Stiamo attraversando un passaggio epocale, un momento in cui la storia sembra accelerare, mettendo a nudo tutte le contraddizioni profonde del capitalismo contemporaneo. Una crisi strutturale, sistemica, che non è un semplice ciclo economico, ma la manifestazione definitiva dell’esaurimento di un modello che ha fondato la propria espansione sull’accumulazione senza limiti, sul saccheggio delle risorse, sulla disuguaglianza e, soprattutto, sulla guerra. Guerra in tutte le sue forme: militare, economica, finanziaria, tecnologica, culturale. Guerra come metodo di governo del capitalismo nella sua fase più aggressiva.
Oggi più che mai risuona attuale l’avvertimento profetico di José Martí, quando parlava del “mostro” che dall’impero tenta di plasmare e sottomettere le nazioni libere. E altrettanto attuale è il monito di Simón Bolívar, padre dell’indipendenza latinoamericana, che già due secoli fa denunciava l’ambizione degli Stati Uniti di trasformare l’America Latina nel proprio dominio permanente. Quelle parole non sono retorica del passato: descrivono il presente, lo spiegano, lo illuminano. Perché l’imperialismo non ha mutato natura; ha solo cambiato strumenti, linguaggi, tecnologie. Ma resta identico nelle sue finalità: controllare, dividere, dominare.
Lo vediamo nella guerra scatenata dalla NATO contro la Russia, che non è un conflitto nato dal nulla ma l’ennesimo tentativo dell’Occidente di impedire la costruzione di un ordine multipolare fondato sulla cooperazione e sul rispetto della sovranità dei popoli. E lo vediamo nel genocidio contro il popolo palestinese, un crimine storico perpetrato dallo Stato di Israele con la complicità attiva delle potenze occidentali. In questo scenario, l’Europa — che avrebbe dovuto essere il continente della pace, come ha ricordato più volte Papa Francesco — si accoda al paradigma bellicista, accettando l’idea folle e disumana che le armi possano essere strumenti di stabilità.
Proprio Papa Francesco, nei suoi appelli inascoltati contro la “terza guerra mondiale a pezzi”, ci ricorda ogni giorno che un sistema economico che produce scarti, che genera fame e morte, che alimenta conflitti per difendere i profitti, è un sistema che non solo è ingiusto, ma è destinato a implodere. Le sue parole sulla necessità di “disinnescare la macchina della guerra” sono perfettamente convergenti con l’analisi che da anni i movimenti antimperialisti conducono: non si potrà costruire un mondo giusto finché la logica del capitale continuerà a generare diseguaglianze e violenza.
L’attacco all’America Latina e la lezione della resistenza chavista e castrista
È dentro questo quadro globale che va letta l’aggressione crescente degli Stati Uniti contro il Venezuela e contro l’intera America Latina. Non siamo di fronte a episodi isolati, ma a una strategia di restaurazione coloniale: prima l’Ucraina, poi il Medio Oriente, ora di nuovo l’America Latina — la stessa regione che Bolívar definiva “la Patria Grande”, una patria che sognava libera, unita e solidale.
L’imperialismo statunitense tenta oggi di mettere le mani sui giacimenti di petrolio, oro, coltan, litio, risorse strategiche per le tecnologie digitali, per l’industria bellica e per il dominio economico globale. Ecco perché l’attacco al Venezuela non ha nulla a che vedere con la democrazia, né con il narcotraffico — una menzogna smascherata dai fatti. Il Venezuela è uno dei paesi che più ha combattuto il narcotraffico, mentre gli stessi Stati Uniti hanno storicamente convissuto, e spesso cooperato, con reti criminali quando era funzionale ai loro interessi geopolitici.
Il vero obiettivo è un altro: distruggere l’esperimento del socialismo bolivariano-chavista, impedire che un modello fondato sulla partecipazione popolare, sulla redistribuzione delle risorse e sulla sovranità nazionale possa continuare a esistere. Perché ogni volta che un popolo riesce a rialzarsi, a costruire un’alternativa concreta, a mostrare che “un altro mondo è possibile”, allora l’imperialismo percepisce una minaccia politica, culturale ed esistenziale.
Lo stesso vale per Cuba, esempio luminoso di resistenza, dignità e sovranità. Nonostante un blocco criminale che dura da oltre sessant’anni, l’isola ha saputo mantenere conquiste sociali straordinarie, dalla sanità all’istruzione, mostrando al mondo che il socialismo non solo è possibile, ma può essere umanamente superiore. È per questo che Papa Francesco li ha più volte definiti “popoli nobili”, capaci di costruire una società solidale anche nelle condizioni più dure imposte dall’esterno.
Il ruolo dell’Italia e della mobilitazione internazionale
In Italia, con la Rete dei Comunisti, con il collettivo giovanile OSA, con Cambiare Rotta, con le nostre associazioni di classe e con l’Unione Sindacale di Base — parte attiva della Federazione Sindacale Mondiale — stiamo portando avanti un lavoro di mobilitazione che non è solo testimonianza, ma azione concreta. Marce, scioperi, presidi, iniziative popolari: milioni di persone sono scese in strada nelle ultime settimane per sostenere il popolo palestinese, per denunciare l’aggressione contro Venezuela e Cuba, per opporsi al blocco statunitense e per costruire un fronte internazionale contro la guerra e contro l’imperialismo.
Questa mobilitazione non è solo politica: è morale, etica, profondamente umana. È l’eredità dei nostri padri e delle nostre madri politiche — da Bolívar a Martí, da Che Guevara a Fidel Castro — ma anche di tutti i popoli oppressi che hanno scelto la strada della libertà.
Come diceva Martí: “La Patria è l’umanità.”
E come ci ricordava Papa Francesco: “Nessuno si salva da solo.”
La speranza organizzata
Il capitalismo è in crisi, ma l’alternativa non nasce spontaneamente. Richiede organizzazione, coscienza, lotta. Venezuela e Cuba ci mostrano che un popolo unito può resistere all’imperialismo e costruire futuro. La Palestina ci mostra che un popolo può continuare a lottare anche quando si tenta di cancellarne l’esistenza. Le masse del Sud Globale ci ricordano che il mondo non è più disposto a inginocchiarsi.
A tutte le compagne e i compagni dell’Europa, dell’Africa, dell’Asia, dell’America Latina, dell’Oceania va il nostro saluto internazionalista. La nostra battaglia è comune. La storia non è finita: la stiamo scrivendo noi.
Patria o muerte — venceremos!
Socialismo o muerte — venceremos!
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Mario Fiore
Grande Luciano bellissimo articolo un’analisi geopolitica perfetta