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Dai soldati del Kaiser ad Hamas, le presunte atrocità sui bambini come strumento di propaganda

Era l’agosto del 1914 quando un corrispondente di guerra inglese riportò sul Times che un uomo, con il quale non aveva però parlato di persona, aveva visto dei soldati tedeschi tagliare le braccia di un bambino mentre era in collo alla sua mamma.

Un anno dopo il Bureau de la Presse, organo di propaganda del governo francese, ritirò fuori la storia accompagnandola con una foto di un bambino senza mani, Rive Rouge, un giornale dell’epoca, la pubblicò accompagnata dalla foto e da un disegno di soldati tedeschi che si cibavano di mani.

Dopo la fine della guerra una serie di inchieste dei tribunali belgi provò a fare chiarezza, ma non furono trovate conferme né per questa storia né per altre. Nel frattempo, però, la propaganda inglese e francese, che chiamava i soldati tedeschi ‘Unni’ raffigurandoli come scimmioni in uniforme assetati di sangue, aveva sortito il suo effetto.

L’opinione pubblica inglese e francese si mobilitò contro i tedeschi, un popolo bestiale che mangiava le mani dei bambini e infilzava con le baionette donne, vecchi e ragazzine.

Disumanizzare il nemico è una delle più vecchie ed efficaci tecniche di propaganda. Nel corso del primo conflitto mondiale ci si spinse tanto oltre che, dopo trent’anni nel ’45, quando il mondo venne a sapere dei campi di concentramento nazisti in tanti non credettero alla loro esistenza.

Servì fior fiore di giornalisti – uno su tutti Edward R.Murrow, il nemico giurato del senatore Joseph McCarthy – e infine le testimonianze dei sopravvissuti per rendere finalmente credibile l’orrore dell’Olocausto.

La propaganda era stata così martellante e le menzogne talmente grandi che la fine della Grande Guerra aveva segnato anche la fine della fiducia che l’opinione pubblica occidentale aveva nell’informazione.

I bambini sono sempre un buon soggetto per la propaganda, le storie di atrocità sui civili inermi e in particolare sui più piccoli sono un’arma perfetta per scatenare l’odio contro il nemico. Se poi si rivelano false ha poca importanza, ormai l’odio è esploso.

Tristemente ironico come quelle stesse tecniche della propaganda moderna che gli inglesi e gli americani utilizzarono contro i tedeschi durante la prima guerra mondiale, furono studiate e applicate alla lettera dai Nazisti. “Disumanizzare il nemico” funzionava, gli ebrei diventarono il capro espiatorio di un’intera nazione.

Ma facciamo un salto in avanti fino alla prima guerra del Golfo. È il 1990 e una ragazza kuwaitiana – Nariyah – testimonia davanti a una commissione del congresso Usa. Racconta le atrocità commesse dalle truppe irachene: nell’ospedale di Kuwait City i soldati dell’esercito invasore avevano rovesciato le incubatrici e ucciso i neonati.

Nei mesi successivi si scoprirà che la quindicenne Nariyah è figlia dell’ambasciatore del Kuwait in Usa e non è mai uscita dagli Stati Uniti. La società di pubbliche relazioni Hill&Knowlton, pagata dal governo kuwaitiano in esilio, aveva inventato la storia, trovato la protagonista e utilizzato con maestria la propaganda.

Alla fine della guerra giornalisti e organizzazioni umanitarie svolsero indagini, la storia delle incubatrici che tanto aveva scosso l’opinione pubblica occidentale era un falso. Eppure ancora oggi sono più le persone che si ricordano delle incubatrici distrutte che delle indagini che smontarono questo castello di bugie.

In questi giorni i giornali italiani hanno riportato sulle prime pagine la storia dei 40 cadaveri di bambini israeliani decapitati nel villaggio di Kfar Azza. Secondo alcune testate la fonte sarebbe la chat dei soccorritori, secondo altre un vicecomandante anonimo delle forze armate di Israele, ma l’esercito non ha dato conferme ufficiali.

La notizia è rimbalzata sui canali Telegram, poi su vari giornali della destra israeliana e poi è arrivata in Italia dove forse in nome del clickbait quasi tutte le testate l’hanno sbattuta in prima pagina.

Eppure Steve Hendrix, inviato del Washington Post, quotidiano decisamente non vicino ad Hamas, che ha visitato grazie alle truppe israeliane quel che resta di Kfar Azza ha raccontato nel dettaglio dei morti e del sangue, ma senza accennare ai bambini decapitati. Lo stesso hanno fatto altri inviati internazionali, scegliendo di non riportare la notizia della strage dei bambini.

La conta dei morti, soprattutto civili, da entrambe le parti prosegue inesorabile. Emergency ha commentato “Le immagini che arrivano da quella parte di mondo testimoniano l’evidenza: non esiste sicurezza senza diritti, mentre 75 anni di armi, occupazioni militari, attentati, bombe, rapimenti hanno portato solo più guerra, più odio, più vite umane perse. Una storia già vista e vissuta da entrambe le parti del confine.

Davanti a questo disastro, chiediamo che la comunità internazionale si faccia mediatrice per proteggere i civili, creare corridoi umanitari per la loro evacuazione e per arrivare alla cessazione delle ostilità.”

Mentre i nostri giornali si fanno portavoce della propaganda a senso unico abdicando al loro ruolo, nelle nostre città gli edifici pubblici vengono illuminati con le bandiere di Israele, in una visione miope che piange soltanto le vittime di una delle due parti in conflitto.

Da parte della politica e dell’informazione servirebbe responsabilità, non tifo. 

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