accumularono così valuta USA in un mondo fortemente “dollarizzato”.

Si arrivò al punto a fine anni ’60 che i dollari in circolazione a livello mondiale erano almeno sei volte la ricchezza degli Stati Uniti e quindi di fatto gli accordi di Bretton Woods inevitabilmente saltarono per una imposizione unilaterale da parte degli Usa, che vollero campo libero per un ulteriore sviluppo del loro modello importatore-debitorio da imporre al mondo in termini politico-commerciale o anche politico-militare espansionistici.

Da allora, ha osservato il docente, il debito pubblico serve a determinare le condizioni di delegittimazione del ruolo dei singoli stati in campo economico e politico per creare lo Stato sovranazionale europeo, come ha evidenziato la crisi della Grecia.

E i piani di ristrutturazione della Bce verso i PIGS sono serviti a costruire questa Europa dove la Bce sta facendo quello che l’Fmi ha fatto per l’America Latina, attraverso i piani di aggiustamento strutturale, Pas, o piani di austerità, agendo con privatizzazioni, abbattimento della spesa sociale, riduzione del costo del lavoro e creazione di precariato giovanile e non.

Ma il modello non ha funzionato: la stessa costruzione del sovrastato europeo è messa in ginocchio dalla crisi di sovrapproduzione che sta realizzando anche quella di sottoconsumo per contrazione dei redditi da lavoro.

L’austerità non può andare di pari passo con la crescita; le politiche restrittive servono solo per ultimare la resa dei conti di classe contro il movimento dei lavoratori e per delegittimare definitivamente il ruolo degli Stati-nazione abbattendo ciò che rimane dell’economia pubblica.

Ora – ha spiegato Vasapollo – non si possono certo risolvere i problemi della crisi, come vorrebbero la maggior parte dei partiti della sinistra europea e gli economisti keynesiani che a volte ancora si autodefiniscono marxisti, dando il ruolo di prestatore di ultima istanza alla Bce come soggetti che sanno quale è il proprio boia, danno il proprio collo e preparano il nodo”.

La via d’uscita fittizia del “keynesismo militare”

Il concetto di “keynesismo militare” proposto da Luciano Vasapollo è una prospettiva che getta luce sul complesso legame tra l’economia, il settore militare e le politiche statali. Questa visione fornisce un’analisi critica dei processi economici che circondano le spese militari e il complesso militare-industriale, evidenziando le implicazioni su scala globale.

Il termine “keynesianesimo militare” fa riferimento alle teorie economiche di John Maynard Keynes, che hanno guadagnato popolarità nel XX secolo. Keynes sottolineava il ruolo del governo nell’attuare politiche fiscali e monetarie per stabilizzare l’economia e favorire la crescita economica.

Questo includeva il concetto di spesa pubblica come mezzo per stimolare l’occupazione e la produzione. Vasapollo applica questa idea alla spesa militare, sottolineando come gli investimenti nella difesa possano stimolare l’economia di una nazione.

Secondo la visione di Vasapollo, “il keynesianesimo militare rappresenta una strategia attraverso la quale gli stati sostengono l’industria della difesa e promuovono la crescita economica”.

Questo approccio è spesso utilizzato come una risposta a periodi di recessione economica o di instabilità. Le spese militari diventano un importante motore di sviluppo economico, creando posti di lavoro nell’industria della difesa, nella ricerca e nello sviluppo, e nella produzione di armamenti”.

Un elemento chiave del keynesianesimo militare è il suo impatto a livello internazionale. Vasapollo evidenzia che “le nazioni che perseguono politiche di spesa militare spesso si trovano coinvolte in conflitti globali o regionali. Questi conflitti possono inasprirsi a causa della competizione economica e della lotta per il controllo delle risorse. Di conseguenza, il keynesianesimo militare può alimentare il ciclo della guerra e contribuire a una maggiore instabilità a livello mondiale”.

Mentre il keynesismo militare può offrire temporanei stimoli economici, è purtroppo evidente che il modello innesca una corsa agli armamenti che spesso conduce a uno spreco di risorse e a una crescita insostenibile delle spese militari. Inoltre, ci sono preoccupazioni etiche riguardo all’industria della difesa e all’uso di armi letali.

La critica del keynesismo militare di Vasapollo offre dunque una conferma sull’interconnessione tra economia, spese militari e politica globale. Mentre questa strategia può indubbiamente influenzare l’economia di uno stato, i costi umani e sociali associati alle guerre e alla corsa agli armamenti non possono essere trascurati.

L’analisi di Vasapollo richiama l’attenzione su una complessa rete di dinamiche economiche e geopolitiche che richiedono una valutazione attenta e responsabile da parte di governi e società.

I quattro pilastri della pace

Nel suo intervento il direttore di FarodiRoma, Salvatore Izzo, ha presentato agli studenti l’enciclica “Pacem in Terris” scritta da Papa Giovanni XXIII nel 1963. Questo documento rappresenta un punto di riferimento fondamentale nella evoluzione della Dottrina Sociale, culminata con i quattro documenti di Papa Francesco: le encicliche “Laudato si‘” e “Fratelli tutti” e le esortazioni apostoliche “Querida Amazonia” e “Laudate Deum”.

All’interno della “Pacem in Terris” Papa Giovanni XXIII ha delineato quattro pilastri fondamentali per raggiungere la pace nel mondo. Questi principi sono ancor oggi rilevanti e costituiscono una guida importante per affrontare le sfide globali e promuovere la pace e la giustizia.

La Verità che significa, ha detto Izzo, “verità sull’uomo, ovvero il riconoscimento che ogni individuo ha diritti inviolabili, derivanti dalla sua stessa dignità di persona. Questi diritti includono il diritto alla vita, alla libertà e alla partecipazione alla vita della società. Il riconoscimento della dignità umana è fondamentale per la costruzione di una società giusta e pacifica“.

Il secondo pilastro è la giustizia che si basa sul concetto di diritti e doveri reciproci. Ogni persona ha il diritto di esigere il rispetto dei propri diritti, ma al contempo ha il dovere di rispettare i diritti degli altri.

Questa interdipendenza tra diritti e doveri è essenziale per mantenere l’equilibrio e la giustizia in una società. La “Pacem in Terris” sottolinea inoltre che i governi e le autorità devono proteggere e promuovere questi diritti e doveri.

Il terzo pilastro parla del valore irrinunciabile della libertà, ma non “la” libertà, alimentata in genere dalla delimitazione della libertà degli altri (come osservava un detto popolare: la libertà di una volpe in un libero pollaio!), ma “la nostra libertà”.

Non è un caso che le nazioni o i settori più forti di fronte ai problemi più seri diano la priorità alle soluzioni violente, alle guerre che sono – dice l’Enciclica – al di fuori della ragione umana, (alienum a ratione) perché confermano la supremazia militare dei più forti, e di conseguenza la loro supremazia politica ed economica, e alimentano contrapposizioni preparando nuove violenze, mentre le soluzioni non violente sono le sole veramente umane, perché riconoscono le ragioni di chi le ha, anche dei più deboli, e orientano quindi effettivamente alla pace.

Ne segue che il quarto pilastro, l’amore (o – come affermato dallo storico presidente di Pax Christi Luigi Bettazzi – la solidarietà) non è una virtù facoltativa, è invece, soprattutto per i popoli più fortunati (il quinto dell’umanità!), un dovere di giustizia, un compito di globalizzazione.

In questo senso la Pacem in terris ha segnato un crinale anche per la Chiesa; e non solo perché il Concilio, allora già aperto, ne ricevette sollecitazioni e suggerimenti (soprattutto per la Costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, la Gaudium et spes, che riprende e sviluppa anche il tema della pace), ma perché un documento così importante del Magistero ecclesiale per la prima volta si rivolgeva, oltre che ai cristiani, anche a “tutti gli uomini di buona volontà”.

Puntualizzando così che la Chiesa proprio in forza della sua missione evangelizzatrice è chiamata a proporre a tutto il mondo i grandi valori umani che Dio ha consacrato facendosi uomo, e a collaborare con tutti gli esseri umani per la loro realizzazione.

La “Pacem in Terris” esorta le nazioni a cercare la pace attraverso la cooperazione internazionale e la risoluzione pacifica delle dispute. Questo principio è di particolare importanza in un’epoca in cui le questioni globali richiedono soluzioni collettive e il rispetto delle sovranità nazionali.

In sintesi, la “Pacem in Terris” fornisce una solida base di principi per costruire una società pacifica e giusta. Questi quattro pilastri rimangono un faro guida per affrontare le sfide del nostro tempo.

La loro realizzazione richiede sforzi congiunti da parte di individui, governi e organizzazioni internazionali. La visione di pace delineata da Papa Giovanni XXIII nella “Pacem in Terris” continua a ispirare la lotta per un mondo migliore basato sulla giustizia, la dignità umana e la cooperazione globale.

La comunicazione deviante, uno strumento di morte

Izzo si è poi soffermato sulla vicenda dei bambini che fonti israeliane hanno descritto come sgozzati nell’attacco di Hamas di sabato 7 ottobre non fornendo poi alcuna prova di tale denuncia, che appare destinata a offrire all’opinione pubblica mondiale l’immagine di un popolo palestinese costituito da macellai, e che dunque deve essere annientato. “FarodiRoma – ha spiegato il giornalista – ha raccontato in più articoli come si siano generate e poi siamo state smentite queste false notizie commentando la diffusione finanche di una foto di un cadaverino bruciato, che si è poi capito essere di un cagnolino.

Vasapollo ha allargato il discorso spiegandoo che la comunicazione oggi è deviante “perché completamente assoggettata alla mentalità e produzione, dello scambio e del profitto della politica economica attuale e, quindi, sta sostituendo la funzione fino ad ora svolta dal ‘progresso’. In tutti i settori e in tutte le istituzioni la parola d’ordine è diventata comunicare efficienza e competitività, le idee guida del potere capitalistico”.

Se nella fase fordista il progresso è stato la linea guida del capitalismo, oggi è la capacità di comunicare a svolgere tale compito.

Un’altra questione che è importante collegare alla struttura economica della società è come questo meccanismo favorisca quel processo di caduta dei rapporti sociali, di cui tanti si lamentano e di cui tanti rimproverano paternalisticamente le nuove generazioni, senza però avere il coraggio di capire da dove origini realmente e senza rendersi conto che la caduta delle relazioni, anche politiche, la vera e propria negazione della politica, per essere più espliciti, ha origine nel sistema di produzione capitalistico e ad esso è funzionale.

Se comunicare serve a diffondere un modello economico di sfruttamento estremo e la cultura ad esso collegata, allora diventerà estremamente difficile più costruire relazioni reali, tanto meno relazioni politiche.”

Infine, per il prof. Vasapollo bisogna a tal proposito sottolineare un ultimo aspetto: come la comunicazione serva anche a fingere un coinvolgimento dei lavoratori nei processi decisionali delle aziende, coinvolgimento superficiale ed ininfluente, che rimanda però alle classi subordinate la sensazione di essere dentro una gestione più democratica dei luoghi di lavoro, quando in realtà “siamo di fronte ad un accentuarsi della logica di dominio, che arriva a toccare ogni ambito della vita associata”.

* da Il Faro di Roma

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