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La sirena d’allarme di Parco Schuster

Il gesto del ragazzotto che a Roma ha sparato – con una pistola ad aria compressa, ma mirando alla faccia – contro due “antifascisti qualunque”, riconoscibili dal fazzoletto dell’Anpi al collo, rompe un primo tabù fasullo ma diffuso: si può essere ebrei e fascisti contemporaneamente.

Non è una novità, nella realtà storica. Lo sono stati in tanti, negli anni ‘20 e ‘30, così come in tantissimi sono stati comunisti o socialisti o liberali. Ebrei si nasce, così come cristiani o musulmani. L’opinione politica individuale e lo schieramento nel mondo si costruisce nel tempo, crescendo in un ambiente sociale e culturale che incide altrettanto o più della tradizione religiosa alla nascita. 

Questa rottura nella “narrazione”, che permetteva ai sionisti di dichiarare se stessi “oggettivamente antifascisti” solo perché nati ebrei ed “antisemiti” anche tutti quelli che criticano Israele (ci sono sempre stati gli antisemiti veri: quelli che odiano gli ebrei in quanto tali), ha la sua importanza politica perché mostra fisicamente che la pretesa di identificare sionismo, ebraismo e Stato israeliano è pura propaganda. Fascista, in versione sionista.

La definizione di fascismo, nell’essenza, non si identifica infatti solo con un particolare regime politico, con tanto di gagliardetti, olio di ricino, manganelli e passo dell’oca – “roba finita da 80 anni”, dice sempre l’attuale premier che da lì discende – ma con una ben precisa concezione dell’umanità. Che non sarebbe, in quella visione, composta di individui e popoli con eguali diritti, capacità e dignità, ma ontologicamente divisa tra un “popolo eletto” e untermenschen (sottouomini, ndr) che esistono solo per servirlo o combatterlo.

L’essenza di ogni tipologia di fascismo è dunque il suprematismo, la pretesa ideologica di una “superiorità naturale” di un certo insieme umano rispetto a tutti gli altri.

Questa “superiorità” può essere addebitata a una “razza” (i bianchi, gli “ariani”, ecc), e allora vi riconosciamo il nazifascismo storico. Sempre ricordando, però, che nel neonazismo del 2000 – per esempio nelle dichiarazioni di Brejvik, l’autore della strage di Utoja – gli ebrei vengono “riconosciuti come bianchi” e dunque considerati, “bontà loro”, dei pari grado.

Oppure può essere fatta risalire alle scelte cervellotiche di un dio immaginato in tempi preistorici, come nella Bibbia depurata dai Vangeli, che abbiamo descritto analiticamente in altra sede.

Il ragazzotto di Roma – che comunque aveva in casa anche due pistole vere – è cresciuto in un ambiente suprematista e sionista, a cavallo tra Monteverde e viale Marconi, dove numerose sono state in questi ultimissimi anni le aggressioni a singoli e piccoli gruppi che portavano la kefiah. Solo sei mesi fa, circa, gli studenti del liceo Caravillani erano stati investiti da una squadraccia sionista guidata da Riccardo Pacifici, nota figura centrale ed estremamente “militarista” della comunità romana. Nella stessa zona fu pestato un medico dei Sanitari per Gaza reduce da una iniziativa e ci sono stati vari attentati al centro sociale La Strada. Ultima in ordine di tempo, tre giorni fa, la vandalizzazione dell’aula “Gaza” degli studenti all’università di Roma Tre.

E’ andata certamente peggio ad altri, come nel caso di Chef Rubio, preso a martellate sotto casa da un gruppo di picchiatori che – stranamente – non sono mai stati individuati, nonostante ormai ci siano telecamere ovunque.

Il ragazzotto si è rivendicato come membro della “Brigata ebraica” e qualcosa significa. Non di quella storica sciolta nel 1946, evidentemente. Ma di un insieme – formalizzato o meno – attivo in questo momento.

E’ scontato, persino ridicolo, il comunicato diffuso da Eyal Mizrahi – più noto come “definisci bambino” – che recita: “La Brigata Ebraica ribadisce con forza di non conoscerlo, non avere tra i suoi membri persone che rispondano a questo nome. Sottolinea anche di non aver alcun rappresentante né iscritto nella città di Roma“.

Qui il problema non è l’iscrizione formale o meno ad un “ente” chiamato con quel nome, ma l’essere e il sentirsi parte di una “comunità sionista” che collega “soldati” presenti in questo Paese e lo Stato di Israele.

Su il manifesto di oggi, il “sionista buono” Gad Lerner ammette che da tempo è in atto una “degenerazione squadristica di elementi che – in nome di una supposta «autodifesa» – minacciano e aggrediscono nelle scuole e per strada chi individuano come nemico di Israele”.

Una degenerazione favorita o fomentata da “Leader irresponsabili hanno sospinto al fanatismo questi giovani. E di fronte ai numerosi episodi di violenza che li ha visti protagonisti a Roma è stata calata una coltre di omertà, purtroppo anche da parte delle forze dell’ordine”. Fanatici che non esitano, pare, a minacciare persino lui in quanto “quasi antisemita”.

Ma non si tratta di “gruppetti di fanatici”. Una parte consistente e dirigente delle comunità ebraiche italiane ha “importato la guerra mediorientale in Italia”, costruendo nei fatti una milizia a doppio passaporto che è andata a combattere a Gaza o nel sud del Libano nei ranghi dell’Idf.

Secondo le stime si tratta di più di 800 persone, con alcuni che vi hanno anche perso la vita, anche se l’unico nome uscito sui giornali – forse per la parentela famosa – è quello di Daniel Maimon Toaff, 23 anni, morto a Gaza nel 2024, addirittura come vicecomandante della brigata Givati.

Gente che si è addestrata, ha combattuto, ha introiettato le tecniche militari israeliane e l’atteggiamento generale dell’Idf nei confronti dei nemici: “animali umani”, come se ne uscì il comandante dell’esercito Yoav Gallant (giustamente inseguito da un mandato di cattura internazionale della Corte dell’Aja per genocidio, al pari di Netanyahu).

Gente che si identifica in Israele e nei suoi attuali dirigenti, il cui “discorso” al resto del mondo si sintetizza in poche frasi, ripetute ossessivamente in qualsiasi contesto, che significano soltanto: “ammazzeremo tutti quelli che ci ostacolano”. Ovunque.

La domanda che va posta al governo italiano – quello attuale, quelli passati e quelli futuri – è perciò: è normale o tollerabile che del personale militare “irregolare” di un esercito straniero sia libero di muoversi armato nei confronti della popolazione di questo Paese?

La domanda non è né oziosa, né “ideologica”. Se, come noi auspichiamo e come sta diventando sensibilità comune nel popolo italiano e di molti altri paesi, si dovesse arrivare alla rottura dei rapporti diplomatici e commerciali con Israele, questa “quinta colonna militare” cosa farà? E verrà neutralizzata oppure in qualche modo “accompagnata”?

Hanno doppio passaporto, il che torna magari utile per viaggiare anche in paesi che in genere non accolgono israeliani. Ma non si possono avere “doppie fedeltà”, tanto meno sul piano militare.

Il gesto del ragazzotto romano dovrebbe risuonare come una sirena d’allarme, perché dimostra che la guerra è arrivata in casa. E’ già qui.

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1 Commento


  • Luigi

    Non solo si può essere ebrei e fascisti contemporaneamente, ma mi sembra proprio che oggi da Trump a Milei, da AFD in Germania a Le Pen, da Meloni a Orban, i migliori amici dei sionisti israeliani siano i fascisti in giro per il mondo.

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