Se butti un sacco di rifiuti in mezzo alla strada, o ai margini, giustamente sei passibile di multa. Gli scarti, in qualsiasi civiltà esistita fin qui, vanno gestiti secondo metodi magari non sempre efficaci, ma condivisi, nel tentativo di rendere migliore la vita sociale. Quella di tutti, insomma.
Ma come possiamo definire una sedicente “civiltà” che tratta gli esseri umani, ossia i propri stessi membri, come sacchi di rifiuti da smaltire clandestinamente?
In quel di Caivano – dove il neofascismo governante ha preteso di presentarsi come “lo Stato” addirittura con un decreto apposito – un operaio di 61 anni, Salvatore Calignano, appena caduto da un tetto o da un’impalcatura, è stato buttato sul ciglio di una strada quando era ancora vivo. Solo dopo, con tutta calma, e con una chiamata anonima, sono stati allertati i soccorsi.
Non è il primo caso. Tutti ricordano quello di Satnam Singh, bracciante indiano assunto in nero a Borgo Santa Maria, in provincia di Latina, che due anni fa fu agganciato da un macchinario che gli schiacciò le gambe e staccò un braccio. Anche lui fu abbandonato ancora vivo per strada, davanti alla casa dove abitava, insieme al braccio amputato. Ovviamente morì dissanguato.
Potremmo fare altri esempi, perché specie l’agricoltura e l’edilizia non mancano di produrre incidenti evitabilissimi, con lavoratori quasi sempre in nero, in condizioni da piantagione di cotone dell’800.
Due punti fanno una linea, molti punti disegnano una figura. Orrenda, ma che va guardata in faccia.
I pezzi di merda razzisti liquidarono alla svelta il caso di Satman Singh perché “un indiano in più o in meno, cosa vuoi che cambi”. Salvatore era però indubitabilmente “italiano, cristiano, padre”, come ama ripetersi una certa presidente del consiglio.
Segno certo che “gli imprenditori” di questo disgraziato Paese non sono affatto razzisti. Ammazzano chiunque, qualsiasi sia il colore della pelle, la fede religiosa, lo status anagrafico, il passaporto in tasca. Il loro unico faro sono i soldi, l’unico diritto in cui si riconoscono è quello all’impunità.
E dunque per loro un cadavere, o anche un lavoratore ferito, in una condizione lavorativa illegale (per assenza di contratto e di misure di sicurezza”), è uno scarto da smaltire aumma-aumma, tossico come quelli che sversa nei torrenti o nei fossi.
Questo ridurre l’uomo a spazzatura, quando non serve più (non può più lavorare e produrre), non è la malattia di qualche bastardo particolarmente infame, che intende arricchirsi in qualsiasi modo e senza mai pagare dazio.
E’ la cifra sotterranea ma autentica di un sistema di vita. É la logica del “fondo avvoltoio” che sfratta un anziano – a Madrid come a Roma, a Parigi come a Berlino – perché gli affitti brevi del turismo di massa garantiscono entrate più alte.
E’ la logica degli Stati nell’era dell’austerità, che tagliano le pensioni future, allungano l’età lavorativa, non adeguano all’inflazione i trattamenti già in atto. Condannando ad una vita più corta e più stentata milioni di ex lavoratori.
E’ la logica dell’Ice a caccia di “stranieri da remigrare” a forza, separando se capita madri, padri e figli minori.
E’ la logica di Israele a Gaza e in Libano, appena rivestita di suprematismo razziale e promesse bibliche, ma egualmente fondata sulla riduzione dell’essere umano a rifiuto di cui liberarsi al più presto.
E’ la logica che vede la guerra come soluzione per tutti problemi insieme, perché riduce la complessità eliminando interi pezzi si mondo. Una visione lunga zero centimetri, che neanche si è accorta del fatto che le masse giovanili da gettare nel tritacarne del dio Marte oggi non ci sono più, striminzite dal gelo demografico, a dimostrazione visibile che i salari oggi disponibili sono al di sotto della soglia di riproduzione della forza lavoro.
Ma chi considera gli umani come risorsa da spremere fin quando non diventano scarti da far sparire non può immaginare altro futuro che per sé. “Finché non ne resterà soltanto uno”, diceva un film…
Questo è l’Occidente alla fine della fase neoliberista. Questo è “il giardino” di cui parlava Borrell. Praticamente un cimitero…
P.s. L’immagine era stata pubblicata da ValdiChianaSenese
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