Menu

Il detonatore francese

Dopo 48 ore di scioperi e scontri persino i media italici, ormai tra i peggiori del mondo, si sono accorti che in Francia c’è una mobilitazione generale contro il governo. Nel nostro piccolo ce n’eravamo accorti subito, ma si sa, siamo “tendenziosi”.

Date a questi poveri servi ancora qualche giorno e si accorgeranno che la destra di Le Pen è completamente fuori da questo circuito di lotte, mentre “il centro” – il presidente uscente Macron, il premier Lecornu, i gollisti, i complici “socialisti” di Glucksmann, frattaglie varie – è ovviamente il bersaglio contro cui il popolo si va muovendo.

Lo si capisce per esclusione: tutti costoro hanno come nemico soltanto Jean-Luc Mélenchon e il suo partito-movimento, La France Insoumise. Il motivo è trasparente: ad aprile si vota per eleggere il nuovo presidente, e – per ora – non sembra poter essere un “centrista”.

Protagonisti delle mobilitazioni sono stati inizialmente i dipendenti pubblici, i cui salari sono fermi da tempo immemorabile. Al loro fianco sono scesi subito gli studenti delle superiori, soprattutto, alle prese con una scuola pubblica ormai fatiscente quasi quanto quella nostrana. Lo si capisce delle rivendicazioni: classi meno affollate, orario scolastico più breve, più risorse anche per l’aria condizionata.

Ma l’obiettivo principale resta il “Parcoursup”, un cervellone elettronico centralizzato che pretende di gestire il passaggio degli studenti dalle superiori all’università. Con un algoritmo sconosciuto che tende – ma guarda un po’ – a perpetuare le disparità sociali costringendo pressoché tutti i giovani “non benestanti” a restare in ambiti professionali di basso livello.

Alle proteste partecipano anche gli insegnanti, devastati da livelli salariali infimi (comunque superiori a quelli italiani…) e da una progressiva svalutazione del loro ruolo sociale.

Il governo ha reagito nel solito modo: scatenando la polizia, col risultato di brutalità contro i manifestanti e scontri durissimi in decine di città e circa 2.000 arresti, quasi tutti minorenni.

Quando qualcosa di simile avviene in Iran o in altri paesi “nemici”, sentiamo un coro unanime contro le “autocrazie che soffocano il desiderio di libertà”. Quando avviene nel “giardino europeo” sono i “nemici della libertà” che guiderebbero le rivolte.

Non vi sembra che sia ora di chiedersi della “libertà di chi” stiamo parlando?

Una mezza risposta arriva proprio dal governo francese, con Lecornu che deve elaborare una manovra finanziaria di fine anno pari a 54 miliardi, tra tagli al welfare e nuove tasse. Per i lavoratori, ovviamente…

Tra i primi obiettivi c’è come al solito il sistema pensionistico, con la previsione di un congelamento dell’indicizzazione al costo della vita. Né più né meno quel che già da molti anni avviene in Italia, ma ora i pensionati (e pensionandi) francesi vedranno dimagrire il portafoglio ad una velocità maggiore, perché il debito pubblico è arrivato al 119% del Pil e i rendimenti dei titoli di stato sono più alti di quelli italiani.

Facile prevedere che al fianco dei giovani e dei dipendenti pubblici vedremo presto in piazza anche gli ultrasessantenni. O, se non dovessero farcela fisicamente, se ne vedrà l’effetto sul voto alle presidenziali.

Un appuntamento che sembrava dall’esito già scritto, con Le Pen o Bardella (dipende dalla revisione o meno di una sentenza contro la “figlia di Vichy”) facilmente vincenti al ballottaggio contro chiunque, o addirittura al primo turno.

Che questo esito fosse comunque gradito all’establishment francese è diventato chiaro negli ultimi giorni, quando, preparando appunto “la legge di stabilità” per il 2027, ben quattro ministri – David Amiel, Roland Lescure, Stéphanie Rist e Jean-Pierre Farandou, e i funzionari al loro servizio – hanno insistito sul fatto che il testo della finanziaria è concepito in modo da poter essere rapidamente annullato o rivisto dopo le elezioni presidenziali.

Ammissione esplicita: “Si tratta di una libertà senza precedenti che desideriamo lasciare in eredità ai nostri successori, chiunque essi siano“, ha sottolineato David Amiel, Ministro dei Conti Pubblici. Strizzando l’occhio al Rassemblement National… Della serie: “potete promettere quel che volete, qualcosa potrete anche fare“. Tutto va bene, insomma, anche scassare ulteriormente i conti pubblici, pur di non mettere il potere politico nelle mani della sinistra insoumise.

Poi sono avvenute due cose impreviste. Della mobilitazione popolare e soprattutto giovanile si è appena detto. Ma altrettanto devastante rischia di essere la divisione dentro l’ultra-destra, innescata dalla pubblicazione – sulla testata Mediapart – di testi e messaggi antisemiti e complottisti prodotti proprio da Jordan Bardella, quando era ancora un giovane fascistello ai piani bassi del partito lepenista.

Le solite cose da fascisti non ancora convertiti al sionismo, come “gli ebrei controllano tutte le banche del pianeta”, oltre ad apprezzamenti per Alain Soral, teorico della “cospirazione” e “influencer” dei bassifondi. Bardella ha provato a smentire tutto, inseguito naturalmente dalle dichiarazioni indignate di quasi tutto il mondo politico francese.

Ma il problema principale viene dall’interno del suo stesso partito, dove gli avversari storici gli chiedono di “chiarire”, mentre monta il sospetto che dietro la “rivelazione” ci sia la stessa Marine Le Pen, che vorrebbe ridimensionare le ambizioni presidenziali di quello che figura come suo “delfino” e prendersi l’Eliseo.

Una spaccatura che, se si approfondirà, metterà in discussione le attese per le prossime elezioni. Una destra divisa, o comunque fortemente scossa nella credibilità “istituzionale” ed estranea ormai alla mobilitazione sociale, potrebbe non raccogliere i risultati sperati. Al tempo stesso, “al centro” ci sono più galli che elettori, tanto che nessuno al momento arriverebbe neanche al ballottaggio.

Sulla riva, o meglio sulla nave che cavalca la tempesta sociale, La France Insoumise (Lfi) va capitalizzando al massimo l’influenza sulla nuove generazioni e gli esordienti alle prossime elezioni. Oltre un terzo dei quali dichiara già apertamente di preferire Mélenchon…

Tra le buone intenzioni della Lfi c’è per esempio un ridimensionamento importante del potere dell’Unione Europea sullo Stato francese (fin qui parte integrante del “motore franco-tedesco”). Una sua vittoria, o un risultato tale da condizionare pesantemente chiunque vinca ad aprile, in quanto rappresentante politico del malessere sociale, sarebbe un detonatore potente contro un assetto antipopolare consolidato in oltre 30 anni (da Maastricht, 1992).

Sarà per questo che una parte consistente dell’establishment “macronista nel programma sociale” non vedrebbe male un’alleanza con la destra del Rassemblement National, deputato dall’”antisemita” Bardella (come se Marine Le Pen non venisse dalla stessa melma “culturale”).

Cento motivi, insomma, per tifare per il vecchio leone marsigliese…

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa
‹

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *