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No Rossanda, stavolta sbagli. Completamente

Il motivo principale è politico: Rossanda, contrariamente a quanto ha fatto per una vita, non accenna neppure ad abbozzare un’analisi strutturale di cosa sia il conflitto che divide la Libia, di quale società lo alimenti, del rapporto sempre problematico tra le categorie del pensiero politico illuminista e realtà (sia la nostra che quelle lontane da noi). Stavolta si accontenta di trovare un rapporto empatico con la rivolta purché sia. E di trovare in fondo giusto qualsiasi tipo di intervento – anche se ne avrebbe preferiti altri – pur di togliere di mezzo un «dittatore».

 

Messa così, non si può più discutere nulla: da un lato un dittatore, dall’altro degli insorti. Non c’è problema a scegliere, per noi che veniamo – come filone di pensiero – dai monarcomachi. Ma, appunto, «la lotta contro i monarchi» risale al ‘600 occidentale, ai primi fermenti politici di una borghesia ancora sotto il tallone dell’aristocrazia, a una società ancora non completamente uscita dal medioevo. La realtà attuale sembra un poco più complessa. Ridurla a una logica binaria (o col tiranno o con gli insorti) non fa onore a nessuno. A Rossanda men che ad altri, se non altro in virtù delle tante battaglie condivise insieme (contro «l’emergenza», per dirne una che ha qualcosa a che fare con questa discussione).

 

Qualsiasi logica è più complessa di quella binaria. Facile dunque attaccare i tentativi di descrivere la complessità del quadro come «divagazioni» rispetto alla domanda messa in cima a tutto: «noi che facciamo?». Gino Strada ha sempre risposto molto bene a questa domanda. Non è l’unica risposta possibile, naturalmente. Ma indica la caparbia intelligenza di non farsi chiudere nella logica binaria quando «ormai» la guerra ha avuto inizio e «quindi» si può soltanto scegliere da che parte stare.

 

A noi sembra evidente che quella libica non sia una rivolta popolare, ma una guerra civile su base tribale. Mentre in Tunisia, Egitto, Yemen, Siria, Bahrein ci sono state e proseguono rivolte popolari. Dov’è la differenza? Nella struttura sociale, nei rapporti tra le classi, nella struttura del potere. Tutti questi poteri sono dittature in senso tecnico. La famiglia del tiranno è il fulcro del potere, concentra nelle proprie mani la ricchezza del paese, si riserva e prepara la successione. Come nelle monarchie classiche, ma senza investitura divina. Hanno sparato e sparano sulla propria popolazione, sempre completamente disarmata.

Perché non li attacchiamo? Temiamo di sapere la risposta e forse meglio di noi la sa Rossanda: se anche qualcuno di questi paesi ha del petrolio, lo gestisce qualche multinazionale occidentale; e i dittatori locali si accontentano di royalties assai più base di quelle pretese da Gheddafi (il 90%). Lì, come nel Bahrein invaso da Arabia Saudita e Qatar per sedare la rivolta, un dittatore si può tollerare benissimo. E non parlare troppo di diritti; né umani né democratici.

 

Rossana si autocritica per aver pensato che «i popoli arabi avessero bisogno di una mano forte per imparare a governarsi, per cui ho fatto affidamento ai partiti Baath, ai Gheddafi, financo a Khomeini. Non è vero che basta essere nemici degli Stati Uniti per essere dalla parte giusta. Non è vero che chi è un loro nemico è un amico nostro».

E’ vero, è stato un errore comune a sinistra, per quanto storicamente giustificabile; una confusione irreparabile tra schieramento geostrategico (pro o contro il «socialismo reale») e scala dei valori. Nella politica mondiali è difficile trovare esempi di «amicizia disinteressata». Non sono stati molti i Che Guevara. E le «brigate internazionali» della civiltà – del socialismo e della democrazia radicale, diciamo meglio – non si sono più viste da prima della guerra in Vietnam. Abbiamo visto invece quelle integraliste, messe su dagli Stati Uniti in Afghanistan in funzione antisovietica e poi sfuggite al controllo.

E’ vero che, come non c’è più il «campo socialista», così non c’è più un «movimento dei paesi non allineati»; dove, sì, era possibile credere che «un po’ di dittatura» fosse un male necessario per trarre fuori dalla preistoria interi pezzi di umanità e farli diventare nazioni.

Oggi ogni paese fuori dal G20 sopravvive con alleanze a geometria variabile sul piano internazionale, e solo raramente – in America Latina, soprattutto – con un sistema di regole democratiche decente.

Le dittature del mondo, vogliamo dire, diventano «nemici» dell’occidente solo quando – per qualche motivo, non sempre strategico (pensiamo al Noriega di Panama) – «un figlio di puttana» smette di essere «il nostro figlio di puttana».

 

Vediamo quello che chiunque può vedere. Da quando esiste la «guerra umanitaria» si approfitta di conflitti interni a certi paesi – durissimi, atroci e spesso infami – per intervenire, spezzarne l’unità territoriale, appoggiare una parte contro l’altra (memorabile l’Uck kosovara con cui nessuno vuole ancora oggi avere rapporti), e determinate assetti che nulla hanno a che vedere con la «protezione della popolazione civile» e tutto con gli interessi strategici (petroliferi e non). Il destino della Libia sembra scritto: da un lato una Tripolitana «sgheddafianizzata», con poco petrolio e nessun alleato, dall’altra una «Grande Cirenaica» con molto petrolio e nessuna indipendenza fattuale.

La frantumazione degli stati corre parallela alla frantumazione dello «stato sociale» in Europa (e anche di quel poco che c’era negli Usa), dei «corpi intermedi» non assimilati (i sindacati che pretendono di rappresentare i lavoratori invece che fornire loro un «servizio a pagamento»), dei connettivi sociali degli stati (istituti di previdenza, sanità e scuola pubbliche).

Si tende «obiettivamente» a creare un vertice ristretto di potenti con poteri globali, e una massa di micro-soggetti senza nessuna autonomia. Non diciamo neppure che sia un «progetto dell’imperialismo». E’ semplicemente un processo storico che accompagna la globalizzazione e la crisi del capitalismo.

E’ un processo che macina esseri umani in misura immensamente superiore a quella che qualsiasi dittatore possa fare. In modi altrettanto crudeli e violenti.

Noi, con questo processo, non vogliamo collaborare. Vorremmo invece, umanamente, fermarlo. Che Rossanda abbia detto «basta» a se stessa e alla propria capacità di distinguere, ci dispiace.

Ma non la seguiremo.

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