La contestazione al comizio del campo largo a Napoli e le polemiche politiche che ne sono scaturite, offrono materia di riflessione sulla “faglia” che separa l’opzione del centro-sinistra da quella di una alternativa politica a tutto campo.
La stessa organizzazione del comizio dei leader di Pd, M5S, AVS parla da sola, fin dalla scelta della piazza; non proprio enorme e per quasi metà occupata da lavori stradali. Non erano certo attese “le masse”…
Pochissima gente comunque, come si è visto anche nelle tv più “amichevoli”, nonostante la presenza di leader nazionali; una prevalenza di funzionari, addetti stampa e professionisti della politica, senza i segmenti sociali di una metropoli fortemente contraddittoria come Napoli.
La totale sorpresa nel venire invece messi a confronto con questo tipo di contraddizioni – dai disoccupati agli attivisti che da tempo e con dovizia di dettagli segnalano i buchi della governance del centro-sinistra sia a livello comunale che regionale (dove governa il “campo largo”, non la destra) – segnala piuttosto un’ormai mortifera abitudine a vivere “nel palazzo”, nelle sue regole, consuetudini, mediazioni senza visione né contatto col mondo popolare.
La somma di queste “manchevolezze” dice molto, quindi, sul fatto che il campo largo di CENTRO-sinistra (i rapporti di forza sono chiari..) stenta e stenterà parecchio a indicare una prospettiva attraente per la massa di persone che da tempo lo ritengono parte del problema, non la soluzione.
A ben poco, e a torto, volano le accuse lanciate contro gli attivisti del Potere al Popolo di “fare un favore alla Meloni” o di “contestare il centro-sinistra invece che la destra”. Sulla seconda questione parlano le centinaia di denunce collezionate dagli attivisti di Potere al Popolo nelle mille manifestazioni contro il governo, i suoi ministri o gli esponenti sionisti. Manifestazioni da cui gli esponenti del campo largo si sono sempre tenuti a timorosa distanza.
Un riflesso condizionato, automatico, per chi nella testa e nell’anima ha introiettato il “bipolarismo obbligato” tra campi politici che, una volta al governo, devono soltanto seguire le indicazioni del “pilota automatico” inserito nei trattati europei e in quelli Nato.
Un automatismo che da 35 anni (crollo della Prima Repubblica e “discesa in campo” di Berlusconi) esclude qualsiasi ipotesi di alternativa dal novero delle possibilità concrete. Chi ci vive dentro non immagina più neanche che “fuori” le cose possano andare diversamente. Tutti allineati dietro il suprematismo europeo ed occidentale, tutti convinti di vivere nel “giardino”, felici di starci perché fuori “c’è la jungla”.
Certo, c’è qualche differenza tra centrodestra e centrosinistra. Un po’ di ambientalismo contro il negazionismo climatico assoluto, un po’ di diritti civili contro un bigottismo ipocrita e fuori tempo, ma nulla di importante sulla condizione dei lavoratori, nessun limite allo strapotere delle imprese, nessuno scarto sui vincoli dei trattati internazionali.
E’ l’accettazione del mondo dopo l’illusione della “fine della storia”, della globalizzazione a guida statunitense, senza alternative (il “Tina” thatcheriano diventato “costituente”).
Eppure proprio quel mondo sta sfaldandosi sotto i nostri occhi. Gli scricchiolii che erano emersi con la fuga Usa/Nato dall’Afghanistan sono diventati mezzi tuoni con l’impasse contro l’Iran, la guerra in Ucraina, l’emersione del mondo multipolare.
Su questo non c’è nessun “pilota automatico” a indirizzare il ceto politico residuale. Che infatti si frantuma subito ad ogni domanda. Sì o no al riarmo? Sì o no al genocidio dei palestinesi? Sì o no alle guerre in Medio Oriente e contro la Russia? Per cosa dovrebbe spendere lo Stato? Restare o uscire dalle alleanze militari che preparano la guerra mondiale? Limitare o no il dispotismo delle aziende?
Invece di rispondere in modo “testardamente unitario”, il cosiddetto campo largo è un deserto di proposte, un cimitero di slogan innocui e impotenti o di proposte divaricanti. Tutta la prospettiva resta chiusa alla delimitazione di un “campo interno”, a livello nazionale, per tenere viva la possibilità di un’alternanza al governo che non diventerà mai un’alternativa.
Farglielo notare in piazza – l’unico luogo in cui il diritto di parola non può essere occultato neanche dal sistema mediatico-imprenditoriale – diventa così un’offesa personale. Come quando si indica che il re è nudo.
Il ritornello dell’”unità contro la destra”, anche e soprattutto “obtorto collo”, era inefficace già ai tempi dell’antiberlusconismo retorico che ha “suicidato” la sinistra. Riproporlo oggi, in un mondo in evoluzione veloce verso un radicale cambiamento d’epoca, ponendolo peraltro come unica motivazione valida per ingoiare il rospo, ha scarsissime possibilità di riuscita.
La logica del “meno peggio” non cattura più nessuno. L’astensionismo crescente lo dimostra ad ogni tornata elettorale.
La gente non voterà il campo largo solo per fare un dispetto a Meloni e al campo neofascista. Ne abbiamo avuto già parecchie prove. E “moderare” le istanze di cambiamento – il classico ruolo di Avs – non servirà ad attrarre voti “moderati”, ma solo ad allontanare interessi sociali che nessuno vuol rappresentare, se non per finta.
Sviluppare un’alternativa di sistema, paradossalmente, è l’unico tentativo concreto per invertire una tendenza che altrimenti sembra già segnata: crisi, dispotismo, guerra.
Su questo, pare chiaro, il “campo largo” reagirà sempre col terrore negli occhi.
La contestazione di Potere al Popolo di questo parla. Ed è stata persino condotta in modo civile, limitata a tutte le contraddizioni note del campo largo.
La Storia, quando bussa alla porta, è in genere assai meno educata.
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