Oltre alla piazza, oltre la violenza poliziesca, c’è lo sbocco politico. Fuori degli slogan vuoti – una specialità molto italica – si tratta della risposta organizzata alla domanda strategica: come si pensa di realizzare ciò che i movimenti e gli interessi sociali pretendono?
La risposta può essere rivoluzionaria o “istituzionale” (riformatore, si diceva una volta), ma deve essere concreta. Ovvero non solo “teoricamente possibile” (delle “liste dei desideri” son piene le fosse), ma praticabile e con una base di massa adeguata. Quel che manifestamente ancora non c’è in Italia, anche se si prova a costruirla.
In Francia, al contrario, sembra esistere e avere qualche chance di successo a breve termine.
La conferma ieri a Le Bourget, grande spazio fieristico noto ai più soprattutto per l’annuale mostra sugli armamenti, ma quasi mitologico – per la sinistra francese – perché luogo da cui Mitterand lanciò la sua corsa verso l’Eliseo, segnando uno dei periodi migliori del paese.
Stavolta il terminale pensante è rappresentato da Jean-Luc Mélénchon, alla guida de La France Insoumise, formazione inizialmente nata come aggregazione multiforme ma poi consolidata in modo assai meno “assemblearistico” di quanto immaginato.
Oltre 20.000 persone, tra sostenitori e attivisti, hanno affrontato lunghe file per accedere all’immenso capannone in cui era stato installato il palco. Quasi tutti giovani o giovanissimi, ed i sondaggi confermano del resto che LFI raccoglie solo il 4% tra gli ultra-sessantenni ma è largamente il primo partito tra gli under 45. Non è un dettaglio, è un anticipo di futuro…
L’occasione era costruita per lanciare il programma di governo in vista delle presidenziali di aprile, per cui le previsioni danno LFI al ballottaggio contro Marine Le Pen, anche se con scarse prospettive di successo fino a qualche settimana fa. Poi sono esplosi i movimenti di studenti, “gen Z”, gilets jaunes, sindacati, ecc, e la situazione va cambiando rapidamente.
Il programma, contenuto nel libro L’Avenir ex commun, contiene ben 1.069 proposte di “riforma immediata” una volta al governo. Una massa ovviamente non riproducibile né in un articolo né in un discorso, ma segnata da una chiara volontà di rottura con il neoliberismo e le istituzioni che ha costruito per imporsi a dispetto dei popoli e della stessa “democrazia”.
Ne vedremo comunque alcuni passaggi fondamentali.
Il discorso di Mélénchon è stato ovviamente più “emozionale” e politico, che non analitico. E’ partito con minuto di silenzio in memoria di Pengo Bossio Wangi, ucciso negli attacchi razzisti di Trappes e La Verrière, i cui funerali si sono svolti sabato. Una scelta non rituale che conferma sia la ricchissima “composizione etnica” di LFI che la recente conquista di sempre maggiore credibilità nelle banlieue.
Detto qui in Italia, una smentita durissima di quei cronisti imbecilli, anche di qualche “giornalone” di regime, che continuano a raccontare Mélénchon come un “vannacci di sinistra”.
Negli ultimi 40 anni non era facile per nessuna forza politica “entrare” nel cuore delle periferie, consegnate ad una marginalità gestita praticamente solo con la repressione man mano che gli strumenti classici della “pacificazione sociale” (la spesa pubblica per qualche forma di welfare o servizio pubblico) venivano meno a causa delle politiche di “austerità”.
Il razzismo è stata la cifra ideologica a giustificazione dell’emarginazione e della violenza poliziesca, che ha consolidato negli anni quella “sensazione” di estraneità che si è andata traducendo in astensionismo pressoché totale.
Agli abitanti multietnici e multireligiosi delle periferie LFI si è rivolta dicendo “siete tutti francesi”, senza distinzioni, come nella nazionale di calcio o nello sport in genere. Merito anche di una bandiera che lassù significa “rivoluzione sociale” e abbattimento della monarchia, non una furbata savoiarda come qui da noi, e che quindi viene sventolata per rivendicare il diritto a parlare, contare, decidere. Contro le esclusioni in base al reddito.
E qui Mélénchon, parlando, ha affondato i colpi. Nelle manifestazioni, è “la brutalità della violenza della polizia” l’unica risposta macroniana alle aspettative espresse da parti crescenti della popolazione. E il Rassemblement Nationale di Le Pen una congrega di servi del capitale che “Non ha idee, a parte il razzismo“.
Ok, ma come si pensa di cambiare la Francia, paese occidentale perno (con la Germania) dell’Unione Europea e della Nato? Come si può davvero “cambiare tutto” all’interno di un insieme in cui i cambiamenti sono vietati? Chiedete a Tsipras e Varoufakis per i dettagli…
La risposta è drastica. Se eletto presidente, Mélénchon e LFI non rispetterebbero le attuali norme UE che palesemente impediscono di attuare il programma. E si propongono di arrivare ad un “nuovo patto” per l’Europa, riscrivendo una lunga serie di trattati per abbandonare parti fondamentali del quadro normativo dell’UE; tra i principali, ovviamente, i limiti al debito e al deficit, la sospensione delle norme sulla concorrenza per i servizi pubblici, a partire dall’energia, i trasporti e le telecomunicazioni.
Allentando o abolendo le leggi che impediscono “gli aiuti di Stato”. Perché, come dimostra la crisi occidentale ed il benessere cinese, lo Stato deve intervenire sull’economia, non limitarsi a guardare o a favorire le imprese (che una volta fatto il pieno di profitti, se ne vanno).
“Attueremo immediatamente il nostro programma a livello nazionale. Ciò richiederà quindi uno scontro con le istituzioni europee“, si legge nel manifesto della France Insoumise. “Questo significa anche disobbedire alle regole che ci ostacolano, quando necessario“.
“La nostra logica è semplice. Finché non si raggiungerà un accordo sulla modifica dei trattati, negozieremo con i nostri partner e, parallelamente, disobbediremo alle regole di blocco. Se arriveremo a un accordo, lo sottoporremo a referendum“.
Anche la Banca Centrale Europea dovrebbe essere “posta sotto controllo democratico e mobilitata per finanziare la transizione ecologica e sociale”.
Addio, di fatto, a questa Unione Europea che risulta “unita” quando deve demolire la coesione sociale tramite il controllo delle politiche di bilancio, ma per il resto non serve nulla, anzi è un danno (guardate a Kaja Kallas e ne avrete la dimensione).
I suoi avversari – sia “centristi” (macroniani o “so tramite il controllo delle politiche di bilancicialisti” alla Glucksmann) sia neofascisti – sono invece assolutamente proni ai diktat che anche loro hanno contribuito a fissare nei trattati. L’ex premier Philippe, non a caso, ha criticato il programma economico di LFI come “comunista”.
Qui in Italia, di fronte alla prospettiva di “vincere” partirebbe immediatamente il coro che consiglia “moderazione”, di “guardare al centro”, di “ridurre le divisioni”. Mélénchon si muove all’opposto. «Altri commentatori mi consigliano di moderare i toni per risultare più gradevole e meno divisivo. Non lo farò», ha tuonato davanti a una platea giovane che intonava canti antifascisti e invocava la vittoria. “Ho solo una proposta ragionevole da farvi: tutto deve cambiare“.
Sia chiaro: non è una linea “rivoluzionaria”, ma rappresenta un “riformismo radicale” che appare impensabile nel paese degli inciuci, dove il Pd e la Meloni sono assolutamente sulle stesse posizioni per quanto riguarda tutte le questioni decisive (guerra, debito pubblico, spesa sociale, riarmo, guerra in Ucraina, con gli Usa contro l’Iran, ecc).
Vale la pena, insomma, di tener d’occhio quanto accade a un metro dal nostro confine occidentale. Le valanghe iniziano con piccoli smottamenti, se di dimensioni adeguate. Specie quando la pressione popolare comincia ad incrinare le strutture del “Palazzo”…
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