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Non serve una nuova Wannsee per parlare di genocidio

Gaza e l’illusione del paradigma unico

Ogni volta che, nel discorso pubblico, si solleva la questione del genocidio a Gaza, una parte del fronte mediatico e intellettuale italiano reagisce in modo meccanico, quasi riflesso. “Non è un genocidio”, affermano, “perché non esiste un piano sistematico come quello messo a punto dai nazisti, non c’è un ordine scritto, non c’è una conferenza di Wannsee.

Questa obiezione, reiterata da voci come Enrico Mentana, Liliana Segre, Massimo Cacciari e altri, rivela una profonda incomprensione sia della storia della Shoah, sia della definizione giuridica di genocidio. Ancorarsi alla conferenza di Wannsee come unico metro di giudizio, paradossalmente, finisce per tradire proprio quella memoria che si intende preservare.

È necessario chiarire, una volta per tutte, cosa accadde realmente a Wannsee il 20 gennaio 1942. Si trattò di una riunione di coordinamento tra funzionari del regime nazista, convocata da Reinhard Heydrich, capo dell’Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich.

L’obiettivo non era decidere se sterminare gli ebrei — gli omicidi sistematici erano già in corso da mesi, soprattutto sul fronte orientale — ma stabilire come farlo, chi avrebbe avuto competenza su cosa, e definire il significato amministrativo della cosiddetta “soluzione finale”.

A Wannsee non fu redatto alcun piano operativo dettagliato. Non fu ordinato l’uso delle camere a gas. Non fu firmato alcun documento da Adolf Hitler. Al contrario: Hitler non firmò mai un ordine di sterminio degli ebrei d’Europa. Questo dato, oggi ampiamente condiviso dagli storici più autorevoli, smonta alla radice l’idea che il genocidio nazista si sia fondato su un piano centralizzato e formalizzato come in una delibera aziendale.

Lo storico Raul Hilberg, nel suo monumentale “La distruzione degli ebrei d’Europa“, ha ricostruito meticolosamente il funzionamento della macchina genocidaria nazista. La sua conclusione è inequivocabile: il genocidio non fu deciso in un singolo momento, ma fu il risultato di un processo burocratico, progressivo, per iniziative cumulative e spesso locali. Non servì un ordine esplicito. Servì un sistema ideologico, un clima di radicalizzazione, una struttura amministrativa in grado di tradurre l’odio in azione.

La conferenza di Wannsee, in questo contesto, non fu l’atto fondativo dello sterminio, ma la sua presa d’atto burocratica.

Eppure, oggi, a Gaza, si pretende l’impossibile: che per parlare di genocidio serva proprio ciò che nemmeno la Shoah produsse. È un’argomentazione che non regge, storicamente né giuridicamente.

La Convenzione ONU sul genocidio, firmata nel 1948 anche in risposta alla tragedia della Shoah, stabilisce che il crimine si configura anche in assenza di uno sterminio totale, e anche senza documenti ufficiali: basta l’intenzionalità di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo etnico o nazionale. Intento che può emergere da atti, discorsi pubblici, condotte militari e da effetti sistematici sulla popolazione civile.

Nel caso di Gaza, la distruzione è sotto gli occhi di tutti. Come ha argomentato il sociologo Alessandro Orsini in un recente articolo, ciò che avviene nella Striscia rientra pienamente nella nozione di genocidio per distruzione, concetto che distingue dalle narrazioni più rigide del genocidio per estinzione.

L’intenzionalità, afferma Orsini, è resa esplicita dalle dichiarazioni pubbliche di ministri israeliani che legittimano l’uccisione anche dei bambini. La pianificazione militare è scientifica, avanzata, tecnologicamente sorvegliata. La sproporzione delle vittime è evidente. E soprattutto, Gaza è stata privata delle sue “sorgenti della vita”: non solo acqua, ospedali e infrastrutture, ma anche la possibilità psicologica di immaginarsi ancora come popolo sovrano.

* da Facebook

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