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Comunicazione e liberazione


Finisce la pubblicità e c’è Santoro: che spiega che Saviano non parlerà del suo libro – il-libro-che-in-questi-giorni-sta-avendo-grande-successo – sulla cocaina-metafora-del-capitalismo e annessi e connessi – non ne parlerà, pare di capire, perché non è uno che voglia farsi della pubblicità – e sarebbe già meglio dire perché è uno che sa molto bene come farsi dell’ottima pubblicità (e questo ce lo dirà, senza volere, lui stesso in seguito) – e non parlerà neppure della situazione italiana di cui tanto vorrebbe parlare o, meglio – chi lo sa -, ne parlerà, ma raccontandoci una storia.

A questo punto è arrivato Saviano e siamo stati a sentirlo.

La storia che ci ha raccontato riguarda il referendum del 1988 in Cile. La “comunità internazionale” e gli “Stati Uniti d’America” – caviamocela con due soggetti alla buona – premevano sul regime fascista del generale Pinochet e questi pensò che sì, che si poteva fare. E, dopo tot anni di assassinii, di repressione e di carotine penzoloni sulle baionette, indisse un referendum popolare su se stesso. Lo perse e il Cile sta ancora vivendo della sua democrazia ben temperata dal capitalismo internazionale. Il racconto di Saviano è incentrato sulle strategie di comunicazione dei sostenitori del “No”.

Come ogni buon imbonitore televisivo che non vuole “annoiare”, utilizza tre spezzoni di film conditi con parole e mani che, drammaticamente, raspano l’aria attorno al cranio. Nel primo si assiste ad una riunione di “noisti” che, dopo un breve preambolo, guardano uno spot referendario. Con il contorno di musichette allegre e di colori vivaci, vi compaiono ragazze pimpanti e sculettanti, gambe all’aria, gente spensierata che si diverte e dedita al consumo beota di ogni società “avanzata” che si rispetti. Quando finisce lo spot, uno coi baffi – una categorizzazione che a me va bene in tutti i sensi – prende subito la parola e dice quello che avrebbe detto qualsiasi cristiano – che lo spot fa schifo, che, anzi, è una vergogna, che si dimentica di tutti i martiri del regime fascista e che lui si guarderà bene dal rendersene complice. Autori dello spot e altri astanti – si presume militanti “noisti” – rimangono sconcertati, cercano di spiegare le proprie ragioni ma invano. Quello se ne va.

A questo punto, credo di aver capito ma non ne sono del tutto sicuro. Dico ad Anna qualcosa come, Aspetta un momento, forse… Saviano la butta tutta in “comunicazione”: c’era il problema di come far vincere le ragioni del “no”, qualcuno pensava che se si fosse ricordato al popolo cileno gli orrendi delitti del regime fascista qualcuno si sarebbe spaventato – e io mi chiedo come avesse fatto a non essersi spaventato fino ad allora -, che gli esperti di comunicazione avevano capito che bisognava metterla “in positivo”, che i fascisti a questo punto erano rimasti spiazzati, che non sapevano come replicare ad una strategia comunicativa del genere, e via vaselinica spalmando. Lo sapevo, dico ad Anna, vuoi vedere che questo sostiene esattamente il contrario di quel che pensavo inizialmente ?

Infatti – anche se la fa lunga (la fa lunga per la poca tesi che ha da sostenere) -, i dubbi vengono meno presto. 

Il secondo filmato – ribadito in due spezzoni –  è uno spot dell’epoca dove si insiste sul concetto che “l’allegria sta arrivando” – idea geniale, secondo Saviano, perché rinuncia alla contrapposizione, all’”odio” per la parte avversa – e a questo punto con l’”odio” spariscono anche le sue eventuali cause -e perché costituisce una proposta, un cambio di atteggiamento che avvierà un cambiamento di vita. Mike Buongiorno – “Allegria!” – come grande rivoluzionario, insomma.

Il terzo filmato, ovviamente, è l’apoteosi finale. Come Volevasi Dimostrare. La linea “comunicativa” era quella giusta. Ha vinto il “no” e il 54% di democratici contro un 46% di fascisti viene spacciato per un trionfo. Sul perché – come sul percome – Saviano non ha dubbi – e l’inquietante 46% lasciato per strada non lo inquieta affatto. Nel popolo in festa – in quel 54% di popolo in festa -, fanno capolino i volti esausti e soddisfatti dei “noisti” che, in quell’ormai lontana riunione, si eran sentiti insultare dal baffuto massimalista della memoria. Vincente, allora, il segreto del vincente, è la memoria corta in combutta con la sagace reticenza.

A questo punto – quando ormai posso esser certo di non essermi sbagliato – mi permetto un paio di osservazioni. Saviano sta raccontandoci questa storia il 25 aprile del 2013, nei giorni in cui qualcuno sta tentando di insediare al governo del nostro Paese una coalizione fra Partito Democratico e Partito della Libertà. Ai nomi non si deve far troppo caso perché se il Partito Democratico avesse qualcosa di democratico davvero non accetterebbe neppure di parlare con un partito che, già nel nome, rivela tutta la sua natura truffaldina. Della “libertà” di chi e da che? Prima – prima di sedersi uno di fronte all’altro – ci si metta d’accordo su questo. Poi, se si vedrà, si vedrà.

Il racconto di Saviano, allora – com’era nei patti già enunciati da Santoro -, non arriva lì per caso; arriva per avvalorare un’analogia in virtù della quale tradursi in istruzioni sul modo con cui qualcuno – gli italiani – dovrebbe comportarsi: Sinistra, attenta a quel che fai, attenta a come “comunichi”, perché se demonizzi l’avversario politico perdi. Il che, detto il 25 aprile, vale anche per il passato.

Cosa avrebbero dovuto fare i partigiani e coloro che hanno creduto nei valori espressi nelle varie anime della Resistenza è chiaro: avrebbero dovuto evitare con cura di fare un qualsiasi cenno alle malefatte del regime fascista. Alla stessa stregua – faccio due più due – avrebbero dovuto comportarsi gli storici e gli ebrei sopravvissuti nei confronti dello sterminio nazista. Se l’avessero messa sull’allegria avremmo avuto tutta un’altra storia.

Non so fino a che punto possa essere consapevole delle stolidità di quel che sostiene. Non so fino a che punto possa essere consapevole della profonda immoralità di quel che sostiene e non so neppure se ne può comprendere l’origine – che sta, alla radice, nel disprezzo avvilente per quel popolo che lo sta a sentire e, commuovendosene, lo applaude. Perché il popolo cui lui si rivolge è un popolo senza memoria, inetto a qualsiasi analisi delle proprie condizioni di vita, martirizzato e pur senza dolore, privo di qualsiasi senso di giustizia, privo di qualsiasi curiosità nei confronti delle progettazioni sociali che altri ordiscono nei suoi confronti. Il popolo di Saviano – almeno guardasse con un minimo di attenzione le comiche imitazioni di Crozza – è quello cui, per massimo rispetto, non si può togliere il “sogno”. Forse – dico forse -, non si rende conto che qualcuno lo ha già preceduto da tempo su questa sua stessa china – qualcuno che, parlando e straparlando di “odio” e di “sogni”, ha promesso “allegria” urbi et orbi, ha disegnato un mondo di ragazze sculettanti e coerentemente scollacciate, di consumi alla nausea e, al contempo, di grandi dimenticanze, di libertà sue (di licenziare, di corrompere, di rubare, di impestare il pianeta, di privare della parola chi la pensa diversamente, di commettere qualsiasi reato contro la società e contro i suoi beni) e di repressione altrui. Qualcuno che, novello Maria Antonietta, ha risposto allo stato di estrema necessità di una parte della derubata popolazione italiana dicendo che “i ristoranti sono pieni”. Berlusconi, si chiamava, se non vado errato.

Eravamo a letto, a guardare la tv, e – devo dire la verità – non credevo alle mie orecchie e non mi capacitavo. Mi dicevo cose come, Ma come, Ma com’è possibile, E perché nessuno dice niente, D’accordo che il Partito Democratico ci sta portando verso un nuovo fascismo, l’abbiamo capito, D’accordo che ci stanno per propinare perfino la Repubblica Presidenziale, ma Questo Qua? Questo Qua che crede di parlare di “comunicazione” e annichilisce invece un pensiero – con tutte le lacrime e con tutto il sangue di cui è costituito, questo pensiero, Ma chi è Questo Saviano? 

E qualche brandello di questo ribollìo rabbioso devo averlo anche detto a voce alta, perché Anna, rigirandosi dall’altra parte, mi ha fulminato con una risposta: “Il marito della Tamaro”.

da www.odradek.it

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