Menu

Il pesante fardello del cigno nero

All’inizio di questa emergenza abbiamo descritto il coronavirus come un cigno nero capace di produrre una demarcazione tra il prima e il dopo, rendendo possibili politiche che fino a ieri sembravano irrealizzabili, ma che nel contesto emergenziale diventano non solo necessarie ma anche indispensabili per la salute e la sicurezza dei cittadini.

In queste settimane il governo ha messo in cantiere una serie di manovre straordinarie, sicuramente parziali e tardive, ma in netta controtendenza rispetto agli anni precedenti.

È bene comprendere però che non siamo di fronte ad un cambio di passo strutturale, ma a misure inevitabili in un contesto emergenziale per le quali, prima o poi, ci chiederanno il conto.

La crisi sanitaria sta avendo l’effetto detonatore su contraddizioni accumulatesi nel modello di sviluppo dominante i cui costi sociali si sommeranno, per fette sempre più larghe di popolazione, ai costi della crisi ambientale dentro un quadro già compromesso di crisi sistemica del modo di produzione capitalistico.

Abbiamo spesso sentito affermare che la lotta contro il virus fosse paragonabile a una vera e propria guerra. È necessario però analizzare le differenze di fondo per non cadere in schematismi logici utili solo a giustificare politiche del sacrificio comune.

Una guerra, infatti, distrugge le infrastrutture e converte le attività in ottica bellica, mentre la guerra al virus lascia inalterato tutto ciò. Ne deriva l’assenza di distruzione di capitale fisso e di conseguenza il saggio di profitto, ovvero il rapporto tra l’utilizzo delle macchine e l’utilizzo del lavoro vivo, resterà inalterato o andrà a peggiorare.

Inoltre, non ci sarà alcuna ricostruzione nel dopoguerra. Verrà cosi a mancare una storica boccata d’ossigeno per il capitale, che renderà inesistenti i margini reali di redistribuzione possibile, e questo è un ulteriore elemento alla base dell’ipoteca sul nostro futuro.

Sul piano internazionale l’impatto del virus sta rimescolando relazioni storiche. Nel nostro continente abbiamo assistito allo scontro tra due fazioni per la gestione dell’emergenza e conseguentemente della ripartenza, un conflitto che pur indicando percorsi differenti condivide lo stesso punto di arrivo: il progetto del polo imperialista dell’Unione Europea, che si conferma l’unica ipotesi realmente in campo. Per questo la diatriba MES – Coronabond, che tanto ha appassionato gli opinionisti da salotto, è una falsa contrapposizione.

La tenuta dell’asse Olanda-Germania è solo il primo inequivocabile segnale dell’acutizzazione dello scontro internazionale che verrà, facendo scomparire ogni velleità di cedimento su salari e welfare. Al contrario, andiamo incontro all’intensificazione della guerra interna dell’UE contro le fasce deboli della società, giovani in primis.

Perché saranno i giovani a pagare il prezzo più alto? Il motivo è semplice: le attività che hanno risposto all’ordine di chiusura sono quelle che impiegano lavoratori in condizioni più sfavorevoli che in altri settori, sia in termini economici che contrattuali. Trent’anni  di deregolamentazione  eflessibilizzazione  del mercato del lavoro, la rimozione di tutele considerate ostative per la competitività sul mercato globale e la ricattabilità  costante hanno prodotto una generazione di lavoratori poveri senza diritti e senza futuro che oggi devono scegliere tra l’incudine del coronavirus e il martello delle condizioni materiali.

Non a caso già a metà aprile l’INPS rivelava che la crisi sanitaria sta pesando maggiormente su precari, giovani e part time, e il ministro dell’università e della ricerca, Gaetano Manfredi, ha recentemente dichiarato che si prevede un alto tasso di abbandono scolastico e il calo, fino al 20%, dell’immatricolazioni per il prossimo anno accademico.

Se i rapporti di forza restano immutati, più grosse saranno le spese sostenute in questo periodo di emergenza e più pagheremo quando ne saremo usciti. È in questa profonda contraddizione che un’organizzazione giovanile come la nostra può e deve avere un ruolo oggi: proprio perché nessuno è disposto a regalarci nulla dobbiamo organizzarci per riprenderci tutto.

La Storia dimostra come l’unica possibilità di avanzamento per le classi subalterne sia data dalla lotta. Nessuno è disposto a cedere terreno sul piano dei rapporti di forza nemmeno quando sembra che alcune regole della morale – come compassione e solidarietà – possano mettere in discussione le politiche del passato, ma anzi, quello che si prospetta è un nuovo ciclo di ristrutturazione selvaggia del mercato del lavoro. Questo già lo sentiamo nelle parole di Carlo Bonomi, neopresidente di Confindustria, quando invoca la messa in discussione del contratto collettivo nazionale di lavoro.

Una visione fortemente classista del progetto di fuoriuscita dall’emergenza, alla faccia dello slogan “siamo tutti sulla stessa barca”.

Con questa consapevolezza dobbiamo organizzarci da subito affinché la crisi non si traduca in una nuova ondata di massacro sociale. È necessario agire per conquistare e difendere vittorie sul terreno delle rivendicazioni materiali, obiettivo necessario ma non sufficiente, questo perché oggi più che mai il conflitto sociale risulta sterile quando viene praticato senza un progetto generale di cambiamento.

Serve altresì essere coscienti che alla chiusura degli spazi di contrattazione corrisponderà una militarizzazione dei margini di agibilità democratica nel paese, una vera e propria torsione autoritaria che trova nei dispositivi di “repressione preventiva” affinati negli anni passati (da Minniti a Salvini) ottimi punti di partenza per affrontare la nuova fase.

Ma l’avvento del Coronavirus ha aperto fratture ben più profonde, crepe che permettono di rimettere in discussione in modo credibile l’attuale modello di sviluppo dimostrandone limiti e contraddizioni, e sarà questo il punto su cui i manganelli picchieranno più forte.

Il ruolo politico svolto a livello mondiale da Cuba e dalla Cina, in termini ideologici, ha la stessa portata della caduta del muro di Berlino ma questa volta il segno è opposto, dimostrando l’esistenza e la superiorità di un modello sociale alternativo a quello in cui viviamo.

Bisogna fare attenzione però a non sovrapporre meccanicamente il cigno nero con il canto del cigno. Nessuna contraddizione, neppure la più lacerante, produrrà spontaneamente un orientamento di rottura: questa è la portata della sfida che abbiamo di fronte.

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa

1 Commento


  • Stefano

    Sono fondamentalmente d’accordo, ma insisterei ancora sui punti seguenti. Primo, la conciliazione nazionale a cui questo governo fa appello (siamo sulla stessa barca, ecc.) è quantomeno fortemente sbilanciata a favore degli imprenditori perché il bilancio viene sforato per finanziare le imprese anche a fondo perduto e offrire dubbie garanzie alle banche e in minima parte per distribuire mancette una tantum, in ritardo, non a tutti e non per tutti i bisogni; per elargire cassa integrazione anche questa in ritardo e non a tutti perché non tutti ne hanno il “diritto”; per spendere qualcosa nella sanità massacrata in questi ultimi dieci anni. I soldi non si vanno a prendere dal pozzo nero dell’evasione (120 o più miliardi all’anno), né dalla tassazione dei grandi patrimoni o dalla riduzione delle spese militari. I soldi si chiedono all’Europa ben sapendo che i Paesi del nord la spunteranno e a pagare le spese, MES o non MES, saranno le classi popolari, a vantaggio della speculazione finanziaria – spesso le stesse banche italiane – che detiene il debito dell’Italia e a cui l’Italia paga gli interessi.

    Secondo. Comunque vada, il capitalismo italiano uscirà rafforzato dall’epidemia. Rafforzato politicamente, perché tutte le forze politiche sono schiacciate sulle posizioni di Confindustria e ora sui diktat di Bonomi; economicamente perché la media e grande impresa, la grande distribuzione e la logistica possono accelerare il processo di concentrazione e internazionalizzazione a svantaggio del restante tessuto produttivo; finanziariamente, perché la cosiddetta crisi è già ora un pranzo coi fiocchi per le banche; socialmente perché la vittima della crisi è e sarà ancora il lavoro dipendente. Gli effetti, secondo l’ILO, l’Agenzia per il lavoro dell’ONU, saranno di gran lunga superiori a quelli della crisi finanziaria del 2008-2009. I settori più a rischio comprendono alloggi e servizi di ristorazione, produzione, vendita al dettaglio e attività commerciali e amministrative. Saranno colpiti i lavoratori poveri, poco retribuiti e poco qualificati, ma anche una percentuale significativa dei cassaintegrati potrebbe non tornare al lavoro o perderlo quanto prima. Il capitalismo europeo, soprattutto quello finanziario, esce a sua volta rafforzato dalla crisi perché si stringe sempre più nella comune alleanza contro il lavoro: è questa alleanza il vero cemento dell’Unione. E’ questo il tipo di solidarietà corrente, in Europa.

    Terzo. Contro questa santa alleanza capitalistica a livello nazionale ed europeo, serve a poco limitarsi a “chiedere” l’apertura di tavoli negoziali, come fanno i sindacati confederali, nemmeno si trattasse di organizzare un pic-nic in campagna.
    E’ necessario protestare e lanciare segnali forti, seguendo l’esempio di quanti hanno manifestato davanti alle prefetture nei giorni passati, e scendere in piazza, ancora una volta in molte piazze d’Italia, ma infischiandosene dei divieti, non in 10 o 20 ma anche solo in 100, e certo non inermi come sardine, avendo compreso che questo è il momento di dare il primato alla qualità sulla quantità e all’urgenza sull’attendismo. Davanti a quelle prefetture ho visto lavoratori sindacalizzati, giovani, precari, studenti, stranieri ma ho intravisto anche la potenziale presenza di quanti nelle fabbriche, nelle case occupate, nelle scuole, nelle piattaforme della grande distribuzione, nei campi e sul fronte dell’immigrazione e della lotta contro la violenza sulle donne, non hanno abbassato la testa, continuano a lottare e vorrebbero farlo tutti insieme, per significare ai padroni, al governo e principalmente a tutti i proletari – sarebbe un segnale – che la classe si può ricomporre per difendersi e che domani, se saprà costruirne ovviamente le condizioni soggettive, potrebbe passare all’attacco.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *