Menu

Classi pericolose

Il DL Scuola e le mobilitazioni studentesche ci interrogano sulle contraddizioni della nostra società.

Duecentonovanta. Sarebbero in totale questi – secondo le stime del Politecnico di Milano – gli alunni che andrebbero spostati di classe o di scuola per rispettare il tetto del 30% fissato dal decreto-legge 30 settembre 2026, n. 170. Duecentonovanta su più di sette milioni e mezzo di iscritti: non male come ragione per un decreto d’urgenza, un braccio di ferro con il Quirinale e settimane di prime pagine sui giornali.

Diciamo subito che il decreto va respinto per il tipo di immaginario e di discorso pubblico che alimenta prima ancora che per i suoi effetti concreti. 

Il provvedimento va però letto su più piani che si collegano. 

È propaganda a buon mercato, ma è anche l’ennesima procedura burocratica che decide la sorte di vite concrete. Allo stesso tempo esprime una tendenza di lungo periodo – che non inizia certo con questo governo – volta a controllare e punire le giovani generazioni e le loro famiglie. 

Questo contributo nasce da una discussione interna all’Assemblea Scuola Torino e prova a tenere insieme i vari piani, senza la pretesa di chiudere il discorso e con l’auspicio che possa arricchire il dibattito tra le varie forme – organizzate e non – di resistenza presenti nel mondo della scuola.

  1. L’effetto annuncio

Il tetto non riguarda tutte le allieve e gli allievi senza cittadinanza italiana, ma solo chi non è nato in Italia e non ha alle spalle un certo numero di anni nella scuola italiana. Sarà in vigore per le classi prime dal 2027/28 (ma per gli inserimenti in corso d’anno vale da subito), con le deroghe per la prossimità, il domicilio e le esigenze delle famiglie aggiunte dopo i rilievi mossi dal Quirinale. Le 34mila classi “oltre soglia” evocate dal ministro Valditara diventano, nelle stime del Politecnico di Milano, appena 155.

Riportare il decreto alla sua reale portata è necessario, ma non basta. Dietro a qualunque numero – fossero pure solo 290 – ci sono delle vite: bambine/i e ragazze/i su cui cadrà una decisione amministrativa. Il testo non chiarisce chi, in una classe che supera la soglia, resta e chi viene trasferito d’ufficio altrove. Lo deciderà qualcuno in un ufficio? Lo deciderà la singola scuola con i criteri di ammissione degli organi collegiali? Non lo sappiamo. Paradossalmente la razionalità burocratica della procedura, che tratta le persone come quote da far quadrare, è, almeno inizialmente, tanto più facile da far passare quante meno persone tocca.

A eseguirla saranno gli Uffici Scolastici e i Dirigenti, nella maggior parte dei casi senza obiezioni e qualcuno anche con zelo, perché è la struttura stessa delle carriere, tra incarichi a termine e valutazioni di performance dall’alto, a premiare l’obbedienza dei “quadri” nella scuola neoliberale.

D’altra parte, la lettera aperta della Dirigente Scolastica Lucia Donat Cattin – che contesta il provvedimento e invita alla disobbedienza – non ha certo raccolto adesioni di massa tra la categoria dei presidi, ridotti ormai a esecutori di ordini. La banalità del male nel management: non è una storia nuova.

Intanto il decreto ha già fatto il suo lavoro nel discorso pubblico. Parlare di quote e di tetto per gli stranieri rende normale l’idea che la presenza di alcuni sia di per sé un problema da contenere: è il solito slogan suprematista “prima gli italiani”, tradotto in lingua amministrativa a beneficio di una maggioranza di governo che si contende con Vannacci l’elettorato più a destra in vista delle politiche del 2027. 

Il ministro giura che il criterio di discriminazione è “puramente linguistico”. Tuttavia, alla fine, non si guarda alla lingua, ma al passaporto: se hai la cittadinanza italiana, puoi non conoscere la lingua; se non ce l’hai, e sei arrivato in Italia da poco tempo, puoi essere trasferito.

Gli appelli alla disobbedienza e gli striscioni davanti alle scuole sono forme importanti di manifestazione del dissenso, ma da soli non permettono di uscire dall’ennesima “guerra culturale”. Una contrapposizione il cui canovaccio è già scritto: italianità contro accoglienza, identitarismo contro multiculturalità, severità contro presunto buonismo. È uno schema con il quale la destra si trova benissimo e in cui ciascuno dei contendenti parla ai suoi potenziali elettori, mentre le questioni materiali (condizioni di vita, lavoro, casa, welfare, servizi) escono di scena.

  1. Classificare, segnalare, punire

Il decreto non è arrivato all’improvviso, ma è l’ennesimo tassello della trasformazione in senso disciplinante e securitario delle società occidentali.

Nel 2017 il decreto Minniti, sotto un governo di centrosinistra, introduceva il Daspo urbano, una misura amministrativa “contro il degrado”, rivolta essenzialmente a disciplinare i quartieri meticci delle grandi città. 

Da allora, come in molte democrazie liberali, i giovani e le loro famiglie vengono governati sempre più con la classificazione e il controllo, sempre meno spazio è invece affidato all’educazione.
Il decreto Caivano del 2023 ha ampliato il Daspo urbano
e la custodia cautelare per i minori: secondo l’associazione Antigone i detenuti negli istituti penali minorili sono passati dai 381 di fine 2022 ai 572 di fine 2025, senza un corrispondente aumento della criminalità minorile. Il 40% dei detenuti sono minori stranieri non accompagnati. 

Dal dicembre 2024 l’istituzione di “zone rosse” – chieste a gran voce anche a sinistra –  permette di allontanare, con provvedimenti di polizia, da intere aree urbane persone definite genericamente “pericolose”.

Il decreto scuola porta questa logica nelle aule, soprattutto con l’articolo 12 del DL Scuola. Quando la scuola ritiene che le difficoltà linguistiche dei genitori compromettano il percorso del figlio, l’istituzione deve segnalare i genitori ai servizi sociali, che li indirizzano ai corsi dei CPIA. Chi rifiuta di frequentarli pagherà una sanzione da 200 a 1.000 euro. Usare le figlie e i figli per colpire le madri e i padri è una china pericolosa, il cui approdo finale potrebbero essere le modalità con cui si muove l’ICE negli Stati Uniti. 

La scuola diventa ulteriormente (già lo fa con l’Invalsi) un apparato di rilevazione e schedatura: così una lacuna linguistica si trasforma in una questione di idoneità e legittimità genitoriale. 

A fronte di molte rimostranze su questo tema, il ministro sbandiera come un successo il fatto che circa 185 mila stranieri lo scorso anno abbiano frequentato i corsi di alfabetizzazione. Non ci dice però che per altre decine di migliaia i corsi non ci sono: secondo la rete nazionale dei CPIA gli adulti in lista d’attesa sono più di 31mila, oltre il 90% sono stranieri.
I centri non hanno sedi proprie, sono ospitati in locali spesso degradati, gli insegnanti L2, abilitati all’italiano per stranieri, sono pochissimi. Chi lavora a turni, chi non ha un nido a cui lasciare i figli, chi abita lontano dalle fermate dei mezzi pubblici non è nelle condizioni di frequentare i corsi dei CPIA. 

Non è un caso che le donne siano appena il 38% degli iscritti (ed esperienze dal basso di tutela della cura genitoriale e del diritto all’istruzione sono state osteggiate anche da amministrazioni locali di centro-sinistra). Non sapere bene la lingua italiana, per le persone con alle spalle un’esperienza migratoria, non è certo un vezzo né una scelta, ma una condizione d’obbligo che deriva dal contesto lavorativo in cui si trovano e dalle politiche educative e sociali promosse nel nostro paese. Il decreto, nei fatti, impone una multa a persone su cui gravano inadempienze politiche delle nostre classi dirigenti nazionali e locali.

  1. Una generazione da sorvegliare e da addestrare

Queste misure hanno un bersaglio comune, i giovani, e dicono qualcosa del rapporto che le classi dirigenti europee, di qualunque colore politico, hanno con le nuove generazioni.
Le élite lasciano in eredità ai giovani un mondo precario: la crisi climatica, il saccheggio delle risorse, un welfare smontato pezzo per pezzo, piani di riarmo da centinaia di miliardi, la guerra che incombe. E non tollerano di essere messe in discussione. 

Prendiamo il caso italiano, che è estendibile a molti paesi europei: gli over 65 sono un quarto della popolazione e i ragazzi sotto i quindici anni poco più di un decimo. Chi governa parla a un elettorato che invecchia e tratta i giovani come un problema di ordine pubblico. 

Non è però una guerra tra generazioni: i figli delle famiglie benestanti possono sfuggire al baratro grazie al capitale finanziario, culturale e sociale di cui sono dotati.
A pagare il conto saranno ragazze e ragazzi delle classi popolari, gli stessi che il decreto vuole censire, segnalare, redistribuire. E chissà, domani, magari, remigrare o mandare al fronte.

Il passo successivo, del resto, si intravede già. In Germania dal gennaio 2026 circa 700mila ragazzi nati nel 2008 vengono chiamati a registrarsi nelle liste per l’arruolamento e i maschi devono sottoporsi alla visita di leva. La Francia ha avviato un servizio militare volontario di dieci mesi, in Italia il ministro della Difesa lavora a un progetto analogo. Abituare l’opinione pubblica a ragionare in termini di nemico – e oggi il nemico più a portata di mano è lo straniero – serve anche a prepararla alla guerra.

  1. Segregazione in classe, segregazione di classe

Le classi dove sono presenti molte allieve e allievi con percorsi migratori alle spalle non nascono a causa di uno strano complotto “mondialista”, come vorrebbe far credere con le sue campagne di disinformazione la destra radicale. Non nascono nemmeno da una scelta spontanea di pluralismo culturale per arricchire di diversità questo mondo, come certe posture liberal e naïve vorrebbero talora dare a intendere. 

A decidere che certe scuole abbiano il 50%, il 60% o oltre di studenti di origine straniera sono il mercato del lavoro, la rendita e la speculazione immobiliare e le scelte di chi – dotato di più mezzi – può permettersi di mandare i figli a scuola altrove. 

Il comune con la quota più alta di scuole che superano la soglia del 30% è Monfalcone, con diciotto scuole su venti: una città legata al cantiere navale e alla sua catena di subappalti. Secondo i dati del MIM, altre scuole oltre soglia si trovano in centri dell’hinterland milanese come Corsico o Pioltello, oppure nel distretto tessile e conciario toscano, come Prato o Santa Croce sull’Arno: tutte aree ad alto tasso di sfruttamento del “lavoro povero”.

Nelle grandi città le scuole oltre soglia si contano a centinaia, 221 a Milano, 212 a Roma, 180 a Torino, nei quartieri dove gli affitti sono meno cari e dove destra e sinistra, talora insieme, protestano contro il “degrado”.

Non è solo una questione di residenzialità: le ricerche del Politecnico di Milano mostrano che la segregazione scolastica è più alta di quella residenziale, dal momento che molte famiglie italiane scelgono la scuola privata o una scuola statale di altri quartieri.
Gli studiosi la chiamano
white flight, “fuga dei bianchi”, ma è anzitutto una fuga di classe: chi ha i mezzi per accompagnare i figli in un altro quartiere, o per pagare una retta, lo fa; chi non li ha resta. 

Questa scelta, però, non è un fatto naturale. La legge sull’autonomia scolastica del 1997, varata da un governo di centrosinistra e seguita nel 2000 dalla legge sulla parità, che ha incluso le scuole private paritarie nel sistema nazionale di istruzione, è stata la prima grande riforma di impronta neoliberale della scuola italiana. Ha messo gli istituti in concorrenza tra loro, ciascuno con la propria “offerta formativa” da esporre negli open day e con organici e risorse legati al numero degli iscritti.

Le famiglie sono diventate clienti che scelgono da un catalogo: come in ogni mercato vince chi ha più mezzi per scegliere. Gli stessi ricercatori del Politecnico di Milano – non certo dei sovversivi – parlano di un assetto istituzionale “imperniato sui principi della libera scelta e dell’autonomia scolastica” che ha alimentato la segregazione.

Alle superiori la segregazione prende la forma della canalizzazione in studi diversi: nel 2023/24 frequentava un liceo il 32,3% degli studenti senza cittadinanza italiana, contro il 53,9% dei compagni italiani. Fa sorridere che il decreto preveda anche la norma che ribattezza tecnici e professionali “licei”.

  1. Dalla parte delle “classi pericolose”

Sappiamo che c’è un rischio in questo ragionamento: descrivere i quartieri popolari e le scuole di quei quartieri soltanto come un problema. 

La storia della scuola italiana ci racconta altro. Il tempo pieno è nato tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta nelle periferie operaie del Nord, riempite dall’immigrazione meridionale, prima che la legge 820 del 1971 lo rendesse istituzione. E ancora oggi le scuole dei quartieri popolari possono essere presidi di socialità e di cultura, ponti verso l’autodeterminazione. Ma come possono esserlo, se vengono definanziate, abbandonate o, nella migliore delle ipotesi, appaltate ai progetti filantropici delle Fondazioni bancarie?

Oltre confine sta succedendo qualcosa a cui guardare con interesse. Dalla fine di settembre i licei francesi sono in agitazione: il movimento, partito dalle scuole della Seine-Saint-Denis e del Val-de-Marne, si è esteso in tutta la Francia, con rivendicazioni strettamente materiali: professori che mancano, classi sovraffollate, edifici degradati, algoritmi per l’orientamento post-diploma. È la Francia meticcia delle banlieue a proporre un’idea di scuola, a partire dalle condizioni esistenti: prima il sociale e poi il politico.

Il “contagio” francese pare essere giunto da noi. Nelle ultime settimane le occupazioni si sono moltiplicate: a Torino e cintura, sono almeno trenta gli edifici toccati da mobilitazioni nel momento in cui scriviamo.

Il decreto non è l’unico bersaglio delle proteste e forse questo è l’aspetto più interessante. Nelle rivendicazioni il tetto agli stranieri sta accanto ai bagni inagibili, alle aule senza riscaldamento, al caro-vita. La domanda inizia a essere chiara, nella sua semplicità: perché ci sono i soldi per il riarmo e non per la scuola, la sanità, i trasporti? Sono critiche ancora embrionali, ma ampie, che tengono insieme ciò che il discorso pubblico separa: la scuola che esclude, il welfare che manca, le risorse dirottate verso le armi.

Sarebbe un errore leggere questo malessere come un fatto soltanto italiano, o come l’effetto di un singolo governo. Le piazze di Francia, Spagna e Italia, i ragazzi tedeschi che lo scorso inverno scioperavano contro la leva per non diventare “carne da cannone”, pongono la stessa domanda a tutte le società occidentali a capitalismo avanzato e alle loro élite politiche, di qualunque colore: quale posto riservano a una generazione che trattano come capitale umano da plasmare sulle esigenze del mercato o, quando serve, come riserva da arruolare? 

A fronte dell’insorgenza e dell’eccedenza delle piazze francesi – e, ci auguriamo, italiane – viene da chiedersi se il decreto scuola non sia soprattutto l’ennesimo dispositivo che prova a tenere a bada le “classi pericolose”. Nell’Ottocento venivano chiamati così i poveri delle città, guardati dalla borghesia come una minaccia da sorvegliare. Oggi possiamo parlare di “classi” nel doppio senso della parola: sono le aule in cui si concentrano i figli di chi lavora nella ristorazione, nel delivery, nei cantieri, nella logistica, e sono, insieme, anche la classe sociale a cui essi appartengono. 

Contarli, distribuirli, classificarli, segnalare i loro genitori, allontanarli dalle zone rosse, chiuderli negli istituti minorili: sono gesti diversi di uno stesso disegno, quello che vede in questa generazione un pericolo per l’ordine e per il mantenimento delle condizioni vigenti. Alimentare il razzismo nell’opinione pubblica gioca un ruolo nel controllo della società. 

Il razzismo, infatti, non va visto semplicemente come un’idea eticamente sbagliata, ma come un prodotto dello sfruttamento e insieme uno strumento di cui le logiche di sfruttamento si servono. Il discorso pubblico razzista serve a mettere i penultimi contro gli ultimi, a dividere la classe lavoratrice italiana che dirotta la propria legittima rabbia sociale contro altri segmenti della classe con alle spalle un percorso migratorio. Il razzismo – lo sappiamo – discrimina nelle possibilità e nelle condizioni di affitto di un alloggio, nelle possibilità di assunzioni, nei consigli orientativi dati alle allieve e agli allievi alla fine della terza media.

Che ci sia qualcosa di pericoloso nelle classi popolari forse è vero, ma è un pericolo solo per chi detiene il potere: c’è in effetti la possibilità che scaturisca dalla ribellione di queste classi – forse ancora in cerca di una grammatica della rivolta che vada oltre la rabbia nichilistica – la forza di costruire un futuro diverso. 

Chi ci governa ha tutto da perdere, noi un mondo da guadagnare.

Torino, ottobre 2026

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa
‹

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *