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IA e lavoro disperso

Dato che siamo riusciti ad avere ancora in vigore la Costituzione, cerchiamo di confrontare l’articolo 36 con il decreto lavoro dello scorso 1° maggio. Nell’articolo costituzionale si “garantisce che chi lavora abbia diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità/qualità del lavoro e sufficiente a un’esistenza libera e dignitosa. Sancisce inoltre il diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, irrinunciabili, e demanda alla legge la fissazione della durata massima della giornata lavorativa”.

Il lavoro, quindi, viene considerato non solo un mezzo di sussistenza, ma un pilastro della cosiddetta dignità.

Dati oggettivi dell’Istat mostrano però una realtà lontana da questo dettato: il 51% dei lavoratori non ha recuperato l’inflazione con una perdita di potere d’acquisto dell’8,7% in media dal 2021. L’uso capitalistico dell’IA nel nostro ultimo decreto lavoro o anche nel decreto sicurezza, poi, non viene minimamente preso in considerazione.

Si registra invece in aumento l’intermittenza lavorativa con tanto di potenzialità al licenziamento seppure l’assunzione sia stata a tempo indeterminato, viene introdotto un “salario giusto” che non mantiene affatto stabilmente una stessa capacità d’acquisto, il rinnovo contrattuale avviene sempre con almeno 1 anno o 1 anno e mezzo di ritardo senza recupero di perdita salariale, mantenendo bassi salari come controllo sociale richiede.

Non un cenno alle condizioni determinate dall’introduzione dell’IA anche in Italia, alle trasformazioni del mercato del lavoro per aumentare la produttività, ovvero lo sfruttamento lavorativo, e con previsioni di profonde modifiche di circa il 23% degli attuali lavori.

Le insicurezze ignorate relative a incidenti sul lavoro, a contaminazioni tossiche territoriali, a prevenzioni di frane scientificamente preannunciate, ecc. non frenano lo smantellamento degli ispettorati del lavoro, Asl, ecc. la cui assenza è invece garante di risparmio di costi aziendali o statali e impunità legalizzabile.

A siffatto silenzio proviamo ora a dire qualcosa nel merito. Quando per primi si avvia l’introduzione di macchine nuove, in questo caso piattaforme, nel processo lavorativo in un determinato ramo produttivo, si ottengono merci con un tempo di lavoro inferiore a quello precedentemente necessario.

Ciò significa che questa merce avrà un valore minore rispetto a quello prodotto da altri senza l’innovazione tecnologica, essendo il valore prodotto dalla quantità di lavoro necessario nel suo complesso. Quindi, la merce in questione potrà esser venduta a un prezzo inferiore relativamente al suo valore sociale, ma maggiore del suo valore individuale.

Il valore di questa merce è inferiore perché la riduzione del tempo di lavoro comporta la produzione di una stessa quantità di merce nell’unità di tempo più bassa, più veloce e pertanto meno costosa.

Nella sua vendita allora, seppure il suo prezzo appaia nominalmente inferiore a prima, e relativamente a tutti gli altri produttori che non hanno innovato, questo prezzo risulterà sostanzialmente maggiore, porterà cioè a un maggior guadagno in quanto si saranno risparmiati i costi di produzione.

Inoltre, l’aumento della forza produttiva svaluta sempre la forza-lavoro e aumenta la quantità di lavoratori occupati contemporaneamente, il che vuol dire che per il datore di lavoro (cosiddetto, se riconoscibile) l’immediato abbassamento del salario dei lavoratori occupati costituirà un aumento di guadagno, sia per una diminuzione del tempo di lavoro necessario sia per un numero maggiore di lavoratori da sfruttare.

L’introduzione dell’IA nei processi produttivi pone proprio questo aumento di guadagni sulla svalutazione di una forza-lavoro enormemente più numerosa da cui estrarre valore e plusvalore, e il cui tempo di lavoro risulterà incalcolabile secondo una forma di cottimo mimetizzato.

Si sono avviati nuovi processi di calcolo dello sfruttamento capitalistico dovuti anche all’infinita frammentazione del mercato del lavoro, rendendolo incommensurabile tra le cosiddette professioni “cognitive” (programmatori, tecnici, sistemisti, ecc.) e quelle neo-servili (ristorazione, alberghiero, e-commerce, consegne a domicilio, ecc.), caratterizzate queste ultime da salari al di sotto della sussistenza e nessuna qualificazione.

È sorta una forma di automazione sovraimposta agli esseri umani deprivati della proprietà intellettuale, e usata quale sussunzione reale al capitale della conoscenza sociale storica.

Di nuovo risparmio di costi. Molte aziende ovunque investano nell’IA generativa per velocizzare molti tipi diversi di lavoro, seguono l’esempio dell’adozione da parte di imprese concorrenti. Alcuni si chiedono chi guiderà il cambiamento tecnologico indicando la politica come sede decisionale di beneficio generalizzato del progresso tecnologico.

Ciò che qui interessa per ora è individuare l’impatto in ambito lavorativo che questa specifica tecnologia può avere in funzione capitalistica, e troviamo immediatamente i tradizionali arnesi dell’intensificazione e condensazione dei tempi di lavoro e loro controllo.

Incremento di ritmi e riduzione delle pause, monitoraggio dei comportamenti e coerente attribuzione del mansionario non sono decisioni politiche, bensì ingredienti di efficienza economica o leggi interne al funzionamento del sistema di capitale, analizzati da Marx sin dal XIX secolo.

Però, l’introduzione dell’IA ha ampliato a dismisura quella definita una volta come divisione del lavoro ed ora denominata crowdworking, ovvero esternalizzazione di attività a una “folla” di persone tramite piattaforme online, incaricate di svolgere lavori parziali e inidentificabili nelle loro finalità, svolte ovunque da lavoratori indipendenti da remoto, e non catalogabili come lavoro autonomo né dipendente con diritti e tutele.

Questo “lavoro fantasma” che solo in Italia risponde a circa 2.000 persone che lavorano saltuariamente, inizialmente sotto la sigla della sharing economy (economia collaborativa o condivisa, più o meno dal 2010), con piattaforme digitali e che guadagnano circa la metà di uno stipendio, ha permesso di ridurre ulteriormente i costi della forza-lavoro nella aumentata funzione di “appendice” della tecnologia appropriata.

In quanto tale, il valore estorto da questo lavoro disperso in questa fauxtomation “finta automazione, o strumentalizzazione” (dal neologismo introdotto da Astra Taylor, regista di documentari, contro la predazione legata al debito) non è riconoscibile e pertanto dà luogo a facile sostituibilità con altre persone o sistema più automatizzato, nella incontrastabile consueta precarizzazione.

Addirittura i piccoli compiti ripetitivi che alimentano le macchine vengono attribuiti ad algoritmi o a IA, mentre sono invece la semplice cancellazione dell’aumento di produttività o sfruttamento lavorativo umano.

L’organizzazione del lavoro capitalistico è stata modificata con piattaforme in grado di estrarre valore e plusvalore da qualsiasi attività intellettuale umana, in una ridefinizione estesa di classe sfruttabile senza più identità, luogo, estrazione sociale, qualifica, salarizzazione contrattata, in una parola “dispersa”, inidentificabile al proprio interno e quindi nell’impossibilità organizzativa per rivendicare diritti vitali senza più controparte.

Masse anonime di popolazione, pressoché inconsapevoli del ruolo economico richiesto alla propria sopravvivenza, sono poi soggette anche all’uso politico dell’IA per mantenerle nella condizione di non esprimere dissenso, o con normative o con repressioni poliziesche, in ultimo con le guerre i cui costi ancora più persuasivi sono immediatamente ripartiti tra i più deboli. La sua applicazione economica, al lavoro, in altri termini, non deve distogliere dal suo uso contemporaneo di predominio in ambito politico, culturale e scientifico, quale complesso registro del potere.

Il capitale finanziario infatti controlla le imprese mondiali attraverso i consigli di amministrazione, e gli investimenti riguardano solo una profittabilità immediata da ripartire in dividendi per azionisti, rentiers, non in produzioni intasate dalla crisi tuttora stabilizzata.

Al momento, la tendenza lavorativa per le piattaforme sembra portare all’automazione di micro-compiti modulari e polarizzare lavoratori qualificati separatamente dai non qualificati, gestiti da un centro dati che ne monopolizza l’attività in modo saltuario e frammentato. Sottoccupazione e lavoro gratuito finalizzati al massimo rendimento sembrano essere i nuovi destini del lavoro digitale, in cui gli individui sono solo forme di vita, comportamenti, pensieri, ecc., quali inconsapevoli fornitori di dati da catturare e commercializzare.

Prima di giungere a formare un algoritmo c’è bisogno di migliaia o milioni di lavoratori parttime che raccolgano, valutino, annotino, traducano dati vocali, immagini, video, ecc. da trasformare in dati di formazione per machine learning secondo scopi eterodiretti a loro sconosciuti.

Questi lavoratori del click, uomini e donne, denominati anche clickworkers ignorati e sottocosto, vengono reclutati ovunque la miseria si accontenti di lavori a chiamata, a singhiozzo, a poco prezzo, senza contributi né diritti, per filtrare anche scene disgustose di violenze, razzismo, ecc., oppure correggere, revisionare, aggiornare ecc., incarnando un proletariato più prossimo al pauperismo nell’invisibilità planetaria impossibilitata a un suo riconoscimento.

Si tratta di lavoro astratto adeguato al suo concetto, cioè dispendio ormai universale, mondiale, di cervello, nervi, muscoli, energia umana in una parola, considerata indipendentemente dalle modalità concrete del suo svolgimento che crea valori d’uso, e finalizzato invece, in un tempo non più calcolabile ma con un flusso continuo, alla sola realizzazione dei dati agognati, entro cui si annida il valore e plusvalore per il capitale che lo commissiona e lo estorce.

Concludendo, il lavoro organizzato capitalisticamente è solo finalizzato ad essere un mezzo di sussistenza, che, non individualmente ma generalmente, per tutti i lavoratori, è calcolato al minimo possibile, senza che perciò ci sia bisogno di richiederlo. La tendenza a non riconoscerlo come lavoro salariato, cioè dipendente da chi lo assume, ha come scopo il mancato riconoscimento dei diritti costituzionali e contrattuali che al contrario ne imporrebbero previdenze e tutele.

Di qui la forma variegata di lavoratori autonomi, a partita Iva, in nero e ora la nuova schiavitù del click, in cui si riassume il massimo della dipendenza e del non riconoscimento, nemmeno del lavoro effettuato tanto è volatile, in cui il possesso anche della persona risiede nell’invisibilità del ricatto: o lavoro a queste condizioni o la vita.

La remunerazione salariale è per tutti solo un fondo di consumo per l’acquisto di mezzi di sussistenza indispensabili, cioè reddito che estingue il denaro nel consumo individuale improduttivo, e se si è fortunati si può casualmente considerare anche come una forma di dignità conquistata, ma non garantita per sempre.

L’IA applicata al lavoro avrà un ruolo sempre più pervasivo per la conquista di nuovi mercati, e di ciò i lavoratori dovrebbero essere informati in modo capillare, perché è su di loro che il capitale si rivarrà nell’esigere profitti più alti e conseguentemente erogare salari più bassi. Da ricordare, poi, che nel cosiddetto salario sono comprese oltre la busta paga, le spese sociali per sanità, scuola, trasporti, casa, ecc., pensioni e tfr. Tutte voci già erose in anticipo e da anni.

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