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Il 25 Aprile è “divisivo”, inevitabilmente

Il 25 aprile si celebra la Liberazione, ma da cosa? Dal nazifascismo, storicamente e praticamente.

Grazie a chi? Grazie a chi ha combattuto contro quei mostri, permettendo a questo paese, a tutta Europa e a gran parte dell’Asia di cercare ognuno la propria strada senza più quel sistema di sfruttamento razzista e suprematista sul groppone e che aveva trascinato il mondo in guerra.

Poi abbiamo il 25 Aprile in Italia, il 9 maggio (la conquista del Reichstag, a Berlino da parte dell’Armata Rossa sovietica) per tutta Europa, il 6 e 9 Agosto – dopo due bombe atomiche statunitensi, però – per l’Asia orientale.

Date diverse, con feste diverse, per partecipazioni popolari differenti quanto a dimensioni, radicalità, peso politico e militare.

Per chi, dunque, il 25 Aprile è “divisivo”? Solo per chi allora è stato giustamente sconfitto. Che pure è sopravvissuto e addirittura governa, costretto magari a far finta di non essere davvero una filiazione diretta di quell’orrore.

Il 25 Aprile, in Italia, è insomma una festa per noi antifascisti – senza neanche stare a distinguere tra comunisti, socialisti, popolari, ecc – e una tragedia per “loro”.

Poi, sicuramente, questa data è diventata nel tempo una ricorrenza quasi senza contenuto, una scadenza sul calendario da celebrare burocraticamente, addirittura abbozzando vergognosi tentativi di equiparazione tra opposti combattenti (cominciò Luciano Violante, da presidente della Camera, eletto col Pci e ci ha riprovato in questi giorni La Russa come presidente del Senato).

Le istituzioni hanno fatto di tutto, in modo bipartisan, per renderla innocua. La realtà storica, con la sua sincera brutalità, l’ha rimessa al centro dello scontro politico e ideale. Diciamo, da qualche anno…

In tutta Italia, ieri, chi voleva festeggiare in modo politicamente sano questa data – anche senza voler star lì a distinguere tra comunisti, socialisti, popolari etc – ha dovuto affrontare diverse provocazioni. Diverse ma convergenti, sia politicamente che internazionalmente.

Non è un mistero, infatti, che Israele, Ucraina, l’ormai inesistente “Persia dello Scià”, gli Stati Uniti di Trump, etc, fascisti nascosti o dichiarati di tutta Europa, al governo o lì lì per arrivarci, siano oggi “l’Internazionale nera” che ha assunto i caratteri genetici del nazifascismo come propria identità: il suprematismo (per alcuni di “razza”, per altri “di “cultura”, o “fede economica”, o un mix di queste con la “religione”), la propensione al genocidio, l’uso della forza come unico strumento di governo (nazionale e internazionale).

Cercare di portare i vessilli dei governi genocidi nelle manifestazioni per la Liberazione antifascista è insomma una provocazione cosciente, deliberata, premeditata. E come tale va trattata. Per fortuna così è stato.

Gli episodi chiave sono avvenuti a Roma e Milano. Nella Capitale la componente ultrasionista della comunità ebraica – la più grande e violentemente sionista d’Italia (con addirittura membri nelle forze armate israeliane partecipanti al genocidio di Gaza, ed anche qualche caduto) – aveva finalmente rinunciato a provocare disordini ed aggressioni, ma è stata sostituita da una pattuglietta minima di “radicali” (una decina al massimo) venuta alla manifestazione soltanto per sventolare bandiere ucraine.

La cosa interessante da ricordare – e uno come Gad Lerner potrebbe sicuramente raccontarlo con molti dettagli, venendo la sua famiglia da quelle parti – è che l’attuale governo di Kiev, insediato con un golpe statunitense nel 2014 (il “majdan”), è da allora composto da nazisti dichiarati che, non per caso, hanno riesumato il mito di Stepan Bandera: collaboratore dei nazisti, membro delle SS, sterminatore di ebrei e comunisti, che chiuse la sua vita una decina di anni dopo la fine della guerra in Germania, giustiziato dal Kgb.

Che l’attuale presidente ucraino sia un ebreo è interessante solo per registrare che quella lontana inimicizia totale dei nazisti verso i fedeli di questa religione è stata infine superata “grazie” al sionismo. Oggi Israele è uno dei primi alleati del regime di Kiev, con grandi scambi di tecnologia ed esperienze militari. Il genocidio li divideva, il genocidio (dei palestinesi, però) li unisce.

A Milano, invece, se ne sono dovuti andare dal corteo i sedicenti rappresentanti della “Brigata ebraica” presentatisi nello stesso spezzone con i monarchici iraniani e i fascisti ucraini, con grande scorno e lamentazioni dei sionisti tutti d’un pezzo, tipo quell’Emanuele Fiano – membro del Pd e dell’ala “Sinistra per Israele”, dato in uscita anche da quel partito perché “troppo tenero” con i palestinesi (!) – che alle telecamere racconta di aver sentito da una singola persona ignota la frase sicuramente ignobile “Siete saponette mancate”. Roba che manco un seguace di Goebbels direbbe oggi in una piazza antifascista (per autotutela, se non altro)…

E’ stato l’unico a sentire una cosa del genere. Conoscendolo, si sarebbe potuto scommettere sul fatto che se l’è inventata. Ma non abbiamo trovato un allibratore disposto ad accettare la puntata. Troppo scontata…

Anche su questo vanno ricordate un po’ di cose. La “Brigata ebraica” davvero esistita era un piccolo reparto dell’esercito inglese, che operò in Italia sotto il Comando Alleato, negli ultimi rastrellamenti di fascisti e tedeschi, ormai in fuga, assommando in tutto una trentina di caduti nel più grande massacro che la Storia ricordi. Onore a loro, sicuramente. Nessuna “resistenza”, però, nessuna partecipazione all’insurrezione partigiana, ma una parte marginale in un esercito regolare. Al pari dei gurka nepalesi o dei marocchini, insomma. Di cui nessuno si ricorda più, nonostante perdite certamente superiori.

C’è da segnalare anche che fino al 2006 neanche le Comunità ebraiche si ricordavano di quella “Brigata”, tanto da partecipare al 25 Aprile in forma privata, chi voleva, chi condivideva l’antifascismo, mica in forma organizzata sotto le bandiere in un altro Stato etnico-religioso basato sull’apartheid…

Poi, improvvisamente, la pretesa di rappresentare una parte “decisiva” nella Resistenza partigiana, portando così le bandiere di Israele in un contesto in cui – a Gaza e in Cisgiordania – i massacri si susseguivano a intervalli regolari come le stagioni.

Di lì era iniziata l’annuale contrapposizione tra “sedicenti resistentifasciosionisti e sinistra autentica. Di lì lo scivolamento complice dei “democratici” e di alcuni dirigenti dell’Anpi verso una condiscendenza silente nei confronti delle politiche israeliane. Fino al genocidio di Gaza, che ha squarciato il velo…

Dopo ieri, non sarà più possibile condividere la stessa piazza, neanche per “quieto vivere”, con gente che ritiene giusto e normale un genocidio o la supremazia razziale. Neanche per chi, da “democratico”, ha sempre desiderato una celebrazione “non divisiva”.

Non siamo noi a dirlo. Lo ha fatto capire esplicitamente quel criminale che a Roma ha sparato – ad aria compressa, per fortuna – contro una coppia di antifascisti democratici con al collo il fazzoletto dell’Anpi, cercando di colpirli in faccia per fare danni seri.

Perché si può far finta quanto si vuole che un “vaffanculo” in piazza sia “violenza inaccettabile”. Ma per un vaffa non è mai morto nessuno, neanche nell’amor proprio.

I fascisti come lo sparatore di Roma, invece, non fanno di queste bizantine distinzioni tra “democratici” e comunisti, rivoluzionari, antagonisti.

I fascisti sparano nel mucchio. Proprio come l’Idf o il battaglione Azov…

P.S. La distinzione tra “ebreo” e “sionista” è semplice (un po’ come quella tra “cattolico” e “inquisitore”, tra “italiano” e “fascista”, o tra “tedesco” e “nazista”, ecc) e ognuno la capisce al volo. A Milano, per esempio, nel corteo c’erano diversi ebrei, con il loro striscione antifascista, e nessuno si è sognato di allontanarli. Anzi…

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