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Il mio saluto a Gigi Novelli

Non ricordo il giorno esatto in cui ho conosciuto Gigi. Erano gli anni che ci si incontrava a centinaia, per qualsiasi motivo. Assemblee di ogni ordine e grado: cittadine, nazionali, di quartiere, di più quartieri, di scuola o gruppi di scuole, occupanti di case e disoccupati organizzati.

Ricordo invece quando abbiamo iniziato a riunirci, in uno scantinato di via dei Marrucini, a San Lorenzo. Eravamo uno strano miscuglio di studenti rivoluzionari e operai, con i primi ferrati nelle parole e i secondi nel capire chi faceva chiacchiere e chi no. Ma stavamo crescendo, di numero e di organizzazioni, dopo il ‘68. E quindi c’era spazio e modo per sperimentare, provare, eventualmente fallire e riprovarci cento volte.

Decidemmo quindi insieme a tanti altri di programmare un intervento a Villa Gordiani, “quartiere proletario”, allora, con ancora i testimoni viventi di quando il fascismo aveva deportato laggiù (come al Quarticciolo, Villagio Breda, Tufello, ecc) centinaia di famiglie operaie, sgombrando il centro di Roma da “personaggi pericolosi”.

Gigi aveva dato vita a un collettivo davvero insolito, anche per quei tempi. Tutti operai, di quelli che popolavano le piccole officine di Roma Sud, tra il Pigneto, Tor Pignattara, Centocelle, e poi via verso la Tiburtina da un lato, Quadraro e Tuscolana dall’altro, fin sotto i Castelli, olre il Raccordo, senza soluzione di continuità.

Niente a che vedere con le grandi fabbriche del Nord, dove si concentravano decine di migliaia di operai in tuta blu, quasi anonimi per il padrone, conosciuti al massimo dai capi officina. Solo la stessa testa, il modo di intendere la vita e la lotta per la vita.

Qui a Roma erano al massimo cinque, dieci per stabilimento, con macchine e materiali distribuiti un po’ così, dove ti prendevano, sperimentavano, spesso mandavano via se non eri capace di “fare”. Era “apprendistato” sul serio, non per finta, e magari scoprivi che non era quello il tuo mestiere…

Gigi era fabbro, come Er Peone – uno dei fratelli -, Il Capitano (ogni quartiere ne aveva uno…), Er Bove, Er Killer (uno dei soprannomi per contrasto, come si fa a Roma: non sapeva far male a una mosca), altri di cui gli anni e l’hard disk limitato mi hanno tolto il nome dalla testa. Un fabbro di quelli che saldano, con una schermatura in una mano e il cannello nell’altra. Tra schizzi di metallo che gli arrivavano sulle mani, sulla tuta, sui piedi, qualche volta in faccia.

Ma sapeva anche andare col tornio, e questo lo rese una star segreta, negli anni successivi. Quando si era passati a cose più serie, e la professionalità dell’artigiano “metallaro” si poteva applicare a fare piccole opere d’ingegno militare: filettature e silenziatori, per dirne una. O più grossolani chiodi a quattro punte, che possono sempre tornare utili…

All’inizio, però, “il fabbro” faceva da perno di quell’intervento abborracciato, perché era del quartiere, uno della case di via Pisino; lo conoscevano tutti per serietà, determinazione, disinteresse personale. E quindi pure qualche studente che si portava dietro acquistava man mano affidabilità, se sapeva stare al suo passo e al suo fianco.

Lavorava di giorno, volantinava e discuteva nel tardo pomeriggio, leggeva – anzi: studiava – di notte. Sempre con la sigaretta in mano. Sempre col sorriso ironico di chi sa da sempre che sotto le parole spesso non c’è qualcosa di altrettanto gonfio e tronfio.

Eravamo tutti così, chi più chi meno. Come nelle cucciolate di cani, con quello/a più deciso, quello più timido/a, senza invidia se uno era più bravo in qualche cosa, tutti insieme verso la Rivoluzione.

Ma sul serio.

Gli “studenti dei quartieri alti” si selezionavano abbastanza presto, in quegli anni. Nel giro largo ce n’erano molti, venivano dai licei classici del centro (Mamiani, Virgilio, Tasso, ecc), si conoscevano tra loro per motivi di classe. Nel doppio senso: stavano nella stessa aula di scuola alla mattina, e per le loro famiglie “locupletate”.

Molti di quelli, crescendo, hanno fatto le carriere dei padri, o anche migliori. Qualcuno ha fatto la stessa vita di Gigi, ma non tanti. Eravamo seduti in riunione, in stanze puzzolenti di fumo appestante, col ciclostile che andava, dietro la schiena, con a fianco futuri notai, avvocati, presidenti di questo e di quello, sottosegretari e ministri. E molti più ragazzi “normali”.

Fianco a fianco con noi che saremmo poi stati ergastolani o morti ammazzati per strada, e tanti che non avrebbero retto consegnandosi all’eroina. Un orgoglio vero: non ci sono stati “pentiti” né “dissociati”, tra noi… Nix infami.

Ma in quei primi anni, con Gigi e tutti gli altri si “lottava così come si gioca”, con la serietà e la gioia, la leggerezza di chi si sente immortale e vive come se lo fosse. Sapendo di non esserlo…

Riunioni assurde e discussioni infinite, citazioni sconosciute e spesso storpiate, oppure lette come salmi di chiesa fino a che non significavano un cazzo come quelli di chiesa. E in mezzo le pizze e le bicchierate “da Barba”, in via Lussimpiccolo, rifugio di qualche sera passata a discutere se i Cream fossero all’altezza di Hendrix, se considerare o no “rock” Procol Harum e Emerson, Lake & Palmer, a storcere il naso su Bowie e benedire Frank Zappa.

L’antifascismo era una roba seria, non una frase da buttare in mezzo a un discorso ufficiale. Tra di noi c’era chi si districava per le vie tra le sezioni di via Noto, piazza Tuscolo e Acca Larenzia, il “triangolo nero” dove sguazzavano i Delle Chiaie, i fratelli Di Luia, ideologi e picchiatori di Avanguardia Nazionale. Non sempre finiva solo a sprangate e bisognava farsi rispettare.

Idem per quelli del Prenestino, meno di due chilometri da Villa Gordiani, verso il centro. Fascisti cattivi, ma non brillanti per ingegno. Il 25 aprile del ‘74, per esempio, accolsero la nostra manifestazione antifascista scambiandoci per il Pci, la cui sezione avevano attaccato due giorni prima. Gigi, come tutti, portava il passamontagna; non per posa, non per “sentire il calore della comunità operaia”, ma perché lavorava a trenta metri da lì e ci passava ogni volta che entrava e usciva dall’officina. E ci sarebbe ripassato il giorno dopo, sogghignando tra sé…

Ci attaccarono lungo via Roberto Malatesta, verso il Pigneto. Eravamo appena 300, ma “solo servizio d’ordine”, come si diceva allora. Gente sveglia di Villa Gordiani, Centocelle, Torre Spaccata.

Finirono inseguiti fin per le scale di casa loro, mentre gridavano “mamma! mamma apri, presto!”.

Con Gigi e tutti gli altri, eravamo quelli lì, molti di noi finirono in carcere o c’erano già passati; certo solo per qualche giorno fin lì…

Ma quelle erano occasioni particolari, serie ma in fondo rare. In genere giravamo per le strade del quartiere, bussando alle porte delle case popolari, per organizzare l’autoriduzione delle bollette (durò qualche anno), per vedere quali erano “i bisogni” che attendevano risposta. Rispetto a oggi, devo dire, “i proletari” stavano meglio. Un operaio poteva mantenere la famiglia anche con un solo stipendio, stando ben attento. Oggi non ne bastano due…

Giravamo e incontravamo chiunque, parlavamo con chiunque. Poteva capitare di trovarsi sul campo di calcio del “Grancio”, che faceva da custode (e ci abitava), la sera tardi, a incrociare i dribbling con Pasolini e Ninetto Davoli. E non sembrava strano, né si chiedeva un selfie o un autografo.Tra persone.

Quei ragazzi di Roma, del resto, spesso si aiutavano con qualche giornata da comparsa “al cinema”, quando ancora i film italiani parlavano della e alla società reale. E quindi c’erano “scene di massa”, con decine o centinaia di comparse, oltre ad attori di prima e seconda fascia. Non solo “scene di un interno”, per pochi intimi…

E si poteva parlare con Comencini o Magni, nelle pause. Mentre magari Gassman tuonava a qualche metro…

Gigi “il fabbro” era di poche parole, ma ben selezionate. Le sue mani animate. con dita fratturate e riaggiustate alla bell’e meglio, accompagnavano quell’ombra di sorriso che gli faceva quasi chiudere gli occhi. E per un attimo eri indeciso tra se fosse serio e “ma che me stai a coglionà?”.

Gli riuscivano bene entrambe lo cose. La seconda quando ti voleva far capire che ti stavi arrampicando su uno specchio di parole, mentre la realtà era più semplice. E tosta. Ed era meglio guardarla in faccia.

Finimmo a fare sul serio la lotta armata – ci avevamo provato per qualche tempo da soli, senza “grandi imprese” – quando gran parte del “movimento” entrava nell’eroina e nel riflusso. E spesso erano fasci gli spacciatori più organizzati (se qualcuno vuol rivedersi “l’operazione Blue Moon”).

Entrammo nelle Br uno alla volta, com’era giusto. Perché tra comunisti che devono far sul serio non avevano, non hanno, non avranno mai senso le “correnti organizzate”. Magari su base amicale, com’era in fondo il nostro gruppo.

Si era nel frattempo sposato con Marina, in una felice combinazione “operai-studenti”, e lavorammo duro per anni. Molti pensano che la guerriglia sia sparare agli angoli delle strade. Il grosso è tutt’altro, e non vale neanche la pena di scriverlo. Fanno ridere i romantici, fanno incazzare i “dietrologi”… tutta gente che neanche immagina quanta intelligenza, costanza, fantasia, dedizione ci vuole.

Molti di quelli che sono finiti in galera in pratica non avevano mai esploso un colpo.

Capitò anche a loro due, arrestati una notte in casa. “Uscirono presto”, come dicevamo quando qualcuno si faceva “solo” diciotto mesi di carcerazione preventiva…

Fuggirono dal confino e ripresero a lavorare. Poi l’arresto “definitivo”, con Marina che scopre solo qualche giorno dopo, in carcere, di attendere una figlia. E tutti a festeggiarli nell’aula bunker del primo “processo Moro”, all’ex sala scherma del Foro Italico.

Ci presero per matti. Mai stati più sani…

Nel corso degli anni, poi, ci siamo persi. Carceri diversi, altre riflessioni sul com’era andata e perché. Ma non contava poi molto, anche se avevamo vissuto per quello. Non poteva esserci la necessaria distanza.

Ci siamo incontrati l’ultima volta pochissimi anni fa, nel sacrario della merce che tutti dobbiamo attraversare più volte alla settimana. Al supermercato, per caso, come tanti altri che non vedi da anni.

Mi chiede “ti posso salutare?”. Con la solita aria a metà strada tra il dico sul serio e “te sto a coglionà”. Eravamo gente tosta, che aveva fatto ogni passo con convinzione. Entrambi “irriducibili”, con una differenza che in un certo momento era apparsa importante e qualche anno dopo non lo era più tanto.

Ci siamo seduti a parlare, come due vecchi compagni di lotta e amici (non tutti sono stati la seconda cosa, ed è normale). Ma questo rimarrà tra noi.

Ciao, Gigi.

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3 Commenti


  • STEFANO

    ciao “Rocco”, …. tutto vero quello che hai scritto al bove, er peone il killer, aggiungerei anche i fratelli puzz’angoppa e bruno, con cui si attaccava un manifesto ogni due vinari ….. al baretto passavano ogni tanto anche er sorcio, ed altri cui anche io non ricordo i nomi , la scritta w stalin a via lussinpiccolo che tornava in evidenza ogni volta che i pc la coprivano, l’incisione sul marmo del muretto sotto casa di Luigi “w mao” le partite a pallone fino a notte tra l’alberata di via serenissima , ah anche er dakota… ricordi mai rinnegati, Luigi, freddo e di poche parole, er Peone era il contrario era l’anello debole caduto poi in profonda crisi ma credo umanamente il migliore il vero compagno ferreo pur con le tante fragilità . non li ho più visti da 30 anni … non so nulla di loro . solo un certo sandro er matto (simpatia)padre cavallaro con le bretelle, sempre della palazzina di LUigi 15 anni fà mi disse che erano tutti sposati (eccetto Peone) e abitavano fuori roma … Immagino questo Tuo ricordo sta a significare che “Luca” è venuto a mancare ? Se così porgo le mie condoglianze a tutti i fratelli .


  • Giovanni

    I compagni più “grandi”… Per me giovane compagni Uccio di cinecitta…
    Studente del Sarpi e frequentatore di tutte quelle situazioni obbligatorie per un giovane aspirante rivoluzionario…
    Lo sconcerto per aver avuto questa triste notizia… Il racconto della vita di Gigi… Lo spezzarsi il cuore del ricordo di via Roberto Malatesta… C’ero anch’io e lo ricordo come fosse indelebile nella memoria.
    UN forte abbraccio….


  • antonio

    rocco sono come dici tu peone fratello di gigi ai fatto un resoconto di quel periodomagnifico sei una grande persona sicuramente ci conosciamo speriamo di vederci viva il comunismo anche a stefano un caloroso abbraccio come a giovanni grazie compagni per il ricordo cosi sentito per gigi

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