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Ma da dove vengono i venti di destra?

Il cordoglio nazionale, a reti e partiti unificati, per la morte di Silvio Berlusconi, il primo rappresentante della regressione liberista e autoritaria dell’Italia degli ultimi trent’anni, dovrebbe chiarire a Schlein da dove venga quel ‘vento di destra’ di cui la segretaria del PD si è lamentata dopo la sconfitta elettorale.

I venti sono gli effetti, non le cause, degli eventi climatici. Quindi se si vuole capire da dove e perché spiri in Italia ed in Europa un vento di destra, bisogna risalire alle sue fonti: da dove parte e perché?

La prima di queste fonti è il liberismo economico che è diventato la dottrina ufficiale e la pratica concreta delle istituzioni europee e dei governi, dal trattato di Maastricht del 1992 in poi.

Lord Beveridge, il liberale teorico dello stato stato sociale britannico, sosteneva che le ragioni del welfare state fossero politiche prima che economiche.

Si dovevano eliminare le radici economiche e sociali che avevano alimentato il fascismo; questa per Beveridge era la ragione di fondo per cui nel dopoguerra le democrazie dovevano abbandonare il liberismo economico e fare propri l’intervento pubblico, i servizi sociali pubblici, la redistribuzione della ricchezza.

Se Beveridge aveva ragione, se il fascismo affondava le proprie radici nel liberismo economico, allora la restaurazione liberista della fina degli anni settanta, codificata nei trattati europei degli anni novanta, ha sparso il concime necessario affinché quelle radici si ricostituissero.

Del resto la prima cavia della restaurazione liberista fu il Cile, dopo il golpe sanguinario di Pinochet. La dittatura militare fascista voluta e sostenuta da Kissinger, sperimentò sul popolo oppresso e massacrato le ricette dei Chicago Boys di Milton Friedman.

E a proposto di cavie, la Grecia – quarant’anni – dopo lo divenne per tutta l’Unione Europea. I memorandum della troika non furono sostenuti dai carri armati, almeno non alla luce del sole, ma dal ricatto di banche e della finanza internazionale sullo Stato.

Però produssero un risultato analogo a quello della dittatura fascista cilena: la distruzione dello stato sociale, la privatizzazione di tutte le principali attività economiche compresi i servizi essenziali, la crescita enorme della povertà e delle diseguaglianze, accompagnata dalla concentrazione della ricchezza in poche mani, in gran padre multinazionali.

Se le ricette economiche di Pinochet, e poi quelle di Margaret Thatcher e Ronald Reagan, sono diventate la dottrina ufficiale della UE, come si può credere che questo non abbia accumulato effetti politici? Il liberismo è una politica economica di estrema destra lanciata da governanti di estrema destra.

Come si può credere che questa politica, diventata il pensiero unico dell’Europa e dell’Occidente, non producesse anche una omologazione ad essa del sistema politico e dello stesso senso comune?

Come si può credere che si possano distruggere le basi sociali della democrazia e non provocare il ritorno della reazione e del fascismo?

Beh, la “sinistra ufficiale” occidentale, l’”ulivo transnazionale” di cui fantasticavano Clinton e Prodi, lo hanno proprio creduto.

La sinistra socialdemocratica e liberale, a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, ha rottamato le raccomandazioni di Lord Beveridge e ha creduto di poter cavalcare il liberismo e persino il turbo capitalismo, ricoprendolo di buoni sentimenti, qualche diritto civile, qualche elemosina pomposamente presentata come diritto.

Tutte le conquiste sociali dei primi trent’anni del dopoguerra sono state ridimensionate, ridotte, soppresse nei decenni successivi, mentre nessun nuovo diritto sociale, nonostante la propaganda, è stato introdotta davvero e in modo duraturo. Con il risultato che la distribuzione della ricchezza in Europa e nell’Occidente è tornata ad essere simile a quella di fine Ottocento.

Come poteva la sinistra ufficiale, che con i suoi governi ha contribuito a questa gigantesca regressione, illudersi che il frutto di tutta questa opera di distruzione dell’eguaglianza non fosse raccolto dalla destra, che ha sempre considerato l’eguaglianza il primo nemico?

La centralità dell’impresa e del mercato, la competizione individuale estrema, la selezione sociale, la colpevolizzazione di chi non ce la fa, la condanna del collettivo e dell’eguale, sono diventati valori dominanti e senso comune; su questo hanno lavorato politicamente, ideologicamente e materialmente Berlusconi e il suo mondo.

Con quale boriosa ottusità la “sinistra ufficiale” ha creduto, e ancora crede, di essere più capace della destra reazionaria nel gestire il dominio della legge della giungla e il suo effetto ideologico?

Certo, per una fase poteva essere necessario che partiti di sinistra gestissero politiche di destra, quando ancora le forze e la capacità di lotta e ribellione degli oppressi fossero rilevanti. Lo teorizzò Gianni Agnelli, per questo sostenitore del governo D’Alema.

Ma una volta che la diga venne rotta, dopo anni di devastazione e frantumazione sociale, al potere economico la “sinistra” social-liberale non serviva più. Meglio la destra reazionaria, che ad un sistema mostruosamente ingiusto aggiunge tutta la sua copertura ideologica.

Lo scriveva già Gramsci sul proibizionismo. Lo sviluppo economico, in certi momenti, ha bisogno della disciplina di Dio-Patria-Famiglia.

Se l’economia è andata a destra, il sistema politico e istituzionale europeo l’ha seguita.

La caduta del “socialismo real”e e del suo autoritarismo avrebbe potuto essere l’occasione per una espansione della democrazia. Così era stata peraltro presentata e propagandata.

È accaduto il contrario. In tutta l’Europa, democrazia e partecipazione, in misura diversa, sono state ridimensionate. E nei paesi dell’est, dopo una parentesi dì euforia della libertà, si sono affermati regimi sempre più autoritari e reazionari, fino oggi ai governi sostanzialmente neofascisti di Polonia e Ungheria.

Nel sistema politico ed istituzionale europeo i vincoli dei trattati e i poteri della burocrazia venivano posti al di sopra delle costituzioni democratiche. A sua volta in Italia e in molti stati si affermava poi l’ideologia dalla governabilità e del decisionismo.

Il confronto su come rafforzare i poteri del “capo” ha preso il posto di quello su come affermare i poteri di controllo e partecipazione democratica. Così come i diritti sociali vennero considerati lacci e lacciuoli che frenavano la crescita economica, così il potere popolare e il controllo democratico del Parlamento furono considerati ostacoli alla efficienza del potere politico.

Lo stato democratico, anzi l’intero paese, venivano sempre più paragonati ed assimilati all’impresa capitalistica e al suo sistema di comando.

Al popolo veniva lasciato il diritto di scegliere il capo dell’azienda-Italia, ovviamente tra leader politici e schieramenti vincolati agli stessi principi liberisti, alla UE e alla NATO. Anzi i sistemi elettorali avrebbero dovuto semplificare le modalità della scelta.

“La sera delle elezioni già si dovrebbe sapere chi comanda”, ingiungevano politici, intellettuali, giornalisti, nel nome della “modernità”.

Questo processo autoritario di trasformazione dei processi decisionali democratici in quelli dell’impresa, nel nome dell’efficienza, questa vittoria di Schmitt su Kelsen, da noi ha avuto la prima formalizzazione nella “seconda Repubblica”.

Così sono stati legittimati e anche realizzati i progetti reazionari della P2 di Licio Gelli e quelli di Almirante. Nella prima Repubblica il presidenzialismo veniva considerato un attentato golpista alla Costituzione antifascista, oggi è terreno di normale confronto e può persino sembrare lo sbocco naturale di un processo che ha messo al centro di tutto “il capo”; e non il controllo democratico sul potere.

La Banca Morgan nel 2013, in un testo del suo ufficio studi, metteva sotto accusa le costituzioni europee antifasciste del dopoguerra, perché troppo sociali e troppo democratiche. I comunisti, in virtù dell’influenza ottenuta per il contributo determinante alla sconfitta del nazismo, avevano imposto “principi socialisti”.

Quei principi erano divenuti incompatibili con la competizione capitalistica attuale e andavano dunque rimossi. Questo scriveva una delle più importanti multinazionali della finanza, che aveva nei suoi budget politici nomi come quello di Tony Blair.

Contemporaneamente alla stretta istituzionale si diffondeva quella poliziesca. Tutti i paesi europei hanno approvato o reso più feroci leggi di polizia contro le proteste, le manifestazioni, gli scioperi, ma anche semplicemente contro il disagio sociale e la povertà, considerati come “offesa al decoro” e alla “rispettabilità”.

Sempre di più lo stato democratico europeo volge verso lo stato di polizia. E la prigionia per conto degli USA di Julian Assange, mostra che l’Europa reazionaria della persecuzione di Dreyfus è tornata.

Lo smantellamento delle Costituzioni democratiche e antifasciste ha finito anche per proporre un un corollario ideologico: la sostituzione dell’antifascismo con un generico “anti-totalitarismo”, che poi sarebbe diventato semplicemente anticomunismo. Persino un voto formale del Parlamento Europeo sancì questa operazione ideologica.

Su ispirazione dei governi revisionisti dei paesi dell’Est, a Strasburgo fu approvata l’equiparazione di nazismo e comunismo. Era questa la base ideologica della guerra in Ucraina contro la Russia e del confronto sempre più aspro con la Cina.

Ma soprattutto così veniva sdoganato tutto il nazionalismo fascista europeo, il cui titolo di merito diventava quello di aver combattuto il comunismo, seppure con qualche alleanza sbagliata. E tutte le sinistre socialiste e liberali condivisero questa cancellazione revisionista del significato politico e sociale della resistenza e della guerra al nazismo.

Il liberismo economico, l’autoritarismo politico, il revisionismo storico, tutti – almeno inizialmente – fatti propri dalla sinistra socialdemocratica e liberale, hanno posto le basi per la legittimazione ed il ritorno al governo della destra reazionaria e neofascista. Che però ha anche potuto rafforzarsi con due altri pilastri della politica europea.

Il primo è il fascismo delle frontiere. Le politiche restrittive e i muri contro i migranti sono stati fatti propri da tutti i governi europei, dall’estremo nord al confine africano. Accordi economici con governi autoritari e con autentici tagliagole sono stati sottoscritti per ottenere da essi il contenimento e la carcerazione dei migranti. Il PD di Minniti è da noi colpevole di questa scelta esattamente come i leghisti e i neofascisti.

Ha giustamente suscitato indignazione il ministro Piantedosi quando ha definito i migranti da respingere “carico residuale”. Ma la presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen aveva chiamato “armi improprie” i migranti che si affollavano alla frontiera polacca e che venivano respinti nel freddo con acqua ghiacciata e lacrimogeni.

La spersonalizzazione disumana dei migranti, considerati solo come numeri utili per l’economia se e quando servono, non poteva che alimentare razzismo e xenofobia. La destra ha semplicemente raccolto il veleno diffuso dai governi liberali.

Infine, nulla è più di destra che fare la guerra. Questa verità culturale e storica, è diventata nuova realtà nell’Europa impegnata a “vincere” la guerra contro la Russia.

La fedeltà euroatlantica, il suprematismo occidentale, il militarismo patriottardo, si sono progressivamente fusi, senza distinzioni politiche rilevanti tra socialdemocratici, liberali, reazionari.

Mario Draghi, che già aveva imposto in Italia, con una lettera scritta assieme a Trichet nel 2011, un’accelerazione feroce delle politiche liberiste, che come capo della BCE aveva coordinato il massacro sociale della Grecia, come Presidente del Consiglio ha portato l’Italia in guerra con la benedizione del Presidente Mattarella.

Ora Draghi lancia proclami di “vittoria a tutti i costi” facendo proprio il peggiore fanatismo guerrafondaio, che ignora e sbeffeggia i rischi di una terza guerra mondiale.

Giorgia Meloni deve solo ripetere le parole del suo predecessore per dare il via a tutto l’armamentario della destra italiana.

Sì, spira un vento di destra e la sinistra socialdemocratica e liberale ci ha soffiato e continua a soffiarci dentro.

Né riverniciature ambientaliste, né proclami sui diritti civili avulsi da una critica sociale, potranno fermare un destra che cavalca l’inerzia liberista della politica europea.

Nessuno dei nodi della crisi, a partire proprio da quella climatica, potrà essere sciolto se non si mette in discussione il sistema liberista europeo, costruito negli ultimi trent’anni e oggi difeso con la guerra.

È difficile contrastare la destra reazionaria e neofascista in Italia ed in Europa se si accettano tutti i presupposti che l’hanno fatta rinascere.

Oggi l’europeismo reale è quello di Giorgia Meloni; è ridicolo pensare di opporsi ad esso fantasticando di un europeismo ideale che non è mai esistito davvero e che oggi tutti i governi ignorano.

La destra reazionaria e neofascista al governo riassume ed è il prodotto di decenni di involuzione europea, a partire dall’abbandono dalle più grandi conquiste del continente, dovute proprio alla sconfitta del fascismo: lo stato sociale e la pace. Il suo cemento ideologico è l’anticomunismo, divenuto occidentalismo euro-atlantico guerrafondaio.

Se non si lotta per rovesciare tutta la politica e l’ideologia dominanti negli ultimi decenni, il vento di destra continuerà a spirare e a propagarsi.

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3 Commenti


  • Sergio

    senza forzare paragoni storici, leggendo l’articolo mi è venuto in mente la “polemica” sul socialfascismo, accusa dell’interazione comunista e, in casa nostra, del PCI negli anni ’30…i socialdemocratici si meritarono simile accusa…


  • Eros Barone

    Giusto. La socialdemocrazia tedesca votò per Hitler. Questo lo si dimentica. Si ricorda la categoria comunista di socialfascismo, ma si dimentica il voto favorevole alla politica estera di Hitler dato dai deputati socialdemocratici nel maggio 1933. Allora la reazione contro la socialdemocrazia fu violentissima. E ora che i loro omologhi appoggiano la guerra imperialista e votano nel parlamento europeo risoluzioni che mettono sullo stesso piano il fascismo e il comunismo, che atteggiamento dovrebbe assumere il movimento di classe nei confronti di quella che educatamente Cremaschi definisce “sinistra socialdemocratica e liberale”?


  • Francesco Buffoli

    Sottoscrivo ogni parola, e (anche se al tempo non c’ero) aggiungo che la demonizzazione postuma del “sessantotto” e dei movimenti che l’hanno anticipato e seguito fa parte dello stesso vento culturale, al di là dei difetti e dei problemi del “sessantotto”, anche dei suoi errori, che nessuno nega. Ma leggo dovunque, tra sinistra sovranista e pseudo-marxista rossobruna, e liberali, le medesime litanie: i contestatori che illo tempore ruppero le scatole non solo hanno perso ma sono stati anche la causa dei mali arrivati più tardi. Un capolavoro di contorsionismo logico che ha contribuito all’affermazione del neoliberismo.

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