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Sciopero generale. Lo schizzetto bilioso del Signor Sì

Il Signor Sì è un uomo d'onore, come si direbbe a certe latitudini. Se qualcuno lo paga bene, non esita a prendere carta e penna e fucilare il nemico del datore di lavoro (diciamo così…).

Il Signor Sì – nel momento in cui i sindacati proclamanti lo sciopero di oggi hanno denunciato all'Agcom sia la Rai che tutti i media in qualche modo beneficati da finanziamenti o agevolazioni pubbliche – ha dunque deciso di dare, sì, la notizia. Ma a modo suo, sfottendo quella banda di peracottari che nel 2016 ancora stanno lì a fare scioperi generali, manifestazioni contro le politiche del governo e i diktat dell'Unione Europea.

Fa niente, lo ringraziamo per aver dato la notizia. Capiamo quanto deve essergli costato.

Certo, a leggere su l'Unità una presa per i fondelli dei lavoratori che cercano disperatamente di costituirsi come soggetto sociale e politico collettivo (individualmente non ci può essere partita, contro il sistema delle imprese e il governo che le tutela), fa un po' senso. E non propriamente dei migliori…

Il Signor Sì ha in comune con il mestiere di giornalista soprattutto il tesserino e la copertura medica – principesca, ancora per poco – della Casagit. Nulla a che vedere con quei poveri disgraziati da lui sfottuti che devono sopportare file millenarie per fare un accertamento diagnostico che il suo committente di turno rende sempre meno accessibile nella sanità pubblica. Anche per questo si sciopera oggi, in fondo.

Il Signor Sì ha poca dimestichezza col nobile mestiere di “dare le notizie”. Di solito esercita la meno nobile arte del killer a pagamento – con la tastiera, per carità! – dell'oppositore. Il contrario della satira, insomma, che ha per oggetto “costituente” il potere e i suoi vizi. No, il Signor Sì aborre stare all'opposizione, preferendo gli agi delle buone compagnie locupletate.

Il Signor Sì odia tutto ciò che puzza di comunismo perché ancora non si perdona di esserlo stato da giovane. Vero è che faceva parte della direzione della Fgci, mica della “base” puzzolente di sudore. Però gli rode evidentemente ancora l'esser stato un giovane con degli ideali…

Ma quando si è accorto, o gli hanno detto, “ora siamo liberisti e per le privatizzazioni” ha capito immediatamente l'antifona e si è costruito una carriera magari non di primo piano, ma comunque ben remunerata. L'apice del potere lo ha assaporato come responsabile della comunicazione nello staff dei Lothar che circondava Massimo D'Alema a Palazzo Chigi (insieme a Minniti, Latorre e Velardi). Il soprannome arrivava dritto dritto dal mondo dei fumetti, ala Mandrake (D'Alema, of course), per connotare la figura del servo fedele, silenzioso, all'occorrenza manesco.

Pochi, nei giorni in cui saliva e scendeva dalle scale di quel Palazzo, si erano accorti del suo ingresso nel mondo sofisticato della letteratura, nonostante due editori del calibro di Rizzoli e Einaudi avessero investito qualche spicciolo nella stampa e promozione dei suoi tentativi di romanzo, ricchi di fantasie sessuali normalmente reperibili in pubblicazioni un po' meno trendy o in qualche “cena elegante”. Anche i familiari, si dice in giro, non contribuirono a far salire le vendite oltre il numero di dita in una mano mozza. Un premio letterario, però, lo vinse lo stesso…

Una volta abituatosi all'empireo delle anticamere del potere, il Signor Sì non ne è voluto più scendere. Uscito di scena D'Alema, il Signor Sì ha trovato posto come editorialista esterno de La Stampa (organo del Padrone per antonomasia, com'è noto), saltabeccando nel frattempo tra Grande Fratello, Vanity Fair e addirittura Donna moderna.

Il Signor Sì non si è però fermato lì. È passato per il giornalino rutelliano Europa come per l'ultraberlusconiano Il Giornale, assumendo nei momenti liberi il grado di consigliori supremo di quell'autentica rivelazione della politica italiana che risponde al nome di Daniela Santaché.

Quando anche questa cordata è andata in malora, tra dimissioni del Grande Capo, inchieste giudiziarie, declino elettorale a precipizio, è tornato trionfalmente a l'Unità appena conquistata da amici di Matteo Renzi, aiutando a suo modo la salma di Antonio Gramsci a fare ancora qualche rivolgimento nella tomba.

In questa – per ora – ultima stazione del suo peregrinare per anticamere, gestisce una pensosa rubrica satirica intitolata “Il Noista”, in cui fustiga quasi quotidianamente tutti i NO opposti al suo datore di lavoro. Si tratti della Tav o delle trivelle, del Muos o degli insegnanti, dei metalmeccanici come dei facchini, il Signor Sì non si fa mancare o prestare una battuta salace. Che si fottano, questi pezzenti capaci solo di intralciare il travolgente cammino dell'imperatore di Rignano sull'Arno…

Dobbiamo dunque dolerci di essere entrati anche noi, odierni scioperanti politici, nel mirino del Signor Sì? Al contrario…

Ricordate quella solida massima gandhiana? “Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci”. Lo schizzetto bilioso del Signor Sì ci dice che siamo usciti dalla prima fase e entrati nella seconda. Ne riparliamo alla terza e alla quarta, ok?

 

p.s. Ah, dimenticavamo… Il Signor Sì si chiama Rondolino…

http://www.unita.tv/opinioni/la-passeggiata-di-lotta-di-cremaschi-co-tremano-i-palazzi-del-potere/

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